Il mistero e il pericolo, la metamorfosi e l’abbandono: dentro “Autoritratto in verde” – il nuovo romanzo di Marie Ndiaye pubblicato da Prehistorica – una galleria di donne si affaccia alla coscienza della voce narrante. Nessuna rassicura, ciascuna è ambivalente: tutta la realtà, così, assume una doppia connotazione. Ciò che accade realmente si mescola con la temperatura del sogno, del desiderio e dell’apparizione. E in una tessitura densa e cedevole, fatta di testi e di immagini, si compie il viaggio simbolico nella definizione della femminilità.
Chi sono le donne in verde che decidono di apparirle? Forse fantasmi che non hanno intenzione di andarsene. O creature stregate che ammalano inevitabilmente chi gli sta intorno. Oppure, ancora, forme deteriori di una perenne divinità fluviale.
Siamo, in fondo, sempre vicini alla Garonna, e la Garonna – ce lo dice, Marie NDiaye – è un fiume femmina: dotato di quell’intemperanza e di quella dolenza che ben si attaglia alle più antiche manifestazioni del sacro femminino (ninfe, sirene, anguane che siano).
È un romanzo singolare, Autritratto in verde, uscito per Prehistorica Editore con la traduzione di Antonella Conti e la postfazione di Ornella Tajani: denso, onirico, mai rassicurante, attraversato da ritualità e turbamenti privi di soluzione.

La voce che parla di sé, e della sua vita nel paese che conta le ore considerando le piene dell’acqua, non pronuncia mai il proprio nome: quasi un atto scaramantico, un gesto di protezione estrema, pur nella formulazione dell’intero arco delle inquietanti, inesplicabili apparizioni che accompagnano tutta l’esistenza della protagonista.
Verdi sono gli occhi dell’orchessa della scuola materna. Verde il vestito della donna che la guarda dalla finestra di casa – e che la sfida, la accoglie, la elude, benché sia già morta da una decina di anni.
Verdi gli abiti della nuova moglie di suo padre: metamorfica e crudele, passata dalla condizione di migliore amica a quella di vanitosa e potente matrigna.
Verde, ancora, è il cappello della donna che ha sposato l’ignaro Ivan, e che torna a mostrarsi, a bussare alle porte, a esibire la propria ritrovata bellezza – nonostante risulti, a un certo punto, ritrovata impiccata.
E, infine, c’è la madre: l’archetipo originario di ogni possibile disorientamento.
“Per un attimo ho la sensazione che lo sguardo di mia madre non sia all’unisono con il suo sorriso, che in quello sguardo lievemente deformato dalle lenti aleggi una sorta di inquietudine, perfino di sgomento. (…) E all’improvviso, mentre il mio sguardo si ferma sui polpacci sottili di mia madre avviluppati nei collant luccicanti, sui fianchi che ondeggiano con vigore, scopro che mia madre è un genere di donna in verde ancora mai incontrato”
Di tutte queste creature Marie NDiaye dissemina indizi: ciascuna è, a suo modo, un archetipo, e del divino conserva il mistero, la potenza della seduzione, l’evitamento, la capacità di scomparire lasciando dietro di sé domande che scuotono ogni presunzione di sicurezza interiore.
Si ha allora sempre la sensazione di sfiorare, in ciascuno degli incontri che vengono registrati dalla voce narrante, una qualche incandescente rivelazione, molto profonda, spesso scomoda, subito negata.
Nelle fotografie che accompagnano Autoritratto in verde (che è, di fatto, un foto testo), nessuna immagine concorre a spiegare, nessuna immagine illustra, nessuna immagine racconta ciò che le parole dicono: c’è, invece, un ulteriore grado di disconferma e di destabilizzazione. Chi è chi, in che tempo scorre il racconto fotografico, a quale episodio si riferiscano, sono tutti elementi di ulteriore un ulteriore spaesamento controllato.
Sicuramente le fotografie appartengono alla narrazione, così come il contrario: ma la loro segreta corrispondenza (secondo i canoni del ben noto Simbolismo) si attiva per garantire ancora altre possibilità di deduzione, altre supposizioni plausibili, cioè per mantenere alta la tensione intorno al tema cardine di tutto il romanzo – ovvero il rapporto tra alterità e identità all’interno del legame madre-figlia, donna-donna, donna-madre.
C’è un mistero che altro non è che il nucleo profondo della definizione del femminile, che porta con sé lo spavento (fondativo) dello scoprirsi incapaci di conoscersi, di accettarsi, di perdonarsi.
In questo, la scelta di Marie NDiaye di guardare alle narrazioni del fantastico è estremamente efficace, poiché lascia a ciascuno sguardo la possibilità di arredare e abitare quella comune, radicale inquietudine con i propri fantasmi. E di parlarci.
Foto di Baran Lotfollahi su Unsplash