: Al Teatro Giuditta Pasta di Saronno, il collettivo Ruth porta in scena la violenza attraverso i corpi: Underdogs è uno spettacolo potente, che non consola e lascia lo spettatore alla sua posizione più scomoda
Quando osserviamo il mondo lo facciamo sempre dalla lente di un punto di vista, che spesso anche istintivamente caratterizza gli esseri umani in base a ciò che sembrano. Quando lo sguardo dello spettatore si posa su Underdogs vede esattamente quello che statisticamente si aspetta di vedere un gruppo di marginali che combattono per sopravvivere, un gruppo di corpi che non hanno bisogno neanche di parole per raccontare se stessi perché come se qualcuno le avesse già usate tutte per loro la scelta da parte del collettivo Ruth, di usare il teatro danza diventa allora eloquente forse persino a un grado inaspettato. Bastano i corpi a raccontare una storia e lo fanno attraverso coreografie che mettono l’eleganza del movimento e la precisione estetica tutta al servizio del senso. Anche questo giustifica la volontà da parte della direzione artistica del Teatro Giuditta Pasta di Saronno dove il lavoro si è formato e ha debuttato il 30 ottobre di inserire questo potente racconto dove il gesto diventa il linguaggio non nella programmazione della danza ma in quella della prosa contemporanea. Del resto cosa c’è di più contemporaneo della violenza in un tempo che ne sta facendo sempre più oggetto di riflessione e di discorso ma che ancora non sta trovando o non sta cercando la misura per agire proprio come fanno a cadere sul palco del teatro da saronnese Aichatou Cherif, Giovanni Consoli, Lorenzo Leopoldo Egida, Ilaria Felter.
È molto più facile vedere confermato il proprio giudizio e leggere ciò che ci appare davanti agli occhi nella declinazione che più ci assomiglia, così quattro ragazzi che si passano degli oggetti si stanno supportando oppure schernendo, a seconda di come li si osserva mentre il loro quotidiano quello di una casa come tante viene invaso da una massa di interferenze e di rumori a invadere il confine che si pensa sicuro delle proprie quattro mura, in cui pensiamo di doverci proteggere dal mondo esterno. E invece è proprio al loro interno che si può verificare tutto dal divertimento all’orrore. Cosa stiamo vedendo allora mentre i danzatori si muovono eleganti e disperati insieme? La rottura della rassicurazione di una violenza venuta da fuori, perché la violenza si annida spesso in chi ci è più vicino o la conferma di un pregiudizio? Sta a noi scegliere che cosa trasformare in una metafora per una consolazione, impossibile quando la violenza irrompe diretta nell’unico momento dell’intenso spettacolo Underdogs che non rinuncia alle parole per dar voce alle grida. Vogliamo immaginare ancora quel momento come un gesto puramente artistico anche se il Collettivo Ruth è straordinariamente puntuale nel non farlo cadere vistosamente nella teatralità della coreografia pura? Forse potremmo ancora farlo, come lo fanno i suoi protagonisti che mentre tutto accade allontanano l’esercizio artistico dalla realtà con un pezzo di danza classica classicheggiante che volta le spalle al mondo che succede intorno a loro sostituendo, è l’unico momento in cui l’estetismo saggiamente sostituisce l’esercizio del racconto tramite i corpi proprio mentre altri, nello stesso spazio sono diventati il campo di battaglia, chi ha visto una donna soccombere. Una provocazione intelligente che basta mostrare per aprire molte riflessioni anche sul ruolo dell’arte di fronte al mondo. Quand’anche decidessimo di isolare scena e controscena come se non si parlassero poi rimaniamo in balia dei nostri pensieri. Underdogs è un lavoro oltre che di grande efficacia scenica di notevole intelligenza registica perché sfida lo spettatore ponendolo in alcune delle posizioni più scomode in cui si può trovare.
Non tanto quella di assistere a una violenza e una vittima che si dibatte tra le mani del suo aguzzino, ma il silenzio che ne segue. Lo stato di paralisi passiva a cui lo spettatore è condannato ma che molti ancora scelgono o sceglierebbero per se stessi fuori da un palcoscenico. È sempre suggestivo a teatro riconoscere i vistosi segni di disagio con cui il pubblico accoglie un silenzio che fermando le musiche di Francesca Cordone e Ludovico Di Meco interrompere la realtà nel costruito e non dà a nessuno possibilità di scioglimento di catarsi, ed è dentro quel lungo silenzio che i corpi dei performer raccontano la storia forse più dolorosa quella di chi cerca in ogni modo di rimuovere davanti ai propri occhi un corpo che pure resta ingombrante nel mezzo della scena esattamente come lo è il tema: i numeri della violenza contro le donne, nel nostro vivere quotidiano come società.
Il Collettivo Ruth si è presentato a Saronno con un lavoro sagace e di forte impatto, suggestivo anche nelle scelte di costruirsi per frammenti come guidati da una radio dall’esterno confusi e talvolta martellanti come gli stimoli che il mondo costantemente offre e di cui la casa diventa più eco che rifugio. Un lavoro che mostra molto più che evocare ma non permette di aggrapparsi a una soluzione fosse anche soltanto narrativa, sarebbe troppo facile. E invece dopo non aver alluso la risposta, la chiamata al gesto resta a chi ha dovuto osservare, sperando che conservi la memoria di quanto si è sentito scomodo.