Quanta Roma, quanto cinema, letteratura e arte, quanti incontri tra il dopoguerra e gli anni ’70 in questa puntata del Lettore curioso… Che sceglie anche di cominciare un lungo viaggio in compagnia di Jane Austen e consiglia persino poesie d’amore, qualora ci si ricordasse di San Valentino…
Seconda puntata del nuovo “lettore curioso”. Frutto di letture e riletture del tempo festivo e dei miei soggiorni romani. Il prossimo mese, fra gli altri, Enrico Deaglio, Goffredo Fofi, Julian Barnes, Osvaldo Guerrieri, Cecil Beaton e molta Sardegna. Buona lettura.
LE RECENSIONI

Chico sulla Nomentana. Roma tra il 1953 e il 1954, vista con gli occhi di un ragazzino brasiliano che si è trasferito in Italia con la famiglia perché il padre, storico apprezzato, ha ottenuto un incarico biennale all’università La Sapienza. I vagabondaggi e le acrobazie in bicicletta, il pallone di cuoio che usa per giocare con l’amico Amedeo figlio del fruttivendolo comunista, i campionati del mondo di calcio visti con il viso incollato alla vetrina di un negozio, la scuola americana dove un insegnante irlandese gli palpa il sedere e il papà di un compagno per metterlo alla prova gli fa fare lo spelling di Massachusetts, le festine (una volta a casa dell’amico Carlo, vedi alla sezione “citazioni”, si ritrova a ballare un valzer con Alida Valli) e l’amore blandamente infelice per la bionda Sandrene che non se lo fila. C’è un sapore agrodolce di nostalgia e di scoperta, in questo seducente memoir di Chico Buarque, cantautore tra i dieci da portarsi nell’isola deserta e scrittore più che notevole (io ho letto Budapest, Il fratello tedesco e Quella gente, tutti editi da Feltrinelli, e li consiglio). La scoperta, se non della Città Eterna (ma c’è il ricordo orrorifico di Pio XII, vero pezzo di bravura, anche questo lo trovate nelle citazioni), almeno del quartiere Trieste e della Nomentana, luoghi che conosco bene, il mio perimetro quando sto a Roma. Villa Paganini dove gioca, Villa Torlonia «dove Mussolini abitava pagando una lira di affitto», il ristorante Il Glicine (esiste ancora, in corso Trieste 103) dove la famiglia Buarque de Hollanda pranza la domenica e dove Chico in bici va a prendere le pizze da portare a casa. E l’italiano? Lui che frequenta la Notre Dame International School lo impara cercando di decifrare le prime pagine dei quotidiani esposte all’edicola (la morte di Stalin, il caso Montesi, il suicidio del presidente brasiliano Getulio Vargas), giocando al giro d’Italia con i tollini (il suo mito è Fausto Coppi), vedendo al cinema Pane amore e fantasia e Roma città aperta (nel film di Rossellini c’è posto anche per uno scampolo di Brasile quando alla radio suonano un mambo che fa “Laggiù a Capo Cabana / A Capo Cabana / La donna è regina / La donna è sovrana”). Poi ci sono i libri (i romanzi di Emilio Salgari contesi ai fratelli maggiori) e la radio, imparerà a cantare Luna rossa per le domestiche. Rientrato in Brasile e diventato musicista, Chico Buarque tornerà spesso in Italia: nel 1969 in esilio dopo essere stato arrestato dalla dittatura militare, nel 1981 e nel 2011 al Club Tenco che lo ha premiato, e in questo memoir un’ultima triste volta, per ritrovare i luoghi dell’infanzia. Il nostos è una brutta bestia, perché il passato è terra straniera, la casa dove stavi è diventata un rifugio di escort e malavitosi russi e l’amico Amedeo, clochard e alcolizzato, tra un rantolo e un brivido di freddo, ti dice di tornartene a casa, figlio di puttana.
Chico Buarque, Bambino a Roma, traduzione di Roberto Francavilla, Feltrinelli, 2025

Quando Peppino Amato diceva “après”. «I turisti che cominciavano a tornare in Italia nel secondo dopoguerra erano ammirati e perplessi, e la perplessità era direttamente proporzionale alla meraviglia. La velocità con cui gran parte degli edifici danneggiati erano stati restaurati e le rovine occultate appariva a tutti sbalorditiva, anche se le ricostruzioni, viste da vicino, sembravano discendere direttamente dal talento scenografico degli italiani, imbattibili nel sembrare più che nell’essere». Con una capacità affabulatoria che lascia incantati Stefano Malatesta (1940-2020) racconta il lungo periodo, tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni ‘70 del secolo scorso, in cui Roma contese vittoriosamente a Parigi il ruolo di città più vivace d’Europa.
C’è la tribù dei cinematografari illetterati e rozzi, «personaggi inattendibili, notoriamente bugiardi ma indispensabili, immortalati in una famosa battuta di Ennio Flaiano: “Si fa il film, certo, certissimo, anzi probabile”. Il più famoso tra loro è stato Peppino Amato. Andando a Parigi diceva di aver preso l’Air Fresh e tornando da Atene raccontò che gli era rimasto impresso il Pordenone in cima alla collina». Produttore di Roma città aperta e, se non ricordo male, della Dolce vita assieme al vecchio Rizzoli, Amato alle prese con le lingue sembrava Totò. E se al momento della firma era capace di dire a un attore americano: «You sign, I sign, you don’t sign allora diche you affancul», il meglio lo dava con il francese. Come quando al Ritz di Parigi, ordinato un caffè in stanza, al cameriere che bussava disse «Après», meravigliandosi che quello battesse in ritirata.
Cinematografaro è uno dei neologismi che Roma ha regalato alla lingua italiana, assieme a vitellone e a paraculo. «Sembra che venga dalle imbottiture dei calzoni che le mamme previdenti preparavano ai loro figlioli, ragazzini di quattordici quindici anni e già distinti ladruncoli, specializzati nel furto con salto. Questi si nascondevano nelle vicinanze di qualche strada in salita, dove arrancavano i camion stracarichi di merci. Aspettando il momento favorevole, saltavano con un balzo nella parte posteriore del camion e cominciavano a svuotarlo lanciando i pacchi ai compari rimasti in strada. C’era sempre la possibilità di fare una brutta caduta, e quei pantaloni imbottiti servivano ad attutire il colpo e a evitare danni peggiori». Se non è vero è molto bene inventato.
C’è poi la tribù degli artisti, con deliziose malignità: gli amanti di Palma Bucarelli direttrice della Galleria d’arte moderna soprannominati “Palma il giovane” e “Palma il vecchio”. E altrettanto deliziosi incontri: Marcel Duchamp e Tristan Tzara che si ritrovano e si abbracciano, a molti decenni di distanza dall’avventura dadaista, alla galleria La Tartaruga di Plinio de Martiis. Sfilano, pagina dopo pagina, Cy Twombly innamorato del barocco romano e ospite del barone Giorgio Franchetti. Il geniale e tormentato Tano Festa, che con il suo aspetto da «ubriacone da osteria, con i calzoni retti con un filo di ferro al posto di una cinta e il vestito tutto chiazzato di macchie, faceva stringere il cuore a molti». Il meticoloso Jannis Kounellis e l’affabile Sebastian Matta. Lo strafottente Gino de Dominicis che «attraversava Roma avvolto da un ferraiuolo nero lungo fino ai piedi e in testa calzava una bustina di astrakan come il Dottor Zivago» e che una volta rispose a un intervistatore incauto e banale che gli aveva chiesto come dipingesse: «Se il quadro è piccolo, da seduto. In piedi, se è un quadro grande». Mario Schifano al quale un critico (il nome non è fatto, ma si tratta forse di Achille Bonito Oliva), mentre l’artista è in bagno, sottrae da un barattolo una manciata di coca facendosene un cartoccetto.
Assieme agli artisti, i cacciatori di falsari come l’autodidatta Pico Cellini il quale davanti a uno sbigottito Ranuccio Bianchi Bandinelli, all’inaugurazione del museo di Palazzo Venezia, lecca la superficie di un bassorilievo della Magna Grecia dichiarandolo falso. E i falsari veri come l’inglese naturalizzato romano Eric Hebborn che ha piantato le tende a Trastevere, in piazza della Malva, e che esegue per Sotheby’s dei perfetti Gainsborough, lasciando alla casa d’aste il compito di firmarli. Non è l’unica abilità di questo inglese che assomiglia al capitano Haddock di Tintin: le incisioni di Bruegel il vecchio, Pontormo, Tiepolo, Piranesi gli riescono altrettanto perfette e con altrettanta facilità. Arte e falsificazione, nel libro di Malatesta, vanno a braccetto: e se ce n’è per l’illustre Bernard Berenson, che si arricchisce con expertise disinvolte per un mercante inglese, non mancano le storielle esilaranti. Come quella del falsario Venizelos che nella sua galleria aveva, per incantare i gonzi, «due belle ragazze molto giovani, chiamate “le baiadere” dal portiere. Lui le presentava sempre come “le contesse, sue nipotine”. Fifì, la più grande, bruna, slanciata e nello stesso tempo formosa, portava i capelli come la Turandot, a giri concentrici in modo da formare una torre simile a quella di Babele nell’incisione di Athanasius Kircher. Un giorno Giuliano Briganti in visita le disse: “Contessa, sembra proprio la Turandot” e lei: “Sì perché semo ‘rientali”. Disse proprio così: “Semo ‘rientali” e Giuliano rispose: ”Sì, a oriente de Frosinone”».
