Latella e Balucani per un inno nomade di linguaggio e legami

In Teatro

FOTO © KAREN RIGHI

Antonio Latella firma la sua terza regia della stagione con il testo di Carolina Balucani, primo capitolo di una trilogia dedicata alle drammaturghe umbre. Un dialogo serrato tra fratello e sorella in una lingua ibrida e nomade, che diventa nelle mani del regista una lezione magistrale sull’arte dell’attore: autentica proprio perché “ogni volta più falsa, ogni volta più vera”

… e così siamo a quota 3! Antonio Latella firma la terza regia nella stessa stagione! Dopo il classico tra i classici shakespeariani Riccardo III e il personalissimo omaggio al mondo dell’amato Testori in Gli Angeli dello Sterminio, affronta ora una drammaturgia contemporanea con Bùbaro dei Bùbari.

In tre stili quasi antitetici, difficilmente riconducibili a un’unica matrice o alla stessa poetica, col solo comun denominatore del medesimo amore per l’attore, per la recitazione, per il piacere di scoprire la vita attraverso il teatro e/o il teatro attraverso la vita.

Ora la produzione dello Stabile dell’Umbria affida a Latella il primo episodio di una trilogia triennale che al Morlacchi di Perugia si intende come omaggio al territorio con allestimenti che valorizzino e facciano conoscere i talenti drammaturgici locali di genere femminile e del tempo presente (i produttori ironicamente sintetizzano il progetto nell’espressione autrice vivente).

Purtroppo la matrice territoriale blocca tali spettacoli nella regione d’origine e sarà difficile vederli circuitare in tournée. Motivo ulteriore per renderne conto e tenerne memoria. Il primo nome sotto i riflettori è quello di Carolina Balucani, classe 1981, laurea in legge, con esperienze attoriali e registiche (oltre che da autrice) di rilievo con Ascanio Celestini, Danio Manfredini, Martin Crimp, Daria Deflorian, Michele Placido, Letizia Russo. Il suo attuale Bùbaro dei Bùbari risulta costruito come un unico dialogo ininterrotto di 1 ora e 40 tra un fratello e una sorella dove più che una trama relativamente importante il merito precipuo va ricercato nella struttura del linguaggio e nella concatenazione tra le battute.

La matrice si riferisce ai toni e agli accenti dell’Italia centrale a nord di Roma, non una riscrittura del dialetto, ma – per dirla con la definizione dell’autrice – “una lingua nomade, sporcata dall’inflessione dell’ultimo luogo in cui si è fermata”, sonorità sicure e ben maneggiabili per i due protagonisti, Chiara Ferrara e Luca Ingravalle, attori d’origine umbra. Indossano costumi luminescenti, adatti anche pattinatori sul ghiaccio, e danno vita a un copione in cui si passa fluidamente dall’io dialogante alla terza persona descrittiva delle azioni che si vanno compiendo.

Si tratta di una coppia di fratelli zingari, dunque diversi per eccellenza, al momento fermi in un’area erbosa isolata e non loro. Lei, tra nostalgia e invidie, ha appena incontrato una compagna delle elementari, lui ha a che fare con un anziano vicino bloccato in casa in compagnia di un canarino. Si inizia con le istruzioni per l’abbigliamento e l’atteggiamento adatti a un mendicante come all’inizio dell’Opera da 3 soldi per approdare alle atmosfere pinteriane del teatro della minaccia in spazi chiusi e claustrofobici, con potenziale intervento di intrusi e di forze esterne non definite e oscure.

Al centro del contendere i temi della solitudine, della sopraffazione, delle differenze tra i legami di sangue e quelli sociali, fino alle diverse soluzioni esistenziali nei risolutivi monologhi finali in cui la sorella veste quello stesso costume disneyano di Biancaneve che aveva sottratto, bambina, in una recita scolastica. I due agiscono in un palco vuoto, spazio libero segnato da pochi elementi essenziali, un’enorme scritta di neon verticali incombente in scena “Sta Cazzo di Terra” un’altra a terra appoggiata al proscenio “Mare”, un vaso di ginestre, una grande bobina, un telefono rosso, gli stessi elementi previsti anche per la scena del secondo spettacolo della trilogia delle autrici viventi.

Il magnifico lavoro di Latella si è concentrato sugli attori, nel trovare e nel guidare le loro azioni e le intonazioni adeguate a sostenere sia le sonorità che il significato delle specifiche battute, delle singole sillabe, in modo che sapessero esattamente in ogni momento come esprimere il senso e i perché del proprio agire e recitare. Fino al capolavoro dei monologhi di chiusura-spettacolo quando la parola scritta e pronunciata a pezzetti trova mirabile completezza di significato solo a compimento della frase composta dagli altri frammenti da ricollocare nella logica voluta nella catena autrice-regista-attore.

Non solo prova impegnativa vinta in toto dagli interpreti, ma un’esperienza che sicuramente segnerà la loro futura carriera. Nelle poche righe di note di regia Latella testimonia di “un universo che mi ha insegnato a mentire per essere creduto”, e porta lo spettatore a credergli proprio per l’autenticità che sa trasmette attraverso la menzogna, ogni volta più falsa, ogni volta più diversa, ogni volta più vera.

Foto in evidenza © Karen Righi

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