Sì l’mamore no è Frosini/Timpano in purezza, che portato in scena oggi, fuori dalle abitudini della grande città dimostra tutta la sua forza, sagacia e urgenza.
Qual è l’obiettivo che si deve porre un teatro che si trovi ad essere anche se di poco fuori dalle mappe dello spettacolo cittadino, dove ogni compagnia ha già il suo spazio codificato? Scomodare, provocare, affascinare e perché no, anche confondere. Almeno in questa direzione sembra andare l’intenzione – meritoria, va sottolineato con forza – di inserire nella programmazione del teatro Giuditta Pasta di Saronno anche Sì l’amore no di Elvira Frosini e Daniele Timpano. Uno spettacolo quello che, riproposto oggi a più di 15 anni dal suo debutto, come primo lavoro congiunto nella vita e sulla scena, ben funziona come un’antologia del lavoro dagli artisti romani, del loro modo di intendere il teatro contemporaneo e di interpretare lo stare in scena. E che, per un pubblico che non li conoscesse già, si trasforma in stimolante sfida o ammaliante immersione, che sta a dimostrare la volontà di intendere il teatro contemporaneo come un’apertura di nuovi sguardi obliqui, di dialogo tra le forme, di ribaltamento dei canoni e delle aspettative. Di libero gioco con i codici e di argomenti ancora abbastanza sensibili da risultare potenzialmente urticanti. Lo è ancora – e per questo sempre più urgente in un tempo in cui ci si polarizza tra chi la ritiene consapevolezza acquisita e chi si rifiuta di identificarle e farsene carico – riconoscere sotto l’immaginario sentimentale denso di melassa e zuccheri che va tra i dai Baci Perugina ai romanzi harmony una violenza neppure così sotterranea, che ben si attaglierebbe a un’epoca nera della storia di cui oggi qualcuno riesce persino ad aver nostalgia.
Del resto la storia di un amore – e dell’odio che lo può nutrire o innervare, sotterraneo – si ripete da sempre uguale, e spesso l’amore e il sesso non sono che la ripetizione di uno schema stanco e goffo, come un playback stonato. Quando si dispone della coscienza artistica di questi interpreti, si fa un’opera di valore se si sceglie di renderlo evidente con una forma che chiede a chi osserva un esercizio di partecipazione intellettuale, di pazienza, di decodifica di una complessità formalmente lieve e nei fatti densa, dove la musica ha un ruolo predominante e grazie all’ironia, alla risata amara si rovescia il punto di osservazione. Si può ridere delle due maschere che Elvira e Daniele applicano sui loro omonimi alter ego, ricostruendo una storia d’amore sempre in bilico tra immaginario surreale e biografia; così come le parole scritte da loro si interpolano senza confine con la grande letteratura e con roboanti resti di un passato polveroso dentro cui anche il matrimonio somiglia a un proclama militare. Del resto cosa c’è di più marziale? L’intenzione in effetti è quella di uccidere – con quanta, grottesca, più violenza possibile – l’immaginario machista di chi pretende di imporre la propria narrazione a un femminile ridotto a simulacro con una bambola gonfiabile, mentre la donna, ovvero l’altro individuo, resta inerte, fuori dal cono di luce.
Ma, ironizzando e giocando con i luoghi comuni, gli artisti riescono anche a smascherare la retorica travestita di femminismo. Entrambi senza mettersi a propria volta su un pulpito. Per farlo però sembrare un gioco con i suoi giocattoli, dinosauri compresi, ma saggio come solo possono essere i bambini, occorre padroneggiare la forma della scena con assoluta raffinatezza. A partire da un disegno luci, firmato Dario Aggioli che dall’immaginario fascista fa proprio il simbolo della bandiera, e tra i due stereotipi del bianco nuziale ed il rosso della passione ma anche di guanti e scarpe che occhieggiano sia a Crudelia De Mon che alle armi di una violenza che lascia tracce di sangue, inserisce un verde che ha poca speranza da evocare. Fino a uno stare in scena caratteristico della compagnia, fatto di corpi studiatamente scomposti e di gesti che lasciano ombre fisiche e metaforiche: una parte dei misurati vuoti da riempire con la suggestioni che i due artisti intendono affidare a chi ascolta affinché li decodifichi. Anche affastellando. come fanno con le musiche e con i registri in sagace quanto labirintico intrecciarsi e sovrapporsi di poetico e greve, musica pop e canzonette anni Trenta, tormentoni e tragiche colonne sonore di tempi da dimenticare.
A chi mette insieme Cavalcanti e Little Tony si può allora programmaticamente accostare la nozione scolastica di “poetica del frammento” sapendo di aver descritto un desiderio non di organicità, né all’interno né (se ci si consente la citazione gramsciana) con nient’altro, ma di evocazione e accostamento libero, originale e tutto da seguire. Quello che i più giovani chiamerebbero flow. Distruggendo i cliché romantici Daniele Timpano ed Elvira Frosini suggeriscono cosa può, se non deve, essere il teatro contemporaneo: uno spazio dove le idee sono limpide ma non ci si pone deliberatamente limiti nell’articolarle. Dal mimo fino al dibattito col pubblico, purché tutto sposti lo sguardo, restando ironico e surreale e dunque serissimo.