In scena al Teatro Massimo di Palermo “Le convenienze e inconvenienze teatrali” del compositore bergamasco. Un’opera dissacrante, una riflessione divertente e divertita sui meccanismi della drammaturgia lirica. Intervista con i registi Patrice Caurier e Moshe Leiser
Nel 1825-26 Gaetano Donizetti si trovava a Palermo come direttore artistico del Teatro Carolino. Ed è molto probabilmente qui che prende origine l’idea di un’opera di teatro nel teatro, una commedia degli equivoci, andata in scena domenica 26 aprile (in cartellone fino al 3 maggio) al Teatro Massimo di Palermo .
C’è molto del capoluogo siciliano in questo allestimento de Le convenienze e inconvenienze teatrali: il consulente drammaturgico Paolo Montanari si è rifatto all’edizione manoscritta che si trova all’Archivio del Conservatorio di Palermo e uno dei suoi interpreti, l’autoctono Nicola Alaimo, ha reso in dialetto palermitano, anzi palermitanazzo, i pezzi scritti dall’autore originariamente in napoletano. E palermitani sono anche altri protagonisti, su tutti la bravissima Desirée Rancatore.

È grande la tradizione del meta teatro in Italia almeno da Goldoni fino a Pirandello e Eduardo De Filippo. “Maestro di antropologia” lo definiscono i due registi Patrice Caurier e Moshe Leiser (parigino il primo, di Anversa il secondo, una squadra che collabora da più di trent’anni ad allestimenti teatrali di successo a partire dal Sogno di una notte di mezza estate) che ho incontrato nell’elegante caffè del teatro lirico in una luminosa giornata di poco precedente all’esordio. Esordio peraltro accolto con grande successo dal pubblico che affollava gli spalti del Massimo.
Donizetti si rifà alle complesse vicende che portano una compagnia scalcagnata – a partire dai nomi stessi dei protagonisti Corilla Scortichini, Procolo Cornacchia, Biscroma Strappaviscere, Cesare Salzapariglia – a cercar di mettere in scena con fallimento finale l’opera Romolo e Ersilia – il fondatore e primo re di Roma e la moglie sabina.
Fallimento quasi inevitabile ma non scontato se si pensa a situazioni analoghe nel campo dell’opera. E il pensiero va all’Arianna a Naxos di Richard Strauss in cui si mescolano una compagnia di cantanti e un gruppo di comici itineranti.

Come si svolge la regia di un’opera teatrale chiedo a Caurier e Leiser, che rispondono pressoché all’unisono: “La cosa più importante è realizzare quella vera e propria alchimia che è mettere in scena, rispettando le diverse professionalità dell’orchestra, del coro e della compagnia di canto, che costituisce un’alchimia in sé per come ciascuno interpreta il ruolo di cantante, ma anche quello di attore. Soprattutto in un’opera come questa che prevede anche l’interpretazione di importanti ruoli recitativi, senza musica”.
Alchimia perfettamente riuscita a giudicare dalla reazione del pubblico, ma questa è una considerazione fatta con il senno di poi.
“Intanto disponiamo di un cast eccezionale” aggiunge Leiser “cosa ovviamente molto importante, ancor più per portare un’opera difficile come le Convenienze in un grande teatro con una grande tradizione e un’orchestra di primissimo ordine. Sono ormai quattro settimane che lavoriamo qui e il bilancio è finora di grande soddisfazione e piacere”.
Cosa vuol dire lavorare a un’opera nell’opera? “Ruoli e parti devono essere interpretati con grande rigore e precisione. Inoltre di quest’opera non c’è una versione, come dire, definitiva, ufficiale. Il lavoro di Paolo Montanari è stato eccezionale, ha saputo unire tutto insieme con grande coerenza narrativa. Oltre che opera lirica il lavoro dell’autore prevede che quello che va recitato sia pur sempre una commedia. I dialoghi mettono in gioco le varie situazioni con grande verità. È un’opera checoviana molto, molto divertente. Poi ci sono le parti recitative che sono in questo caso momenti di prosa vera e propria. Rispettare e fare rispettare agli artisti queste diverse anime è essenziale”.
“Non hanno scelta” aggiunge Caurier sorridendo.
“D’altro canto” prosegue Leiser sempre più appassionatamente “bisogna che gli artisti credano profondamente a quanto di personale ci ha messo Donizetti. L’opera è dichiaratamente autobiografica”. A questo proposito Caurier conia un neologismo efficace “Per questo il testo è così… dialogoso”.

L’aspetto biografico dovrebbe però essere molto vicino all’esperienza degli artisti. “Certamente.” continua Leiser “accanto alle difficoltà quest’opera consente ai cantanti di esprimere esperienze che sono loro molto prossime. L’importanza dell’opera è maggiore di qualsiasi vanità. È per questo che cantano con il cuore. Avvertono tutta la drammaticità del testo, l’avvicinarsi di una catastrofe quasi indicibile”. Lo spettacolo, infatti, alla fine verrà cancellato. Serpeggia nelle parole del regista tutto il disagio che attraversa l’opera lirica oggi. Le difficoltà a cui vanno incontro cantanti, compagnie, teatri lirici.
“La nostra esperienza professionale ci dice quanto sia cambiata l’atmosfera negli ultimi quarant’anni. Per mettere in scena un’opera come questa ai nostri esordi avremmo avuto a disposizione sei settimane non quattro. Un’opera non è un bell’acuto o una bella melodia ben eseguiti: l’opera è una sinestesia di momenti artistici diversissimi tra loro. È amore, esperienza, orgasmo persino. Il risultato non deve mai essere generico, deve rispettare tutta l’importanza che ogni opera merita”.
E aleggia ancora di più il pericolo che corre l’opera lirica come molte forme di espressione artistica. I rischi che minacciano l’arte in un periodo di feroce neoliberismo. Una sensibilità politica sempre più timida nei confronti della creatività.
Prima che si arrivi a parlare dei McDonalds di Donald, preferiamo fermarci.
Foto di Rosellina Garbo @ Teatro Massimo