Il malato (immaginario?) al confine dei tempi che cambiano

In Teatro

La lettura di Andrea Chiodi del capolavoro Molieriano trova – con ottimi protagonisti – e una chiara intenzione registica la via per raccontare il disorientamento. Tanto quello in cui é stato scritto, quanto la malattia del contemporaneo.

Nel tempo in cui il teatro di regia sembra passato di moda, o essere diventato sinonimo di soluzioni arditamente intellettualistiche pensate per una manciata di addetti ai lavori, il ritorno in scena del Malato Immaginario firmato Andrea Chiodi, che ha scelto il Teatro Giuditta Pasta di Saronno per riallestire e ricominciare la sua tournée, arriva come la via maestra di un’alternativa. Una lettura di un classico che sa coniugare fedeltà e – più che innovazione fine a se stessa – intenzione di collocarlo all’interno di un contesto, un quadro più ampio, che proprio per questo interroga anche l’oggi, e uno stato di malattia così tipico della contemporaneità. Malattia dell’anima, prima che di un corpo che qui viene immesso in un contesto enfaticamente igienico, tra un muro di piastrelle bianche e un wc, lo spazio di sfogo di tutti gli umori e le tossine corporali. E una vasca da bagno di Maratiana memoria, lo spazio in cui il protagonista muore (forse) e attraverso questa morte decodifica il futuro e gli equilibri che assumerà.

La malattia di cui si parla é, forse, allora, la malattia del potere di cui i medici sono l’emanazione, il morbo di chi vi si fa vassallo di chi vi aspira. Il parossismo di controllo del mondo – a partire dal proprio, piccolo, che qui ha i panni di una figlia da maritare soltanto alle proprie condizioni. Lo spazio del corpo diviene cosí una metafora dello spazio da gestire tutelare, proteggersi dal suo stesso tradimento, piegando il mondo (vite altrui e parentele da acquisire) all’esigenza di salvaguardare lo spazio sacro (etimologicamente, separato) del corpo del padre padrone, che a sua volta diventa campo manipolato (fin dove gli serve per guadagnarci) dall’aristocrazia dei sapienti. L’interpretazione misuratamente emotiva di un Tindaro Granata che si sta cucendo con cura addosso una parte per lui forse insolita, svela un tratto sottile e niente affatto banale di questo personaggio, nella sua grottesca ostinazione, la sua tragica e disperata solitudine di uomo in balia di se stesso, divorato dal bisogno di essere visto, riconosciuto, vezzeggiato (premiato?) quanto più grida nei suoi capricci. E che tuttavia fa sorgere da questo malessere una mania che colpisce, con lui, gli altri. Una malattia della psiche di cui, tuttavia, il malato si alimenta e si compiace, un male da cui è apparentemente piegato e che nei fatti lo sorregge. Della malattia come misura della realtà si sorride con angoscia di chi ne avverte – a ben guardare – gli echi a distanza di più di tre secoli – osservando uno stato di cose a cui solo la solida serva Tonina di una centratissima Lucia Lavia (nelle date milanesi, sostituita da Francesca Porrini) prova a far da contraltare, senza sottomettervisi.


La regia di Chiodi aggiunge poi a questo lavoro uno slittamento che dialoga in modo acuto con la storia del testo Molieriano: se, in alcuni casi, si è voluto intravvedere l’autore nella figura del fratello del protagonista Beraldo – qui un precisissimo Angelo Di Genio, inserito come la voce della lucidità per mettere alla berlina la casta dei medici e smascherare le follie da cui il malato è governato – Molière, invece, qui è proprio Argante. Non solo perché quella è la maschera che l’autore stava indossando nel momento in cui morì in scena, ma perché ne rispecchia le sofferenze e le angosce. L’oggetto è il suo presente di artista e di teatrante intenzionato a usare la commedia come strumento di pensiero e costretto a interrogarsi sulla sua funzione in un tempo affamato invece di “danzette” e corpi spogliati ed esibiti. Gli stessi  che lo stesso spettacolo mette in scena in guepiere, in una apertura di sipario disturbante solo nei suoi toni cupi, ed istruttiva se la si legge come il compiacimento di un desiderio di fronte a cui Moliere si dispera nella lettera al re che Chiodi interpola, per bocca di Argante, come unica aggiunta alla fedeltà attenta al testo originale tradotto da Angela Demattè.

Emanuele Arrigazzi, Alessia Spinelli, Nicola Ciaffoni, Emilia Tiburzi, Ottavia Sanfilippo sono i corpi altri, in una varietà di figure che il teatro spesso predica e raramente realizza, e si muovono inelle scene in bilico tra bianco clinico e nero esistenziale di Guido Buganza, e nei costumi tra contemporaneo e vezzoso di Ilaria Ariemme, a loro volta costretti a piegarsi alle manie come ai balletti innocui che il nuovo gusto esige. Ciascuno di loro è però puntuale e necessario alla radiografia – è proprio il caso di dirlo – di un malato che da individuo si allarga fino al teatro e poi alla società stessa. Se al tempo di Molière, la cesura era la sostituzione, da parte del re, del vecchio commediografo con il più giovane e leggero Lulli, e l’idea di commedia che portava con sè, con una lettura tanto autonoma quanto efficacemente e lucidamente portata sul palcoscenico, questo Malato Immaginario aiuta a domandarsi da che parte collocarsi lungo una cesura tra vaudeville e dramma psicologico portati nella realtà, razionalità e follia, e – in fin dei conti – un’idea di mondo apparentemente al tramonto e una da squadernare. Con tutto il carico di paura che – come questo spettacolo – si traveste di ironia e leggerezza ma – mentre si ride, sedimenta il dubbio.

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