Stefano Malatesta, Quando Roma era un paradiso, Skira, 2015

Palma, Elsa, Ingeborg & c. Ancora Roma, ancora la fervida stagione che parte dal 1946 e che in questo romanzo-memoir (c’è un solo personaggio inventato, la trasteverina Ninetta che fa da assistente a Palma Bucarelli) si dilata fino al 1975, l’anno in cui assassinarono Pier Paolo Pasolini. Altro che il pur magico Festa mobile di Hemingway: qui c’è di tutto e di più, decine di protagonisti e centinaia di comparse, e la Roma del secondo dopoguerra surclassa la Parigi degli anni Venti per ampiezza e varietà di vita. Petrignani è narratrice e memorialista di minuziosa rendicontazione e di scintillante, ironica scrittura, se ne è avuta prova anche nel più recente e bellissimo La corsara dedicato a Natalia Ginzburg. Protagonista indiscussa è qui l’affascinante e volitiva Palma Bucarelli (1910-1998), direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e sostenitrice dell’astrattismo: è lei che farà conoscere all’Italia Picasso e Mondrian, Pollock e Kandinskij, e che sosterrà a spada tratta la nuova leva artistica in rotta con il figurativo, attirandosi l’antipatia dei democristiani e le ire dei comunisti: dei fumantini Antonello Trombadori e “Sfrenato” Guttuso («Fate scarabocchi»), del gelido e censorio Palmiro Togliatti («Orrori, cose mostruose»), dell’inquisitore Mario Alicata e persino dell’insospettabile Umberto Terracini, che presentano interrogazioni parlamentari accusandola di dilapidare denaro pubblico quando fa acquistare le loro opere dalla Gnam. Al centro delle polemiche per le scelte artistiche, al centro del pettegolezzo a volte perfido per le vicende sentimentali che lei – «Ho amato poco ma sono stata molto amata» – non fa niente per nascondere. E così, se va a spasso con il maturo consorte Paolo Monelli e con lo spasimante Vittorio Gorresio che tiene sulla corda, l’urticante Marino Mazzacurati li infilza: «Il terno a letto». Le contende il primato l’imperiosa e tirannica Elsa Morante, scrittrice smisurata e donna fuori misura che si accapiglia in pubblico con il mite e remissivo marito Alberto Moravia, burbero benefico di molte belle pagine, e sono urla da fare tremare i vetri. Violenta e senza freni inibitori con gli avversari e spesso anche con gli amici, pronta a umiliarli e a mettere zizzania fra loro Elsa, benché la sua grandezza non sia messa in discussione, non ne esce troppo bene. Come non ne esce bene Italo Calvino, in quegli anni innamorato della fascinosa attrice e scrittrice Elsa De Giorgi che lo riveste e gli mette su casa. «Una siringhetta de veleno» lo definisce Anna Magnani, che mette in guardia l’amica: «Se strafoga dentro la sua intelligenza, se l’amministra come ‘n ragioniere, pesa le parole col sospetto che qualcuno scopra che non è grande come scrive e ti odia. Zagaia, non te ne sei accorta? T’invidia proprio perché t’ammira ed è innamorato, ha paura che lo lasci. Ma sta’ attenta». Altro, molto altro ci sarebbe da ricordare e riferire di questa ammirevole immersione in un’epoca, di queste pagine affollate dove il gossip va a braccetto con la grandezza e la grandezza alimenta il gossip cementando grandi amicizie e piccoli rancori. Di questo mondo dove, parola di un ambasciatore, tutti sono sposati e se sono amanti lo sono da vent’anni (l’allusione è a Emilio Cecchi grande sacerdote della critica), di questo milieu che vive in trattoria, nei bar e nei salotti. Che gira le periferie di notte (Fellini con Pasolini) e la notte la ama («La notte, a Roma, par di sentire ruggire leoni»: Carlo Levi, L’orologio; «Ci si dava appuntamento dopo mezzanotte, all’una alle due, come fosse un orario normale», Raffaele La Capria; magari in via Veneto, dove accorrevano «giornalisti, scrittori, artisti. Vitelloni con un pizzico di snob. Molto misogini. Molto voyeur, Molto indolenti. Alquanto sciroccosi», Eugenio Scalfari). Sfilano così la poetessa, austriaca e nevrotica e fragile, Ingeborg Bachman che passa da un amore infelice all’altro (il musicista Hans Werner Henze, nelle lettere che si scambiarono tutta la vita, per risarcirla la chiamava «Zerbinetta, Sweetie, Quercia, Puppella, Adorabile, cancerina, Musicus, anatra selvatica, scimmietta, colombella, ragazza color pastello»). La crocerossina Cristina Campo che assiste Corrado Alvaro morente e si lega a Élemire Zolla. Il goffo e impacciatissimo Carlo Emilio Gadda al quale Goffredo Parise gioca scherzi feroci. Pasolini che si strugge d’amore per Ninetto Davoli che prende moglie. La tormentata Amelia Rosselli figlia di Carlo e grande misconosciuta poetessa. L’argentino Juan Rodolfo Wilcock traduttore e scrittore tra due mondi d’insolito fascino. Irene Brin gallerista e maestra di bon ton che si reinventa Contessa Clara (la ripubblicherà Leonardo Sciascia con Sellerio). Lo scandalo Montesi e quello della libanese Aiché Nanà autrice di uno scandaloso strip-tease al Rugantino. L’ipercinetico Alberto Arbasino che non manca una mostra, una prèmiere, un libro. Le decine di artisti tormentati o rancorosi (il sorpassato Giorgio De Chirico che inveisce contro la Bucarelli, sempre lei: “Palmina degli stracci”, “l’Amazzone della crosta”, senti chi parla), le inimicizie tenaci (Anna Banti contro Maria Bellonci: “L’aquila a due tette”). E via e via e via. Scrive Michela Murgia, in quarta di copertina: “C’è una memoria da vestale in queste righe, ma senza alcuna solennità. La sensazione che resta sulle dita non è di muffa devota: ha piuttosto il riflesso verde dell’invidia ammirata”. Non si potrebbe dirlo meglio.
Sandra Petrignani, Addio a Roma, Neri Pozza, 2012

Mangiare a credito. C’è stata a Roma, nel lungo dopoguerra affamato che precedette il boom, un’osteria che faceva credito pressoché illimitato ad artisti, intellettuali, gente di cinema e militanti di sinistra. Era l’osteria dei fratelli Menghi, Naride e Domenico, in via Flaminia. Tavoli con le tovaglie di carta sulle quali i pittori disegnavano, vino che dava il bruciore di stomaco e menù spartano, grandi paste al sugo e cicoria, ma in qualche momento di abbondanza anche aragoste e fragole con la panna. Si segnava a libretto, senza dare in cambio quadri o disegni e senza scadenze assillanti: i due osti, semplicemente, credevano che quegli artisti (Mario Mafai e Pietro Consagra, Marino Mazzacurati e Giulio Turcato, Salvatore Scarpitta e Carla Accardi tra gli altri) ce l’avrebbero fatta e avrebbero saldato i conti in sospeso. O usavano la variopinta congrega di artisti e artistoidi come specchietto per le allodole a uso di una clientela pagante a caccia di “pittoresco”.
Come che fosse, i fratelli Menghi divennero “l’osteria dei pittori”, astrattisti soprattutto. Astrattisti e comunisti, contro l’ortodossia realista e figurativa del partito (Mazzacurati, lingua tagliente come un rasoio, soprannominò Renato Guttuso “la picassata alla siciliana” e “il tribuno illustrato”). E dei loro amici giornalisti, cinematografari, qualche volta poeti. Nell’osteria bazzica anche Vincenzo Cardarelli, “il più grande poeta morente”, che indossa il cappotto anche in agosto e puzza un po’ di piscio. Un suo sodale, il “prolifico e poco edito” Marino Piazzolla, osa dargli in lettura i suoi versi. Dopo qualche settimana, sollecitato di responso, Cardarelli lo inchioda: “Sì, li ho letti, e la prego di togliermi il saluto”. Lapidatore e lapidato, Cardarelli. Gli chiedono della sua vita sentimentale, e lui confessa l’amore per una svedese, Astrid. Ma c’è stata intimità?, insistono. “Una sera le ho toccato un ginocchio”. Mazzacurati, implacabile, affonda: “Ventimila seghe sotto i marmi”.
