I maestri delle fiabe e i frammenti del nostro tempo

In Teatro

Gli allievi del master del Piccolo Teatro riscrivono favola e fiaba tra il corpo, Propp e Pistoletto

«Eppure amo il mio tempo perché è il tempo in cui tutto vien meno, il tempo della bellezza in fuga, della grazia. Proprio per questo, il tempo della fiaba» Parafrasano Cristina Campo, gli allievi del master del Piccolo Teatro di Milano che si sono mossi tra favola e fiaba, tra il corpo e Propp, esplorando e mettendo alla prova, spesso squadernandolo, lo spazio per eccellenza degli archetipi, per lasciarsi «sorprendere dall’imprevedibile» come ha suggerito loro il preside Andrea Chiodi, con l’ambizione di creare una favola del domani, compito affidato loro dal primo dei Maestri del master Michelangelo Pistoletto, le cui parole in cui l’arte diventa proposta hanno aperto le due restituzioni andate in scena al Teatro Strehler per quanto riguarda il primo capitolo Once Upon a Dance guidati da Cristiana Morgagni, coreografa danzatrice e allieva di Pina Bausch, e al Teatro Studio Melato quando invece si è accompagnati da Fabio Condemi è dalle mani e dalle parole di Fabrizio Sinisi e Simona Gonella si è passati invece al teatro di parola.

Vale la pena citarli tutti e subito, gli allievi, Alessandro Ambrosi, Sem Bonventre, Ivan Graziano, Ilaria Marchianò, Benedetta Margheriti, Marco Mavaracchio, Pasquale Montemurro, Giulia Prevedello, Carolina Sala, Rebecca Sisti, Giulia Sucapane e Johannes Wirix-Speetjens, perché ovviamente pur nella giovane età si è davanti ad artisti dal percorso compiuto, in qualche caso già in carriera, e resta solo da misurare la fiducia alla prova del palcoscenico, essendo disposti ad osservare il loro sguardo sul mondo. Uno sguardo che coglie il senso delle cose nei tragitti, proprio come una Milano nelle sue contraddizioni di oggi attraversata però col bianco e nero di un film, come si apre e si chiude la seconda della messa in scena, nel mezzo c’è una decomposizione delle forme date della fiaba, il suo rovesciamento e persino la sua messa in ridicolo fatta di principi stanchi e di corpi come parte di un tutto, nella prima delle due serate sotto la guida di Alessio Maria Romano e Marta Ciappina.

Se oggi è ancora più stretto a dirlo, c’è bisogno di arte come capacità collettiva, la loro generazione cerca almeno questa via per mettere in discussione ciò che a loro è stato affidato come codificato, dando spazio alla ricerca dei corpi anche frenetica (che, sulla scena, richiede più studio dell’ordine), mentre il verbo è significante, eppure non hanno bisogno di essere in contesto per lasciare suggerire senso e autentico dialogo, un po’ come avviene in certi lavori di Caryl Churchill, in cui bastano due parole come caffettiera e blu per costruire un racconto. Il primo dei due appuntamenti mette nella cornice del teatro danza una corsa di frammenti che si muovono tra il tabloid e il musical, per sabotare i topoi e crearne di nuovi in cui ad esempio le principesse si riprendono spazio riscrivendo anche le filastrocche che erano servite per raccontarne l’inadeguatezza. Il palco del Teatro Strehler diventa così luogo di incubi e sortilegi, ma soprattutto di figure nuove che possono sembrare una passerella di maschere ma qui affidare un nuovo “vissero felici e contente”.

Mentre nel primo spettacolo si è evoluto rovesciare l’importanza delle parole, il secondo muove non solo da esse ma dalla loro analisi, l’antropologia della fiaba di Propp. La frammentazione qui segue la suddivisione in funzioni dello studioso incarnando i ruoli esattamente come succede in teatro, prendendo questa volta a prestito parole di altri per offrire un nuovo significato per decodificare quel che dalla fiaba sta al di fuori, così accanto alla profezia occulta di Nick Lang o alle immagini di Antonio Moresco, Biancaneve si specchia in Alan Turing, con cui condivide la mela che forse lo uccide, lo Stregatto osserva con un ghigno un amore che trova il modo di pronunciare il suo nome attraverso la crittografia, e la fata turchina ma anche il principe azzurro sono ormai diventate un chatbot. Il tempo dei Barbablù e delle spose diciassettenni, in cui le bestie si rivelano gli esseri umani che sono fin dall’alba della loro storia, bisogno di ricorrere alle fiabe nelle loro versioni più cupe e autentiche, non edulcorate, ma suggerisce anche che si può ancora spezzare l’incantesimo sfruttando la strega nel forno, o forse perché c’è una Gretel che sceglie di non farlo?

Il secondo spettacolo è complesso e stratificato quanto il primo era denso, e dimostrano la possibilità di essere un luogo di semina destinato a frutti potenzialmente originali partendo da un linguaggio che è la metafora esatta della umanità nel suo luogo più congeniale. Un lavoro importante, ma che chiede al sistema che lo ha prodotto quello che uno dei più sapienti manipolatori di favole, Italo Calvino, ha posto al termine della sua forse più famosa, certamente più potente metafora del mondo. Prendere – in questo caso – questi talenti e queste intenzioni e “far durare e dargli spazio”.