Vibra di emozioni vere la Lucia di Scappucci e Feola

In Musica

L’eroina di Donizetti, vittima predestinata di uomini che non sanno amare, alla Scala freme di sentimenti (musicali) autentici grazie a due donne. Sul podio la direttrice dell’orchestra che amministra con efficacia il ritmo e l’onda morbida della melodia del compositore bergamasco, sul palco il soprano che asseconda con intelligenza le richieste apparentemente opposte di “verità” e di agilità che l’Autore combina come se fossero naturali. Yannis Kokkos dà un segno carnale alla regia

Stranezza da postare sui social. Questa volta è una donna disperata a sporcarsi di sangue pugnalando l’uomo, ricco e arrogante, che un manipolo di maschi le hanno imposto di sposare per contratto, negandole l’amore vero; al solito, per ridipingere le mura della famiglia e salvare un fratello egoista dal fallimento, in più convinta a chinare la testa da un uomo di chiesa che, in cambio del sacrificio sulla terra, le promette il premio lassù, dove nemmeno lui deve aspettarsi grandi cose, se esiste il Dio dei giusti. Dove succede? A teatro, naturalmente, dove tutto è possibile, anche ciò che la vita non garantisce, per esempio che i malvagi paghino. 

Quale teatro?  L’opera ovviamente. Con la musica di chi? Di Gaetano Donizetti, che scrisse Lucia di Lammermoor, la sua pagina forse più alta e perfetta, nel 1835, quando, si sa, la donna era poca cosa, votata alla casa o alla chiesa, comunque all’obbedienza, al silenzio sociale. Eppure, su un libretto di Salvadore Cammarano nei cui versi qualcuno avverte profumo di Leopardi, duecento anni fa, Donizetti scrive un’opera dedicata alle donne, senza temere di far splendere di belcanto un personaggio femminile ch’è anche assassina, che uccide il marito in un lampo di follia che il mondo maschile nemmeno capisce o vuol capire: non il gesto di una povera malata, ma un grido di libertà. In un finale da brividi, Lucia canta la liberazione dalla violenza di un sesso dominante che, – non so chi l’abbia detto, una donna di sicuro -, a guardarlo bene, tra maschio in fasce e maschio adulto non vedi spesso una gran differenza. 

Tutto questo salta in mente, fra le pene di una cronaca trituratrice di quel che sappiamo, perché in questi giorni la Scala chiude i suoi programmi prima della pausa estiva con una Lucia di Lammermoor che, messa così, con uno spettacolo visto due anni fa, sembrerebbe “di riporto”, e invece scopri che vibra di musica proprio grazie a due donne: Speranza Scappucci, direttrice di valore, e Rosa Feola, soprano che rientra nell’asse ereditario di grandi Lucie italiane (risparmiando, per cortesia, La Maria, che non è rimasto più nessuno che abbia visto e ascoltato la Callas, anche se ne parla come se fosse la vicina di casa).

Parliamo di emozioni vere, non quelle degli spot per auto che corrono felici in scenari deserti da alte scogliere di Dover, non sulla tangenziale est alle cinque della sera. E di riflessioni che ogni regista di oggi coltiva quando s’immerge nei libretti dei nostri tris-trisavoli, per vedere se raccontavano una storia anche nostra. Scoprendo che la viviamo tutti i giorni. 

Lucia, personaggio creato da Sir Walter Scott nel 1819 con La sposa di Lammermoor, romanzo gotico che diremmo “noir”, è la vittima predestinata di uomini che non sanno amare, nemmeno Edgardo di Ravenswood, tenore (Piero Pretti, ancora squillante e “in parte”). Lei lo ama, lui dice di amarla, poi si confonde e si perde; onesto, si uccide quando capisce il sentimento assoluto di lei, alla fine però, quando lei è morta. Insomma un bel mondo maschio, nordico, con localizzazione scozzese, che conosciamo, muscoli e tatuaggi compresi. 

Il fratello di Lucia, Lord Enrico Ashton – Boris Pinkhasovich, baritono fluidamente impetuoso – è sostanzialmente un fallito che ha pure ucciso il padre di Edgardo, l’amore di Lucia, e il cui progenitore ha invece ammazzato una giovane nel cui fantasma Lucia si riconosce, presagendo la sua fine. Insomma due stirpi nobili (si fa per dire) con omicidi nel loro pedigree, cosa che oggi, sui social, fa molto figo. 

Raimondo Bidebent, uomo un po’ o tutto di chiesa, Michele Pertusi, impegnato su un registro di basso che tende al baritono, come sempre sicuro come una ferrata in alta quota – gesto, intonazione, canto sulla parola, fraseggio, accenti, mai retorico o di maniera – aggiunge appunto la doppia colpa di essere uomo di chiesa. 

Molte cose non sono cambiate in duecento anni nell’Italia che ha gentilmente concesso il voto alle donne nel 1945 (millenovecentoquarantacinque) e grazie a quello siamo una Repubblica antifascista fondata sul lavoro. Lucia di Lammermoor di Donizetti parla di noi: con un’orchestra meravigliosa, ricca di ritmo e di colori, incalzante nei lanci e nei rinvii tematici; con voci che sfiorano il cielo e ci riscattano dalla penosa sciatteria in cui ci rotoliamo, tra vecchi e nuovi haters.

Se vi è rimasta una luce nel cuore, come sperava Schiller (vedi Wikipedia), lasciatevi portare da Gaetano Donizetti, bergamasco classe 1797, nel mondo parallelo che racconta “dall’alto” il rapporto uomo-donna, amore-fedeltà, libertà-servitù, non dal basso di Temptation Island.

E se potete andare alla Scala ancora dal 3 al 17 luglio, avrete, come già detto, due donne calate nella rivincita di Lucia. Speranza Scappucci, prima di prendere la bacchetta in mano si è plasmata la sua musicalità preparando i cantanti al pianoforte, e questa connessione fra strumentalità e canto la si percepisce in ogni battuta nel filare d’amore e d’accordo di buca e palcoscenico, nella precisione e nell’abbandono con cui governa le due dimensioni del linguaggio di Donizetti, l’incisività del ritmo e l’onda morbida del melodismo. Esemplare, nel finale, il contrasto a vista tra i colori cupi dei corni e gli screzi filiformi dei violini.

Rosa Feola, seconda protagonista anche se primadonna, risponde con intelligenza e belle vibrazioni alle richieste apparentemente opposte di “verità” e di agilità che Donizetti combina come naturali. Nella scena della follia, capolavoro che vale un’opera, forse anche lei sedotta dall’incanto stralunato dell’armonica a bicchieri che Donizetti ebbe come primo pensiero per l’accompagnamento strumentale, Rosa Feola compie anche un gesto drammaturgico: persa nel vaneggiamento del sogno infranto, vive come un turbamento erotico la sua liberazione. Qui Yannis Kokkos, uomo di teatro che ha disegnato più che “agito” spettacoli, peraltro molto eleganti come questo, trova un segno “di carne” alla sua regia e una chiave interessante per tutto lo spettacolo. 
Lucia di Lammermoor, 1835. Voci di donne, 2026.

Teatro alla Scala: Gaetano Donizetti Lucia di Lammermoor. Dirige Speranza Scappucci, regia di Yannis Kokkos. Repliche: 3, 6, 9, 14 e 17 luglio

Foto: Brescia e Amisano © Teatro alla Scala