Nella sapida narrazione di Ugo Pirro, sceneggiatore fra i nostri maggiori (Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Il giardino dei Finzi Contini, La classe operaia va in Paradiso) e memorialista che si tiene a lato della narrazione, sfilano un mondo e un’epoca. La fame e le camere ammobiliate, gli atelier gelidi, gli slanci ideali e i settarismi (l’occhiuto Pci molto “vigilante” e non poco bigotto nei confronti di quella tutto sommato discreta bohème), gli amori e le giravolte, e mille mille aneddoti. Togliatti a cena con Orson Welles e Tyrone Power; il fratello prete dell’anarchico sardo Michele Schirru fucilato per avere avuto l’intenzione di attentare a Mussolini che vuole fare un film sulla vicenda e si offre di finanziarlo; Zavattini che acquista soltanto dipinti di piccolo formato e paga a tutti la stessa cifra; l’ex divetta dei telefoni bianchi Oretta Fiume che fa impazzire Turcato e molti altri; Brancati e sodali che fanno scherzi telefonici a Francesco Jovine perché è comunista e loro sono liberali. Si potrebbe continuare, perché questo di Pirro è un banchetto. D’osteria, ma pur sempre un banchetto.
Ugo Pirro, Osteria dei pittori, Sellerio, 1994

Tra Iside e Sarastro. Adelphi pubblica con testo tedesco a fronte, nella preziosa Piccola Biblioteca, la versione classica che Gian Piero Bona (1926-2020, poeta, narratore e grande traduttore di Rimbaud e Baudelaire) fece del Flauto magico, il libretto d’opera che l’impresario e capocomico viennese Emanuel Schikaneder scrisse nel 1791 e che Mozart rivestì di musica sublime due mesi prima di morire. Incastonato fra una prefazione di Pietro Citati (“La luce della notte”) e una postfazione di Jurgis Baltrusaitis (“L’Egitto dell’opera lirica e della massoneria”), il libretto alterna versi e prosa secondo la tradizione del singspiel e svolge una storia dall’apparenza fiabesca che chi frequenta Mozart conosce bene. Quella della giovane Pamina, che il sacerdote solare Sarastro ha rapito per sottrarla all’influenza negativa della madre, l’algida Regina della Notte. E del giovane principe Tamino che, aiutato dal suo flauto magico e incoraggiato da Sarastro, supererà le avversità dell’acqua e del fuoco per ricongiungersi a lei ed entrare, innamorato e purificato, nel regno della luce. «Il flauto magico è una favola per bambini, e una parabola destinata alle creature angeliche, che attraversano l’oscurità e la luce tenendo nella mano un ramo di palma. Alle favole e alle parabole non si pongono domande, né da loro si hanno risposte: o si ricevono tutte le domande e tutte le risposte» scrive Citati. Una favola o parabola che cela, dietro l’apparente semplicità, molti strati di significato e rimanda a una legione di fonti, da Apuleio a Diodoro Siculo alle fiabe tedesche ai testi massonici. La fascinazione per l’Egitto e per i miti ancestrali di morte e resurrezione (da Osiride e Iside a Persefone-Proserpina che Ade sottrae alla madre Demetra, culminando nella figura di Cristo); l’incontro-scontro fra natura e cultura, istinto e ragione (la notte destinata a cedere il passo alla luce, non senza averla addolcita e resa meno accecante con i suoi umori); l’ideale tra illuministico e mistico-sincretico di fratellanza, bontà e giustizia che fu della nascente massoneria. Mozart e Schikaneder erano massoni, le prove che il giovane Tamino deve superare ricalcano i rituali di iniziazione in uso nelle logge e Baltrusaitis ha letto Il flauto magico non solo come un’opera centrale dell’egittomania (nel ‘700, con la traduzione francese delle Mille e una notte, spiegò le ali anche l’orientalismo, prima fascinazione per l’esotico che a fine ‘800 avrebbe ceduto il passo al nipponismo) ma anche come un “testo a chiave” in cui l’imperatrice Maria Teresa avversaria dei massoni è la Regina della Notte e Sarastro il prototipo del saggio, oggi si direbbe del progressista. Strane avventure quelle dei simboli e dei miti, piegati nel tempo a vari e contrastanti usi: l’Iside egizia non vi sfugge, e nel 1811 con una lettera patente firmata da Napoleone entra nello stemma di cui si fregerà per qualche anno la città di Parigi. L’ideale di “umanità nuova” che Schikaneder e Mozart congegnano tra fiaba, rito iniziatico e farsa buffonesca ha, com’è ovvio che sia, tutti i limiti del ‘700: dove le donne inferiori e tutte istinto devono essere guidate alla ragione dalla mano ferma dell’uomo, i neri sono lussuriosi e crudeli (Monostatos servitore di Sarastro) e i popolani ingenui e furbi allo stesso tempo (l’uccellatore Papageno, che nell’opera è il Sancho Panza di Tamino-Don Chisciotte). Nel corso degli anni ho ascoltato più d’una versione del Flauto magico, per me la più grande Regina della Notte resta Luciana Serra, ma rimango sentimentalmente legato all’edizione su disco con la Sinfonie-Orchester des Bayerischen Rundfunks diretta da Bernard Haitink, perché la Regina della Notte interpretata dalla splendida soprano slovacca Edita Gruberova affascinò mia figlia Paola bambina.
Emanuel Schikaneder, Il flauto magico, traduzione di Gian Piero Bona, Adelphi, 2025

Ritratti su misura. La musa della concisione detta all’eminente bloomsburiano Giles Lytton Strachey (1880-1932) pagine che restano a lungo nella memoria. Piccoli gioielli di scintillante prosa che impastano un’osservazione benevola del biografato e la fanno lievitare con pepite di critica acuminata, con scaglie di irresistibile ironia, con minuti particolari che diventano la misura del ritratto. Questi Ritratti in miniatura risalgono all’estrema fase della vita di Strachey, dopo il successo non privo di polemiche che era arrivato con il classico Eminenti vittoriani (1912) e con le perfette biografie La regina Vittoria (1921) ed Elisabetta e il conte di Essex (1928). Strachey privilegia personaggi eccentrici, ai margini della scena culturale. O grandi personalità che ricevono luce dalla loro frequentazione (o dalle loro controversie) con personaggi piccoli ma in qualche modo in grado di definirli. Sfilano così, pagina dopo pagina, il poeta minore cinquecentesco sir John Harrington, delizioso vagheggino di corte che traduce l’Orlando furioso ma passa alla storia per un poemetto, Le metamorfosi di Aiace (“ajax”, nell’inglese vernacolo dell’epoca, designa gli escrementi), che accompagna una sua invenzione, il water closet, prontamente adottata dalla regina Elisabetta. Lo strampalato riformatore religioso Lodowick Muggleton, profeta autonominato e sarto nella vita, che ritiene la preghiera inutile e blasfema. Il secentesco John Aubrey, ricco ridotto in povertà da un’impressionante e quasi comica serie di catastrofi, che assapora la felicità quando vive alle spalle degli amici. Dotato di erudizione prodigiosa (sa di storia naturale, geologia, architettura gotica, mineralogia, pittura, araldica, statistica, astrologia, geometria), Aubrey è tra i fondatori dell’archeologia inglese, scrive trattati di pedagogia e gastronomia ed è uno straordinario quanto casuale compilatore di Vite brevi (la sua raccolta di ritratti in miniatura è stata pubblicata in Italia da Adelphi). Seguono il pedante e apprensivo dottor North, rettore del Trinity College. Il grande commediografo della Restaurazione William Congreve rivalutato con grande penetrazione critica. Madame de Sevigné riflessa dalla vita del suo cugino amabilmente fatuo e bon vivant, Emmanuel de Coulanges. Lo scioperato, libertino, ubriacone e snob James Boswell, autore a sorpresa di quel capolavoro che è la Vita di Johnson. L’abate Morellet che ha conosciuto la “douceur de vivre” degli anni prima della rivoluzione e si è specchiato nelle vite eccellenti di Diderot e degli altri esponenti del secolo dei Lumi. Mary Berry, amore senile non corrisposto di Horace Walpole che la lascia erede delle sue sostanze. L’aristocratica russa Madame de Lieven, che da Londra detta le mosse delle cancellerie di mezza Europa, fino allo scontro impari con Palmerston che provoca il suo rientro in Russia e il successivo trasferimento a Parigi, dove diventa l’amante di Guizot (lo era stata di Metternich). Di toccante eleganza la sua morte: «Un giorno ella lo pregò di lasciarla sola, di recarsi per un attimo in una stanza vicina. Guizot obbedì; quando tornò, ella era morta. Gli aveva lasciato un biglietto, scarabocchiato a matita: “Je vous remercie des vingt années d’affection et de bonheur. Ne m’oubliez pas. Adieu, adieu”». In un mondo in cui anche le uscite di scena erano “a futura memoria”, le liti potevano essere feroci e protrarsi per una vita. Strachey ne racconta due: la lunga controversia, con attacchi reciproci, liti giudiziarie e appelli alla Corona che oppone Colbatch e Bentley per la guida del Trinity College, forse il più bel resoconto che io abbia letto sui rancori accademici e le polemiche fra intellettuali. E la lite per futili motivi (il pagamento di venti carri di legna) che oppone a Ferney il grande e taccagno Voltaire al puntiglioso e umanista presidente de Brosses (ricordo ancora le penetranti pagine di un suo viaggio in Italia), che gli ha venduto una proprietà. La spunta de Brosses, deciso a non cedere al grand’uomo più per questioni di principio che per l’esiguità della somma dovuta. La paga cara: dieci anni dopo, quando viene candidato all’Accademia di Francia, Voltaire muove tutte le sue pedine perché non venga accolto.
Ci sono infine sei ritratti di storici inglesi: a parte l’amato David Hume, che finisce fra gli scrittori di storia anche se è soprattutto filosofo (scrive il Trattato sulla natura umana non ancora trentenne), sono Gibbon e Carlyle a incarnare il buono e il cattivo storico per Strachey. Sotto il segno della felicità, della pienezza di vita e dell’acutezza d’ingegno, sotto il segno del dilettante di genio di smisurata erudizione, salda volontà e brillante esecuzione è posto Edward Gibbon, autore della monumentale e straordinaria Storia della decadenza e della caduta dell’impero romano.
Viceversa Thomas Carlyle, bigotto e conservatore, adoratore di personalità eroiche, viene rudemente ridimensionato: «Nell’ultimo periodo della sua vita, Carlyle si dedicò allo sviluppo di una sorta di teoria super-morale, in forza della quale tutti i peggiori difetti della natura umana (l’egoismo, la mancanza di sensibilità, l’amore del potere) divennero oggetto della sua religiosa adorazione. Era un’etica mostruosa e contro natura in cui si fondevano tutti gli inconvenienti possibili e immaginabili della virtù e del vizio. Orbene, Carlyle, spintovi da qualche arcano motivo, elesse a prototipo, a eroe del suo sistema, Federico di Prussia, e impiegò quattordici anni di indefesso lavoro a narrarne la storia. Mai si conobbe maggiore aberrazione. Federico fu in realtà un furfante di genio, uno scettico, un avventuriero settecentesco dotato di una volontà ferrea e di spiccate attitudini organizzative». E a proposito del moralismo sermoneggiante di Carlyle, il giudizio non è meno tagliente: «Se saltuari, i luoghi comuni sono tollerabili; ma se ne incontriamo per ogni dove, sono insopportabili, ossessionanti, anzi. In Germania, taluni cuochi hanno il culto dei semi di comino: e non sanno astenersi dall’introdurne in ogni piatto, dalla panna montata al cosciotto d’agnello. Non si tarda a riconoscere il sapore fatale. Lo si attende in preda a una inerzia pervasa di orrore, e tutto a un tratto lo si avverte. A un certo punto, anche il minimo sospetto che una vivanda contenga del comino è sufficiente a provocare un senso di nausea. Le opere storiche di Carlyle (al pari, sia detto per inciso, dei romanzi di Thackeray), evocano le identiche sensazioni: il riconoscimento del ben noto odore sin dalla prima zaffata, l’inevitabile saturazione e uno stringimento di cuore sempre più violento». Su Thackeray dissento, Carlyle è colpito e affondato.
Ho letto a suo tempo i Ritratti in miniatura nella traduzione che cito di Rodolfo e Maria Celletti (Guanda, 1989), li rileggo con immutato piacere nella bella versione di Mario Fortunato.
Lytton Strachey, Ritratti in miniatura, traduzione di Mario Fortunato, Palingenia, 2025
LE CITAZIONI
Alida Valli. «L’orchestra di Tommy Dorsey attaccò Just One of Those Things, e fu allora che incrociai lo sguardo con una signora ancora più bella della signorina Grazia, folgorante come una star del cinema. Dai lineamenti capii subito che era la madre di Carlo, seduta sul divano accanto a un tipo magro dalla fronte alta, forse il suo nuovo marito. Stentavo a credere che mi stesse salutando; aveva saputo da Carlo che ero brasiliano e, in un inglese dall’accento italiano, mi disse che adorava il mio paese. Era una fan di Carmen Miranda, che aveva conosciuto a Hollywood, ed era felice che io fossi di Rio de Janeiro. Aveva sentito parlare benissimo di Rio dal suo amico Orson Welles, che apprezzava la cachaça e cantava persino un samba che aveva imparato durante le riprese di un film con Grande Otelo a Copacabana. E a quel punto cominciò a canticchiare No Tabuleiro da Baiana, ma ecco che qualcuno fece nuovamente suonare Hi Lili, Hi Lo, aumentando il volume al massimo. Allora la madre di Carlo si alzò, mi invitò a ballare, ed eccomi lì, allacciato alla sua vita, fingendo di portare ed essendo invece portato da lei in quei passi di valzer. Ballammo quella canzone fino alla fine, io all’altezza del suo seno, respirando il suo profumo, immaginando un milione di cose, ma mantenendo una distanza rispettosa fra i nostri corpi. Quando la musica finì, lei mi ringraziò, si chinò a baciarmi la guancia, tornò da suo marito e io non ricordo cosa feci per il resto della festa. Poi vidi mia madre, che era venuta a prendermi e stava salutando i padroni di casa. In taxi mi rimproverò di non averle detto che studiavo con il figlio di Alida Valli perché, se l’avesse saputo, si sarebbe vestita meglio. Non avevo idea di chi fosse Alida Valli, che per mia madre era la più grande attrice del cinema italiano». (Chico Buarque, Bambino a Roma).
Federico Fellini. «I vitelloni è il titolo che Fellini dà al suo film uscito quell’anno, il ‘53. Ma non parla di Roma, parla delle sue origini, della provincia da cui è venuto per catapultarsi nella metropoli per fare il vignettista sul Marc’Aurelio, un quindicinale satirico molto popolare. Sbarca il lunario lavorando da giornalista, collabora alla radio, conosce Giulietta Masina che diventerà la compagna di tutta la vita, frequenta assiduamente Aldo Fabrizi, suo primo aggancio con il mondo del cinema e del varietà. È uno spilungone magrissimo con un borsalino in testa sempre spinto indietro e la cravatta allentata. Vive anche, con Giulietta, la tragedia di un figlio che muore a un mese dalla nascita. È infaticabile, energico e ama disegnare, ovunque, sempre. Mughini conserva un foglio autografo istoriato da Fellini con tette e culi femminili in cui il regista prese questo appunto: “Da sempre un foglio di carta bianco, un tovagliolo, la tovaglia dei ristoranti, quella di casa no, perché Giulietta me lo impedisce, hanno esercitato e continuano a esercitare un fascino un’attrazione irresistibile e subito cerco una penna una matita qualunque cosa con cui si possa scarabocchiare una faccia un profilo, un seno, un bel sederone, degli occhi di donna che mi scrutino fissandomi”. Aveva una vocina sproporzionata alle sue dimensioni imponenti e quando, risalendo via Veneto magari, incontrava un amico, gli gridava con quella voce chioccia, insinuante: “Ciao caro, come va l’uccello?”». (Sandra Petrignani, Addio a Roma).
Giornalismo. «Il giornalismo è un momento della vita ideale da cui una visione dialettica dello spirito non può prescindere. Il giornalista come scrittore che scrive di ciò che non conosce, che si fa in tre giorni un’esperienza dove altri elabora la specializzazione di tutta una vita, rappresenta l’agilità dello spirito che muove alla conquista dell’infinito sapere, che prende coscienza dei modi di attività del pensiero più complessi e diversi. Il giornalismo è dunque il momento della prima effettuazione della possibilità e della risoluzione della mera potenza in atto che nella sua imprecisione e complessità è ancora la fotografia della potenza. La maturità e l’organicità, dato questo atteggiamento dello spirito, vengono, non per un processo di limitazione, ma attraverso una corsa all’approfondimento. Il giornalismo aiuta dunque l’affermarsi di una visione integrale e complessiva della vita, si oppone alla fredda e falsa specializzazione, rappresenta in ogni attimo dello sviluppo la coerenza dell’infinito mondo storico che si deve studiare con la conquistata unità spirituale da cui lo si considera. Accanto a questo giornalismo ideale esiste un giornalismo pratico, di professionisti che ne è la franca contraddizione. C’è il giornalista che non cerca gli approfondimenti successivi. Quello che non raggiunge il sistema. Che resta sempre infante, saccente, che non studia più perché deve scrivere, non pensa perché deve chiacchierare al caffè, non legge perché deve fare l’intervista. Tal quale il professore che non s’affatica il cervello perché ha già da fare la lezione, e non pensa perché preferisce arrotondare lo stipendio». (Piero Gobetti, La rivoluzione liberale).
Identità/1. «Le persone di una persona sono numerose in ogni persona». (Amadou Hampaté Ba, citato in Marco Aime, Eccessi di culture).
Identità/2. «Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell’India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente domesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti inventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell’Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani». Il nostro bravo americano medio incontra sul suo cammino una sedia (Europa meridionale), gli abiti (modellati su quelli delle steppe asiatiche), una cravatta (Croazia, secolo XVII), delle scarpe in pelle (Egitto e Mediterraneo), delle monete (Lidia), un giornale (carta cinese, caratteri semiti, stampa tedesca), fa colazione (stoviglie cinesi, coltello in acciaio dell’India meridionale, forchetta italiana, cucchiaio dell’antica Roma) con caffè (Etiopia) e zucchero (India). Poi fuma (America precolombiana) e legge le notizie del suo giornale. A questo punto «mentre legge i resoconti dei problemi che si agitano all’estero, se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indo-europeo, ringrazierà una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento americano». (Ralph Linton, citato in Marco Aime, Eccessi di culture).
Moravia e Soldati. «E possiamo immaginare Moravia. Semisdraiato in poltrona, agitando davanti a sé la gamba zoppa, sta discutendo: “Calvino ha detto una cosa esatta: che Thomas Mann aveva visto tutto, ma da un balcone dell’Ottocento. Invece noi vediamo tutto precipitando dalla tromba delle scale». E Soldati appoggiato in piedi a una libreria, con un bicchiere fra le dita, la giacca sbottonata e l’altra mano infilata nella cintura, gli risponde che, precipitando o no, «quando riusciamo a vedere la bellezza, essa è sempre perduta». Moravia replica che, come la metti la metti, «la storia dell’umanità è solo un lungo sbadiglio di noia». I due scrittori battibeccavano spesso. Un giorno quasi si erano picchiati perché Moravia sosteneva che Graham Green fosse un autore mediocre e Soldati, offeso, si era messo a gridare e Moravia allora urlava più di lui». (Sandra Petrignani, Addio a Roma).
Pio XII. «Con lo sguardo assente, il papa rivolgeva al pubblico un segno della croce stanco, e se non fosse stato per quel gesto avrei giurato che fosse uscito da un museo delle cere. Aveva un colore grigiastro e io, che non ne potevo più, temevo che la lunga processione si sarebbe fermata da un momento all’altro. In effetti fu così, si fermò proprio davanti a me, e fu allora che lo vidi bene, credo di aver visto anche qualche pelo nelle narici del suo naso adunco. Quando minacciò di guardare nella mia direzione, mi colse un brivido, se avessi potuto sarei scappato, e passai il resto della giornata e dell’infanzia con il terrore del papa. Di notte lo sognavo disteso in una camera ardente, con gli occhi socchiusi, che mi chiamava con la mano già scarnificata.
Pio XII sarebbe morto di lì a poco, dopo una dolorosa agonia e due attacchi cerebrali, e il conclave avrebbe eletto come suo successore Giovanni XXIII, che gli italiani chiamavano il papa buono. (…)
Per i suoi disturbi corporei, ad accudirlo puntualmente c’era il suo medico personale, l’altrettanto aristocratico dottor Riccardo Galeazzi Lisi. Questo archiatra non godeva di una buona reputazione all’interno della comunità scientifica, passava addirittura per un ciarlatano, e sarebbe stato difficile trovare qualcuno che lo difendesse, nonostante la fiducia riposta in lui da un uomo colto come Pio XII. Il Santo Padre si premurava di averlo al suo capezzale a Castel Gandolfo, la residenza estiva dei papi, e non era un segreto che il dottore, con una Polaroid nascosta nel cappotto, scattasse foto del pontefice agonizzante per venderle in esclusiva a “Paris Match” e poi ai giornali di tutto il mondo. Quando Pio XII morì, il dottor Galeazzi Lisi si occupò dell’imbalsamazione del corpo, come vuole la tradizione. A questo scopo, creò un metodo rivoluzionario, che battezzò osmosi aromatica, secondo lui simile a quello adottato per Gesù Cristo, in modo che il corpo rimanesse intatto per sempre. Senza ricorrere a iniezioni e incisioni, la procedura prevedeva l’immersione del cadavere in una misteriosa combinazione di oli e resine vegetali per disossidare il corpo, per poi avvolgerlo in fogli di cellophane per ventiquattro ore. Il risultato, con disappunto del medico, fu che il cadavere mostrò la più rapida decomposizione mai registrata nella storia della medicina legale, emanando miasmi insopportabili, come pubblicato dalla stampa dell’epoca. Durante il viaggio da Castel Gandolfo al Vaticano, in un’auto aperta con un immenso seguito di fedeli, l’accumulo di sostanze chimiche nel ventre, nonché il calore indotto dall’involucro di cellophane, portarono il corpo del papa a gonfiarsi sempre di più fino a esplodere sulla via Appia. Una nuova imbalsamazione fu organizzata in fretta e furia per poter esporre le spoglie durante i tre giorni delle esequie funebri. Ciononostante, le migliaia di devoti che gli diedero l’ultimo saluto nella Basilica di San Pietro assistettero a terribili metamorfosi della pelle e delle cartilagini del suo volto, che era stato ripristinato per quanto possibile nel cuore della notte da un’équipe di specialisti. Con maschera di lattice, trucco, protesi e riempimenti, gli interventi furono tali da ridurre Pio XII, al momento della sepoltura, a un manichino di cera». (Chico Buarque, Bambino a Roma).
Romanzo. «Se una persona, uomo o donna che sia, non trova piacere in un buon romanzo, deve essere stupida al di là del sopportabile». (Jane Austen, Northanger Abbey).
INCIPIT
Le pale frullano invisibili sopra il tettuccio. È la mia prima volta in elicottero, e ho paura.
(Valerio Aiolli, Portofino blues).
Aveva due favole. Una sua, di cui nessuno era a conoscenza. E l’altra, quella che raccontava il nonno. Poi, non ne rimase nessuna. Questa è la storia. (Cinghiz Ajtmatov, Il battello bianco).
È una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di una discreta fortuna debba essere in cerca di una moglie. (Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio).
Stringendo il pallone da calcio, mi guardai indietro uscendo da casa in rua Haddock Lobo 1625, San Paolo, non appena partì il camion dei traslochi. (Chico Buarque, Bambino a Roma).
Le ombre sono sorelle della luce. (Lauretta Colonnelli, La vita segreta delle ombre).
Mio padre ha voluto uccidere mia madre una domenica di giugno, nel primo pomeriggio. (Annie Ernaux, La vergogna).
“Nulla. Non si è salvato nulla”.
Ma mentre lo pensava, Ferreri vide una madonnina bianca affacciata ai resti del palchetto di proscenio.(Cosimo Filigheddu, Allo sguardo attento).
Forse Georges Simenon mi aspettava. (Tiziano Fratus, L’affaire Simenon).
Un uomo e una donna andarono, un pomeriggio, a vedere un film. Era domenica ed era estate.
(Natalia Ginzburg, Famiglia).
Era proprio un brillante l’oggetto che luccicava sul prato a circa due metri dal viottolo di mattonelle azzurre. (Dashiell Hammett, Il falcone maltese).
Poi veniva la brutta stagione. Alla fine dell’autunno, in un solo giorno, cambiava il tempo.
(Ernest Hemingway, Festa mobile).
Imponente e grassoccio, Buck Mulligan stava sbucando dal caposcala con in mano una tazza piena di schiuma, su cui s’incrociavano uno specchio e un rasoio. (James Joyce, Ulisse).
Prima di tutto, sono nato. C’era una discreta folla ad assistere all’evento e, come sempre, è tutto quello che ha fatto: il grosso del lavoro è toccato a me, dato che mia madre era per così dire fuori combattimento. (Barbara Kingsolver, Demon Copperhead).
Si trovano a volte, dalle nostre parti, caratteri così terribili che, anche molto tempo dopo averli incontrati, non si può non provare, ricordandone alcuni, un fremito di paura nell’anima.
(Nikolaj Leskov, Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk).
Succede a tutti di farsi male, ma possiamo imparare a riconoscere, e quando possibile districare, i patimenti che ci colpiscono alle spalle da quelli a cui noi stessi, più o meno consapevolmente, ci consegniamo. (Vittorio Lingiardi, Farsi male).
Sto camminando verso l’ufficio. È sabato. C’è mercato nella piazzetta del mercato. Quello di Vigevano è un mercato silenzioso: non si sente nessun richiamo. Gli ambulanti se ne stanno seduti dietro i banchi, con gli scaldini in scossa; oppure in piedi, a scaldarsi vicino ai fuochi accesi fra un banco e l’altro.
(Lucio Mastronardi, Il meridionale di Vigevano).
Io entrai nella malga e la Simonetta mi venne dietro; dava sempre l’impressione di venir dietro, come una cucciola. (Luigi Meneghello, I piccoli maestri).
La storia è dovunque. S’infiltra nel terreno, penetra nel sottosuolo. Come la pioggia, o la grandine, o la neve, o il sangue. Una casa ricorda. Una rimessa ricorda. Un popolo riflette. La storia cambia a seconda di chi la racconta. (Edna O’Brien, Uno splendido isolamento).
Parigi, rue du Coq d’Or, le sette del mattino. Una serie di urla strozzate e furibonde dalla strada.
(George Orwell, Senza un soldo a Parigi e a Londra).
Sono i primi mesi del 1952, Roma è in fibrillazione: in giugno cominceranno le riprese del nuovo film di William Wyler, Vacanze romane, e quasi si sapesse che quella pellicola avrà per la città un enorme effetto pubblicitario l’attesa è spasmodica. (Sandra Petrignani, Addio a Roma).
È partito.
La nave salpa sbuffando il suo monotono fumo sullo schermo del cielo. Fischia, ansima, se ne va, portandosi via Monsieur Presle, il mio professore di lingua francese.
(Raymond Queneau, Il diario intimo di Sally Mara).
Ho trovato questa lingua. Tracce ha lasciato, e io ci sono andato dietro, niente di più semplice. Mi viene facile andar dietro alle cose. Sarà l’olfatto. Sarà che cerco. Sarà che trovo. Sono capace.
(Alberto Rollo, Billy il cane).
L’argine si allunga come una cicatrice nel buio, nero su nero. Il grande fiume scorre lento, invisibile. La notte lo nasconde, ma se ne avverte l’odore. (Paolo Roversi, L’ultima cosa che sai).
La foto dei ragazzi sul tavolino nell’ingresso è la stessa che avevano usato per la lapide. (Michele Ruol, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia).
S’intende che non ho alcun diritto, io, di scrivere tutta la verità sulla mia vita, dal momento che vi sono coinvolte, com’è naturale, le vite di tante altre persone, ma mi accingo a farlo lo stesso, sospinta da un bisogno irrefrenabile di raccontarla, questa verità, che nessuno conosce in maniera completa.
(Vita Sackville-West, in Nigel Nicholson, Ritratto di un matrimonio).
Credevo sarei diventata grande tutto d’un colpo, quella notte. Invece l’unica cosa di cui mi resi conto fu che non avevo le scarpe. (Beatrice Salvioni, La malacarne).
Lo sentivo, era inarrestabile, inevitabile, stava per accadere qualcosa di enorme, proprio quel giorno, e avrebbe cambiato brutalmente il corso della mia vita… E il corso del mondo. (Boualem Sansal, Vivere).
Amatissima, come si disegna la tua risata? (Igiaba Scego, Cassandra a Mogadiscio).
Apre gli occhi e per qualche istante, molti secondi, una silenziosa eternità, non c’è nulla di mutato in lei né nella cucina intorno a lei; del resto non è più una cucina, ma un accavallarsi di ombre e di pallidi riflessi, privi di consistenza e di significato. Il limbo, forse? (Georges Simenon, Pedigree).
Il bambino fu bellissimo sin dal primo istante in cui venne al mondo – con una vistosa fossetta sul mento e la testina in ordine, quasi fosse appena uscito da un bravo barbiere: taglio corto, come la mamma, solo con i capelli più chiari. (Ludmila Ulitskaya, Il sogno di Jakov).
POESIA
Gottfried Benn. Gottfried Benn (1886-1956) fu figlio di un pastore protestante prussiano e, destinato a studiare teologia, in aperto contrasto con il padre divenne medico: dermatologo e specialista in malattie veneree, mestiere che esercitò in ospedale, nell’esercito e presso il proprio studio privato, fino a pochi anni prima della morte. Aderì al nazismo e ne fu corifeo, entrando in aperta polemica con l’esule Klaus Mann. Un amore che durò poco: all’adesione del 1933 seguirono dopo uno due anni il disincanto e la ripulsa, e nel 1935 Benn venne allontanato dalle fila hitleriane, i suoi testi banditi come “arte degenerata”. Il suo pensiero fu comunque antimoderno, conservatore quando non reazionario, sempre. Di derivazione nietzschiana ma in conflitto anche con Nietzsche (e tuttavia: il “nazismo dionisiaco”, come possono essere ciechi gli intellettuali!), per l’arte contro la storia, per la staticità e l’immutabilità della condizione umana contro ogni idea di progresso, pessimista e nichilista («Il nichilismo è la felicità», da una sua tarda professio fidei nella Germania di Adenauer). Benn ha scritto romanzi e prose (in Italia li ha pubblicati Adelphi). Da ragazzo avevo letto le sue poesie espressionistiche Morgue, colme di decomposizioni, sadomasochismo e umori splatter (un’atmosfera per alcuni versi simile si coglie anche nel coevo Libro di devozioni domestiche del giovane Brecht, temperato però da ben altra pietas). I suoi versi estremi, Aprèslude (traduzione di Ferruccio Masini, Einaudi, 1966), traggono poesia dall’impoetico, dalla lingua degli affari e dai gerghi delle professioni, dall’aridità quotidiana. E approdano tuttavia, nel tono notturno e grave del congedo, a una per lui inedita, accorata misura di accettazione, di trepida simpatia per l’umanità.
Esseri umani ho incontrato che,
quando si chiedeva loro il nome,
timidamente – come se non potessero pretendere
di possedere anche un solo modo di chiamarsi –
«signorina Christian» rispondevano e poi:
«come il nome», e ti volevano
agevolare la comprensione
nessun nome difficile come «Popiol» o «Babendererde» –
«come il nome» – prego, non incomodi
la sua facoltà mnemonica!
Esseri umani ho incontrato che
coi genitori e quattro fratelli in una stanza
crebbero, di notte, con le dita nelle orecchie,
studiavano al focolare,
si fecero strada, di fuori belle e ladylike come contesse –
di dentro miti e operose come Nausicaa,
avevano la fronte pura degli angeli.
Mi sono spesso domandato e non ho trovato risposta
da dove venga la dolcezza e il bene,
nemmeno oggi lo so e ora devo andare.
Per una sorta di strano contrappasso la poesia che dà il titolo a questa sua ultima raccolta è diventata, benché mi ripugni l’elitismo del poeta tedesco, una sorta di mantra che mi ha accompagnato negli anni. Qui il “nichilismo felice” di Benn, la sua visione dell’uomo come essere puramente biologico (il “maiale” della sua gioventù espressionista) mi pare approdare a una sorta di appena immalinconito stoicismo, non tanto lontano dal “Sysyphe heureux” di Camus: il continuare a portare la propria pietra, anche se rotolerà a valle. Ci leggo, magari forzando l’autore, la necessità di accettare la vita e le sue sfide anche quando l’esito al quale tendiamo non è certo, anche quando pare che il cimento sia impari alle forze. Ci leggo, contraddicendo l’autore (ma i poeti spesso scrivono versi che a mente fredda non condividerebbero), un’elegia della disponibilità contro l’isolamento aristocratico, un’esortazione al dover essere contro l’essere. Ecco la poesia:
Devi saperti immergere, devi imparare,
un giorno è gioia e un altro giorno obbrobrio,
non desistere, andartene non puoi
quando è mancata all’ora la sua luce.
Durare, aspettare, ora giù a fondo,
ora sommerso ed ora ammutolito,
strana legge, non sono faville,
non soltanto – guardati attorno:
la natura vuol fare le sue ciliegie,
anche con pochi bocci in aprile
le sue merci di frutta le conserva
tacitamente fino agli anni buoni.
Nessuno sa dove si nutrono le gemme,
nessuno sa se mai la corolla fiorisca –
durare, aspettare, concedersi,
oscurarsi, invecchiare, aprèslude.
Eugenio Montale. Nel “Lettore curioso” di dicembre ho presentato Alfonso Berardinelli che smontava Ezra Pound. Stavolta è il turno dell’ottimo Walter Siti (il libro è La voce verticale, Rizzoli, 2015) che decifra il particolarmente criptico Eugenio Montale di un mottetto tratto da Le occasioni, 1940.
Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose, hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.
Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.
Scrive Siti: «Poesia chiusa, piuttosto indecifrabile a una prima lettura: chi è la donna (anzi l’essere umano, perché nemmeno il sesso è precisato; anzi l’essere, perché perfino la sua umanità è messa in dubbio dalle “penne”), chi è la creatura a cui ci si rivolge e perché sta lì? Perché la sua presenza resta incognita alle “altre ombre”? Perché sono ombre, e il loro non-sapere merita di essere segnalato? Guardando alla data, 1940, si direbbe in modo spiccio “ermetismo”; ma non è come in Quasimodo o in Luzi, dove l’oscurità del testo tende a dilatarsi portando le parole verso un limite di significazione indefinita, o abissale: qui l’incomprensibilità tende al segreto, come se il testo fosse uno scrigno di desiderio e di verità da difendere gelosamente – sottraendo ai profani quegli umili dati circostanziali che chiarirebbero la situazione. È un difetto di contesto insomma, non un’ambizione di poesia pura perché vaga e generalizzante. Anzi, dal punto di vista descrittivo tutto è molto preciso e realistico: i passanti non girano l’angolo ma “scantonano nel vicolo”, l’ombra nera è incorniciata con nettezza nel riquadro del cortile, l’ora è esatta – e sembra un’incisione di Dürer l’immagine dell’essere alato con la fronte imperlata di ghiaccioli, le penne lacerate, persa in un sonno che è stanchezza e incubo da cui si riscuote “a soprassalti”. La metrica è un vero gioco a incastro: due quartine di endecasillabi apparentemente non rimati (tranne le quasi-rime “alte/soprassalti” e “ghiaccioli/sole”); ma poi “mezzodì” rima con “qui”, “raccogliesti” con “desti”, “nebulose” è in quasi-rima con “freddoloso” e gli sdruccioli dei vv. 5 e 7 si rispondono. La sintassi si inarca sulla metrica annullando il ritmo endecasillabico, ma pezzi di versi contigui formano invece endecasillabi perfetti (“s’ostina in cielo un sole/freddoloso”). È un rimpiattino con la tradizione, un adeguarsi e un sottrarsi, come un prestigiatore che fa sparire un oggetto e poi lo fa riapparire come per magia.
Diamoli allora questi dati circostanziali che chiariscono il testo. La donna è Irma Brandeis, un’ebrea americana d’origine austriaca di cui Montale s’era innamorato a Firenze nel 1933; amore passionale ma poco vissuto, lei nel 1938 era tornata in America a causa delle leggi razziali, lui non aveva avuto il coraggio di raggiungerla (Drusilla Tanzi, che poi avrebbe sposato, minacciava il suicidio se abbandonata). Stanche e tristi lettere erano intercorse dopo la partenza di lei: l’ultima è datata al dicembre 1939, un mese prima della composizione del nostro testo. Qui lei torna, in sogno o in visione, a visitarlo. Ha traversato l’Atlantico volando negli strati alti dell’atmosfera (le “nebulose” saranno le nuvole ma certo alludono al cosmo), “metà angelo e metà procellaria”; lui, riscattando oniricamente una debolezza di cui si rimprovera, assiste al suo sonno e la cura, la protegge. La frangia dei capelli era il dettaglio di lei che amava di più e gliela accarezza scaldandola; è un’ora comune per tutti ma per lui è l’ora delle visitazioni angeliche. Lei si chiama Brandeis, che in tedesco può essere scomposto e letto come “incendio di ghiaccio” (“fuoco di gelo” dirà in un’altra poesia, Iride); qui il freddoloso sole invernale è un accenno criptato al suo cognome, il particolare che forse l’ha evocata, un ammicco tra loro che deve restare segreto all’altra donna.
Con Irma (a cui in altre poesie attribuirà il soprannome di Clizia) arriva alla massima chiarezza l’idea montaliana di amore-passione: la donna è la scala per un’ossessione più metafisica, messaggera di un aldilà di cui Montale non sa nient’altro se non che deve esistere, oltre una barriera. La Brandeis, allieva di Charles Singleton, era venuta a Firenze perché studiava Dante e certo le donne poetiche montaliane somigliano a Beatrice ma per un Dante che non crede in Dio. Per questo la donna è meglio lontana che vicina, così può idealizzarla come vuole – l’amore diventa un marchio di aristocrazia per gli uomini che non si accontentano di vivere e basta. Gli uomini che invece non sanno niente di Irma e della sua visitazione, sono “altre ombre” che quasi non si distinguono dall’ombra del nespolo: uomini che scantonano via dall’Assoluto, mai esponendosi all’amore verticale ed escludendo la possibilità stessa di “un’altra ombra”.
Per Maria Luisa Spaziani, dieci anni dopo, Montale scriverà versi che richiamano questi: anche lei gli ricorderà “lo strazio / di piume lacerate”, anche lì compiangerà i “ciechi” che “non ti videro / sulle scapole gracili le ali”. Ma sarà un surrogato, un tentativo di mediazione tra cielo e terra: l’esperienza folgorante dell’angelo incarnato si vive una volta sola nella vita. Da vecchio riparlerà con ironia tenera della Brandeis e della vigliaccheria propria (lei lo voleva arruolato volontario nella guerra di Spagna); non sarà più così bisognoso di sublime, si mostrerà vecchio dandy superstizioso e disilluso; ma l’Assoluto che ti viene a trovare in camera, di nascosto da tutti, quello non potrà mai dimenticarlo. Lei nel frattempo è diventata un’accademica esperta della Divina Commedia e lui loderà i suoi scritti: ma nell’ultimo bigliettino che le manda, poco prima di morire, ancora la chiamerà “my divinity”».
Poesie d’amore. San Valentino, anche per chi scansa il rito, è in arrivo e in agguato. Offro qualche soccorso, forse qualche antidoto, a chi lo festeggia con quattro componimenti estratti dall’ottimo Poesie d’amore del Novecento a cura di Paola Dècina Lombardi (Mondadori 1992, ma esiste anche una più recente antologia di Crocetti dallo stesso titolo). Scelgo prima di tutto (segnalando un insolito Invito alla fedeltà del notoriamente infedele D’Annunzio e un altrettanto insolito Io ti dirò che t’amo dell’amorosamente astemio Pascoli) Una dedica a mia moglie di Thomas Stearns Eliot, tradotta da Roberto Sanesi:
A cui devo la gioia palpitante
Che tiene desti i miei sensi nella veglia,
E il ritmo che governa il riposo nel sonno,
Il respiro comune
Di due che si amano, e i corpi
Profumano l’uno dell’altro,
Che pensano uguali pensieri
E non hanno bisogno di parole
E si sussurrano uguali parole
Che non hanno bisogno di significato.
L’irritabile vento dell’inverno non potrà gelare
Il rude sole del tropico non potrà mai disseccare le rose
Nel giardino di rose che è nostro ed è nostro soltanto
Ma questa dedica è scritta affinché altri la leggano:
Sono parole private che io ti dedico in pubblico.
E quest’altra di un Fernando Pessoa che si accontenta tradotto da Antonio Tabucchi:
Non so se è amor che hai, o amor che fingi,
quello che mi dai. Dammelo. Così mi basta.
Giacché per tempo giovane non sono,
che lo sia almeno per errore.
Poco gli dèi ci danno, e il poco è falso.
Però, se ce lo danno, sebbene falso, l’offerta
è vera. Accetto.
Chiudo gli occhi: è sufficiente.
Cosa voglio di più?
Una terza e corporale (Indizi) della grande, tragica Marina Cvetaeva tradotta da una nostra grande, Serena Vitale:
Come spostando pietre:
geme ogni giuntura! Riconosco
l’amore dal dolore
lungo tutto il corpo,
Come un immenso campo aperto
alle bufere. Riconosco
l’amore dal lontano
di chi mi è accanto.
Come se mi avessero scavato
dentro fino al midollo. Riconosco
l’amore dal pianto delle vene
lungo tutto il corpo.
Vandalo in un’aureola
di vento! Riconosco
l’amore dallo strappo
delle più fedeli corde
vocali: ruggine, crudo sale
nella strettoia della gola.
Riconosco l’amore dal boato
– dal trillo beato –
lungo tutto il corpo!
E per finire una quarta, un sonetto ironico e tenero di Giacomo Noventa (1898-1968), poeta soprattutto in veneto, eretico e polemista che meriterebbe di esser meglio conosciuto:
Colpa d’amor, e no’ mancanza d’arte,
Fa che i poeti moderni sragiona:
I se contenta de qualunque dona,
E po’ i la vol beata su le carte.
A sta busìa mi gò concesso in parte,
Movendo i primi passi in Elicona;
Ma tì ti-ssi vignùa, e in tì no’ stona
El nostro vero amor co’ ‘l me inventarte.
La verità xé anzi un fià più bela
De quel che vogio dir parché ogni amante
Credendo invidii la mia bona stela.
Manco lègreme al mondo sarìa piante,
Se gavesse mi pur più fede in ela,
Come lesendo in Beatrice e in Dante.
William Carlos Williams. Ammirevole come poeta e come uomo, l’americano e modernista William Carlos Williams (1883-1963). Figlio di immigrati portoricani, pediatra dal 1910, aiutò a far nascere più di duemila bambini a Paterson, New Jersey, culla della rivoluzione industriale americana e città alla quale dedicò un poema in odore di capolavoro. Poeta influenzato dall’avanguardia europea ed elaboratore di uno stile personalissimo di concreta saldezza («Nessuna idea se non nelle cose»), premio Pulitzer e maestro delle generazioni poetiche successive alla sua, mentore e prefattore dell’Allen Ginsburg di Urlo, fu un liberal vicino agli ambienti di sinistra e finì anch’egli nel mirino del maccartismo. In Italia lo hanno tradotto, fra gli altri, Vittorio Sereni, Cristina Campo e Alfredo Rizzardi. Qui di seguito la mia versione di Dedica per un terreno (Dedication for a plot of ground).
Questo terreno davanti
all’acqua di questa baia
è dedicato alla presenza indomabile
di Emily Dickinson Wellcome
che nata in Inghilterra, sposata,
perse il marito e con
il figlio di cinque anni
salpò per New York su un due alberi,
si smarrì nelle Azzorre,
andando poi alla deriva sulle secche
dell’Isola del Fuoco,
il secondo marito l’incontrò
in una pensione di Brooklyn,
andò con lui a Portorico
generò altri tre figli, perdendo
il secondo marito, facendo
otto anni di vita dura a St. Thomas,
Portorico, San Domingo, poi seguì
il figlio maggiore a New York,
perse la sua bambina, la sua piccola,
allevò i due ragazzi del
figlio maggiore di secondo letto
facendo loro da madre – una madre
non l’avevano – lottando per loro
contro l’altra nonna
e le zie, e li portò qui
estate dopo estate, qui difendendosi
da ladri, tempeste, sole e fuoco,
da mosche e da ragazze che ronzavano
nei dintorni, da siccità, erbacce e
mareggiate, dai vicini, dalle donnole che
razziavano il pollaio, dalle sue stesse mani
che non erano più forti come un tempo,
dalla forza crescente dei
ragazzi, dal vento, dalle pietre,
dagli intrusi, gli affitti, dai suoi stessi pensieri.
Con le sue mani zappò questa terra,
diventando signora delle zolle e dell’erba,
dando il tormento al suo figlio maggiore
finché non lo convinse a comprarla, vivendo
qui ancora quindici anni, approdata
infine a una finale solitudine, e –
se in questo posto non avete da portare
altro che la vostra carcassa, andate fuori dai piedi.
UN AUTORE A PUNTATE / JANE AUSTEN (1)

L’universo in un salotto. Scrive Jane Austen, 1775-1817, in una lettera del 1814: «Tre o quattro famiglie in un paesino di campagna sono la cosa migliore su cui lavorare». Un mondo piccolo che si fa universo, con i rapporti umani al centro delle narrazioni. Liliana Rampello ha curato un’antologia che mi accompagnerà per tutto il 2026, un brano di miss Austen al giorno e, prima ancora dell’antologia, i due volumi dei Meridiani Mondadori che raccolgono la sua opera e che prima o poi acquisterò perché la traduttrice è l’ottima Susanna Basso. Scrive Rampello: «Questo continua a incantare i lettori in tutto il mondo, a distanza di due secoli: questo suo scrivere del mondo guidata da una passione allegra e intelligente, per raccontare con sorvegliato umorismo, o esplicita e sublime ironia, la vita di tutti, che è la vita di ognuno con gli altri, con quel “senso impeccabile dei valori umani” di cui ha detto Virginia Woolf. Meglio ancora, più giusto, è qui declinare tutto al femminile, perché il suo è un mondo di ragazze, donne, madri, mogli, zie, zitelle… Ognuna a modo suo protagonista, non vittima, del proprio destino, in un mondo patriarcale e ferocemente diviso in classi, vere e proprie caste. Che straordinaria novità per il suo tempo, aver capito la differenza, quando si tratta di uomini e donne, fra libertà e necessità, e da questa osservazione, insieme semplice e profonda, aver intuito che il romanzo di una ragazza, della sua formazione, non poteva seguire le orme di quello di un ragazzo. E così scriverlo per prima, il romanzo di formazione femminile, e aprire la strada a tutte le altre dopo di lei». Ci sarebbe da aggiungere molto altro: del suo inimitabile stile libero indiretto, della brillantezza dei suoi dialoghi, della costruzione delle sue eroine volitive. Jane Austen è per me passione di lungo corso, così ogni mese proporrò una delle sue opere, magari accompagnata da qualche libro su di lei. Comincio con Emma, a febbraio sarà la volta di Ragione e sentimento.
Liliana Rampello, Un anno con Jane Austen, Neri Pozza, 2025

La pratica della benevolenza. Quarto libro pubblicato da Jane Austen e ultimo pubblicato in vita (il successivo Persuasione uscirà postumo nel 1817), Emma è del 1815, l’anno di Waterloo. Lo stampa un importante editore londinese, John Murray. E l’autrice, per la prima volta, lo firma: i romanzi precedenti, che avevano esaurito le tirature, erano apparsi anonimi: “by a Lady”. Oppure, a sollevare appena un lembo del velo, “by the author of…”. Jane Austen in quel 1815 ha ammiratori importanti. Uno è il reverendo James-Stainer Clarke, bibliotecario di Carlton House, residenza del Principe Reggente, che le scrive: «I vostri ultimi lavori, Signora, e in particolare Mansfield Park, fanno il più alto onore al vostro Genio e ai vostri Princìpi; in ogni nuovo lavoro la vostra mente sembra crescere in energia e capacità di giudizio. Il Reggente ha letto e ammirato tutte le vostre pubblicazioni». Energia e capacità di giudizio, il bibliotecario del principe ha visto giusto. Genio e Princìpi, esattamente. Il genio dell’«artista più perfetta fra le donne», la definizione perentoria è di Virginia Woolf. I princìpi saldissimi, anche se dissimulati dall’ironia, di una signorina che dal suo tinello ha una chiara percezione della società, delle sue convenzioni e dei suoi codici di comportamento. E che plasma, come pochi altri scrittori, quella che Harold Bloom ha definito la “volontà protestante”. Da questo punto di vista Emma, sotto la buccia brillante della commedia di caratteri e situazioni, della commedia degli equivoci si sarebbe tentati di dire, è molte cose in più: uno studio psicologico perfetto non solo dei personaggi mandati in scena ma anche, in qualche modo, del “carattere inglese”; una cronaca perspicace della vita sociale della piccolo-media borghesia rurale e provinciale tra fine ‘700 e inizio ‘800; e un romanzo di formazione, che racconta l’ educazione – non solo sentimentale – della protagonista attraverso prove ed errori.
La trama è presto riassunta: Emma Woodehouse ha ventun anni, è bella, ricca e intelligente. Ma ha scarsa intelligenza del cuore e inclina all’altezzosità di censo. Rimasta sola in casa ad accudire il padre, mite e benevolo agrario e redditiere ma anche ipocondriaco e “uomo unilaterale”, si diverte a combinare matrimoni. Un’impresa le è riuscita: accasare la propria governante (e amica, e quasi sorella, perché una cosa va detta: con tanti difetti, Emma è di buon cuore e, con chi sceglie lei, molto paritaria) con un proprietario terriero vedovo e di carattere espansivo, mr Weston. Ci riprova indirizzando una ragazza prescelta come “amica da elevare”, la mansueta diciassettenne Harriet Smith figlia illegittima di padre ignoto che si suppone molto importante, verso il giovane ecclesiastico mr Elton, facendole rifiutare la proposta di matrimonio di un onesto e stimabile agricoltore, Robert Martin. Harriet e l’ispiratrice Emma andranno incontro a equivoci imbarazzanti. Intanto, Emma è corteggiata da Frank Churchill, brioso e assai sventato figlio di mr Weston. Il giovane è stato allevato e adottato dai Churchill, parenti altoborghesi della prima moglie di Weston che non avevano approvato il matrimonio. Emma è lusingata nella vanità ma, per fortuna, non sedotta dal giovane Churchill: che in realtà la usa come donna dello schermo perché, all’insaputa di tutti, si è fidanzato segretamente con Jane Fairfax, orgogliosa, riservatissima e squattrinata nipote delle impoverite Bates. Basterebbe se Harriet, guarita dall’infatuazione per Elton, non si innamorasse di mr Knightley, censore amichevole ma inflessibile di ogni mossa sbagliata di Emma. E se Emma non scoprisse, con sorpresa e sgomento, di essere a sua volta innamorata di Knightley. Il lieto fine è dietro l’angolo: dopo avere a lungo riflettuto su stessa, Emma si emenderà e sposerà Knightley. E Harriet, socialmente rinsavita, sposerà il suo agricoltore.
Una commedia degli equivoci, appunto, all’apparenza. Una storia d’amore facile da travisare e ridurre alle dimensioni del romanzo rosa. In realtà un romanzo di formazione. E un romanzo “politico”, se si pensa che le strategie amorose e matrimoniali – o di elusione del matrimonio – erano l’unico modo per le donne di fare i conti con il mondo e con il posto da occuparvi. L’orizzonte del romanticismo, dell’amore-passione, non è quello di Jane Austen: figlia del Settecento razionalista, in qualche modo erede dell’illuminismo anche se la sua Inghilterra non ha fatto la rivoluzione e, in quel 1815, sta con il Duca di Wellington e non con Napoleone. Ma l’Inghilterra ha tagliato la testa al re con largo anticipo sui francesi, salvo restaurare la monarchia: e intanto il parlamentarismo si è affermato e la borghesia ha imparato a convivere con l’aristocrazia, come le forme feudali coesistono con la rivoluzione industriale. L’amore, in questi climi freddi e assennati, è un traguardo individuale, ma all’interno di regole codificate e condivise. E il matrimonio non è detto che sia questione di amore. