L’affascinante testo di Linda Dalisi riporta Latella nel suo studio sulle figure dell’immaginario contemporaneo a una chiarezza di intenzione e di resa in cui il suo estro riesce a rendere giustizia (quasi) del tutto, regalando tridimensionalità a una figura emblematica del cui nuovo sguardo abbiamo ancora bisogno.
Di cosa si è nutrito l’immaginario di chi è stato ragazzo al tramonto dello scorso millennio, più che degli anime e dei fumetti? La creazione muove – forse inevitabilmente – dai riferimenti maturati in quell’età, e dunque Antonio Latella ha deciso da qualche anno di riattribuire loro la propria cifra artistica. Quest’anno, e fino al 20 novembre, al Piccolo Teatro è il turno di Lady Oscar, o meglio, soltanto Oscar, che porta già in sé una varietà di temi e significanti molto fecondi per qualsiasi artista: è il simbolo non solo di una comunità, ma anche di ogni persona stretta tra dovere e sentimento, identità e legge formale, desiderio e confusione. E la voglia – almeno così sembra suggerirla il lavoro in scena sul palco del Teatro Strehler – forse dolorosa di liberarsi da tutte le endiadi, del personaggio che il desiderio prevaricante di un uomo le ha messo addosso ma di cui, del resto, forse non vuole disfarsi, ma riappropriarsi a se stessa in modo compiuto. Il lavoro di Latella con Linda Dalisi, conseguentemente, la trova, all’apertura del sipario, in un campo, dimentica di sé e di un passato da ricomporre per piccoli frammenti, tanti che, sulla fine dello spettacolo, finiranno quasi per sommergerla, insieme a tutta la corte di cui diventa un centro gravitazionale, in cui è costretta a operare un continuo esercizio di rispecchiamento in cui perdersi e ritrovarsi, e afferrare solo parti di sé.
L’ardita scelta registica che la fa muovere come dentro a una gabbia sfavillante e davanti a un enorme specchio, nella scena di Giuseppe Stellato, diventa quindi suggestiva e al tempo stesso leggibile, una sintesi non sempre facile da ottenere. Precisa e vincente anche la scelta di aver affidato il raffinato rigore del capitano delle guardie, stringendola come fanno i costumi di Graziella Pepe nell’uniforme bianca ad alamari d’ordinanza a una Sonia Bergamasco sulla cui postura (e sui cui colori) sembra essere scritta: l’incontro con il talento di un interprete di questo livello dà vita a un’interpretazione incisiva ed elegante, composta senza diventare fredda. A far sembrare Oscar una figura solenne anche negli slanci di sincerità, contribuisce il suo muoversi, nel riavvolgere la memoria, in una corte da operetta, che non a caso impiega cantando la gran parte del proprio tempo. Oscar stacca dal resto, tra una regina bambina, Beatrice Verzotti, travolta dal bisogno del gioco mai avuto, di riscattare gli impulsi che il ruolo le ha vietato, un padre di cui fin dalla sigla del cartone si sa quel che serve, e che in effetti sfuma, tra incubo e aspirazione, nella nemesi Robespierre, Massimiliano Speziani, e un André – Nicola Mastrobernardino – a tratti grottesco nell’essere parte del sistema che lo ha prodotto.
Una galleria di figure la cui chiave di lettura e potenziale disinnesco viene offerto da quel che accade fuori dal palazzo, da una realtà scissa come due donne che non potrebbero essere più diverse, Jeanne e Rosalie, Giulia Mazzarino e Giulia Hatfield di Rienzi. L’una che vuole far parte del sistema del potere fino al punto di appropriarsene, l’altra costretta persino a vendersi ma che – quando Oscar, emblema del riscatto, le offre una vita per appartenere al suo stesso sistema – desidera incidere, a costo di rifiutarlo, anziché interpretare un ruolo.
Tutti i personaggi sono – sembrano dire allo spettatore Latella e Dalisi – prigionieri della loro parte in commedia, ma solo chi ne ha la statura necessaria ed è in grado di mettere in discussione le proprie radici e la propria educazione al punto di metterla a servizio del popolo in rivolta, ergersi come la Marianna di Delacroix di fronte al prezzo da pagare, fosse anche la vita, dopo aver attraversato senza far sconti a se stessa, la complessità del contatto con quello che oggi si chiamerebbe mondo reale, con le lotte di chi vuole un mondo completamente rivoluzionato.
Oscar è uno spettacolo riuscito perché – oltre alla dedizione degli interpreti, le idee con le quali Latella si è accostato al testo sembrano qui più a fuoco e leggibili che in altri precedenti lavori (Zorro su tutti) e la volontà di imprimere il proprio estro artistico si traduce in una partitura (dei corpi, dei movimenti, delle luci e dei suoni, rispettivamente a firma Francesco Manetti, Simone de Angelis e Francesco Visioli) estremamente precisa. Che regge, insieme all’arco narrativo di un testo scritto con accuratezza stilistica, che infonde progressivamente più intensità e gravitas alle sue atmosfere, fino a che procede di pari passo, ovvero fino a che la chiarezza delle sue intenzioni parla per se stessa. Questa Oscar è radicalmente consapevole di essere un veicolo di libertà – e qui l’immaginario della lettura di genere si salda, inevitabilmente, con il significato liberatorio che Oscar ha per la comunità queer – e che quella consapevolezza può, forse deve, essere messa a disposizione di una generazione in cerca non di guide ma di modelli a cui volgere lo sguardo nel tempo delle incertezze. Soprattutto mentre la forbice sociale si allarga, e la realtà anche fuori dal teatro sembra essere uno specchio – parziale, deformato, evocato, proprio come in scena – di quello che sta accadendo sul palcoscenico, l’attualità e la forza di questa lettura di Oscar non hanno bisogno di essere spiegate più di quanto non lo faccia lo spettacolo in sé.
L’unica debolezza di tutto il lavoro, dunque, si rivela l’esigenza di dimostrare ai più giovani che è con loro che si sta parlando, prima esplicitando forma e linguaggio del fumetto e poi traducendo il finale in un rap, che anziché essere la pura dimostrazione autorale di voler tenere insieme altri linguaggi, sembra voler assurgere a metafora del linguaggio dei giovani, rischiando però di fare l’effetto del «Bismillah les ténèbres» che proprio in questi giorni ha svelato un adulto che vuole farsi credere ragazzo. L’obiettivo e l’interlocutore in realtà sono già chiari, in uno spettacolo che con intelligenza mette al servizio del significato tutta la trama del conflitto sentimentale, del desiderio sfumato che corre tra Oscar e la regina, e poi tra Oscar, la regina e Fersen, Alessandro Bay Rossi, cui forse il capitano guarda come tramite, e ancora una volta specchio di una se possibile rispetto alla sovrana stessa, (ancora una volta, la comunità LGBT+ porta, su questo, un immaginario e una mole di scrittura sterminata, oggi), anche l’amore, gli amori, sono dunque una parte di quella parcellizzazione e complessità che Latella porta sagacemente in scena ed esplicita in rivendicazione di una donna del tutto padrona di sé anche nelle fragilità: «volete farmi a pezzi per non affrontarmi intera».
Avrebbe forse avuto più forza non operare un ulteriore passaggio di tono rispetto alla morte di André, amore mai saputo vedere e infine ritrovato, memoria indelebile di più di una generazione, e alla chiusura dai toni epici di chi è pronto a prendersi sulle spalle il peso della storia che verrà dopo di lei, dalla presa della Bastiglia fino a oggi.
ph. © Manuela Giusto