Una spietata ed evocativa fotografia di un presente che sta perdendosi, le Variazioni Sul modello di Kraepelin usano la metafora dell’alzheimer e un grande Fabrizio Bentivoglio per metterci allo specchio
Un orologio che corre all’indietro e poi un basso stordente. Inizia così Variazioni sul modello di Kraepelin, in scena Per un mese al Piccolo Teatro. Poi le luci sfarfallano, si annuncia un’apocalisse: la memoria dell’individuo e insieme l’identità della società.
Il nome del medico che diede il nome alla patologia dell’Alzheimer, riconoscendo forma e processi di una demenza degenerativa, diventa sulla scena uno strumento per identificare con precisione clinica, ma attraverso il linguaggio dell’immaginario lo stato di salute dell’umanità tutta, senza timore di rispecchiare il caos di una memoria che va perdendosi. A fine spettacolo importa il giusto ricomporre il filo di una storia, che pure esiste, nei frammenti di una mente tanto più lucida quanto più procede nella sua confusione. È bastata forse la prima immagine: quella di un bambino vecchio che chiama suo padre e di un giovane uomo che impara la cura goffamente, con tutta l’impazienza e la fatica di chi non ha dovuto conoscerla.
A partire da questa istantanea così propria del quotidiano di ormai sempre più di noi Davide Carnevali traccia uno spettacolo esteticamente visionario e drammaturgicamente ardito, dove la vicenda singola due uomini alla ricerca dei pezzi di se stessi, da ricomporre in una forma riconoscibile, diventa una metafora di giorni, settimane e mesi in cui sentir parlare di 80 anni di guerra non suona più come un simbolo suggestivo. Del resto, nella forma di macchiette patetiche in divisa che si sovrappongono a uomini non più padrone di se stessi, la guerra innerva tutta la drammaturgia, non come l’osceno armamentario della retorica bellica intesa come della battaglia con la malattia, ma come la condizione esistenziale di tempi che si ripetono identici dagli stessi anni da cui credevamo che fossero finiti. Ed è forse proprio nell’oggi che si esplicita il riferimento: perché il corpo anziano a cui sta sfuggendo se stesso non è più quello di un uomo come tutti, ma quello di un Europa ormai incapace di assolvere alla sua funzione pubblica. Così anche il tentativo di fissare le particelle di una vita recuperata a spizzichi e bocconi – come il figlio, cerca di fare attraverso una telecamera su suggerimento di una eterea figura di donna, un po’ regista del mondo un po’ angelo della della morte – è un esperimento in cui quelle riprese sono uso del figlio e non del padre, e potrebbero trasformarsi nel velleitario tentativo di tenere vivo un racconto di cui la realtà sta facendo saltare tutti i codici di razionalità e di senzatezza.
L’omo incarnato da un meraviglioso Fabrizio Bentivoglio sovrappone ormai immaginario reale, fragilità concreta e autonarrazione bellicosa, consapevole con una misteriosa precisione che forse l’unico modo per sopravvivere alla guerra, in tutte le sue forme e imporsi dimenticarla, lasciar bombardare il campo della propria mente. “Io avrò perso il senno ma questa terra ha perso la memoria” dice il protagonista in un lampo di teatrale spietata lucidità, mentre il filo anche narrativo sfilaccia. Eppure se non c’è una logica “questo non vuol dire che non ci sia una verità”- sintetizza un testo capace di chiese luminose e potenti. Una verità dei corpi sempre più prossimi alla morte e sempre più infragiliti, mentre invecchiano e si consumano in mezzo alle guerre in ogni forma che poi sono, si suggerisce, sempre la stessa. Lo stesso copione in cui le parole si ripetono anche ossessivamente, come particelle di cui si può cambiare il tono e la composizione ma non la sostanza o l’esito.
Il figlio dell’intenso Simone Tangolo ha la sola alternativa di farsene carico come può, dando fondo alle proprie riserve di empatia e supplicando l’aiuto della figura multiforme di una Camilla Semino Favro qui quasi guittesca pur nel suo essere niente affatto ironica. Questo spettacolo, scenicamente lavorato quanto narrativamente denso, pur essendo stato scritto da più di un decennio fa eco con una sconcertante esattezza allo stato d’angoscia consapevole da cui siamo oggi tutti abitati, facendone però uno strumento drammaturgico non pedestramente mimetico. Ci dice dove siamo con l’articolata visionarietà del palcoscenico, mostrandola accumularsi psichico delle rovine. Mentre Veloce come quello sulla scena, procede l’orologio della fine del mondo immaginato da dagli scienziati della rivista Bulletin of the Atomic Scientists dell’Università di Chicago, nel rallentarne la corsa, come accade a un uomo che invecchia, adattandosi al tempo che serve a raccontarlo e a riconoscerlo, forse c’è ancora la speranza di poterlo cambiare. In fondo la storia individuale, come quella collettiva, è fatta di uomini che provano, come sanno, a capirsi.
ph. Masiar Pasquali