Jorge, capitano pieno di dubbi, contro i golpisti cileni. Tra storia e fiction

In Cinema

“L’hangar rosso” del documentarista Juan Pablo Sallato, applaudito alla Berlinale, è ambientato l’11 settembre 1973, tragica data del colpo di stato di Augusto Pinochet, che aiutato dagli Usa rovesciò il governo di Salvador Allende. E lo uccise. In tale drammatico contesto, tra molte incertezze si muove il capitano Silva (l’ottimo Nicolas Zarate). Ma non è un eroe, solo un uomo che si trova stretto tra il rispetto della divisa, l’abitudine a ubbidire agli ordini, e il bisogno di non smettere di pensare con la propria testa. Soprattutto se il potere si mostra cieco al minimo rispetto dei cittadini e della libertà

Santiago del Cile. È la notte tra il 10 e l’11 settembre 1973. L’hangar rosso di Juan Pablo Sallato, passato alla 76a Berlinale e in arrivo nelle sale, parte da qui. Da una data per molti impossibile da dimenticare. Il governo democratico di Salvador Allende ha le ore contate. Si sta organizzando il colpo di Stato che porterà al potere – con il sostegno degli Stati Uniti – il generale Pinochet e aprirà la strada a una delle dittature più feroci del Sud America. In un’accademia militare poco distante dalla capitale cilena, il capitano dell’aeronautica Jorge Silva riceve ordini molto espliciti: aprire le porte del centro di addestramento cadetti che dirige e non fare domande. Arriveranno ben presto le tragiche notizie del golpe in atto. E arriverà un numero crescente di prigionieri, sempre più giovani e sperduti. E poi le urla dei torturati, le grida degli aguzzini, il silenzio della morte. Arriverà molto presto il momento di decidere da che parte stare. Qualunque sia il prezzo da pagare.

È costruito come un thriller incalzante e claustrofobico, ma con la gelida eleganza in bianco e nero di un noir d’annata, Hangar rosso. Un film essenziale e doloroso che esplora la storia, e la nostra memoria, evitando didascalie e tronfi discorsi moralistici. Il capitano Jorge Silva non è un eroe, non è un cavaliere senza macchia e senza paura: è semplicemente un uomo con una divisa addosso, che si ritrova stretto tra l’amore e il rispetto per quella divisa, e una radicata abitudine a ubbidire agli ordini, e l’insopprimibile bisogno di non smettere di pensare con la propria testa, soprattutto nel momento in cui l’esercizio del potere sembra farsi sordo e cieco a ogni idea di rispetto anche minimo dei diritti dei cittadini, della giustizia e della libertà.


Il capitano Silva (interpretato dal bravissimo, magnetico Nicolás Zárate) è ispirato a un personaggio davvero esistito ed è da un libro autobiografico (Disparen a la bandada di Fernando Villagrán) che hanno attinto lo sceneggiatore Luis Emilio Guzmán e il regista, il documentarista Juan Pablo Sallato, alla sua prima esperienza nel lungometraggio di finzione. Proprio tra finzione e realtà si muove questo film teso e conciso, anche nella durata, che sceglie di tallonare i personaggi e ascoltare i loro dubbi, facendoci respirare la loro stanchezza, la paura, lo smarrimento, e insieme il desiderio di non arrendersi alla brutalità, la capacità di assumersi le proprie responsabilità. Costi quel che costi!

Un tema che certo non ha perso importanza, in questa nostra epoca sempre più esposta ai venti neri e turbinosi della storia. Perché gli interrogativi morali non dovrebbero essere solo argomento di astratto pensiero filosofico, ma anche e soprattutto materia incandescente di azione e riflessione quotidiana, capace di farsi antidoto alle derive autoritarie e al desiderio – ahimè umano, fin troppo umano – di trovare soluzioni semplici, e spesso nefaste, a questioni sempre più complesse e drammatiche.

L’hangar rosso di Juan Pablo Sallato, con Nicolás Zárate, Boris Quercia, Marcial Tagle, Catalina Stuardo, Aron Hernández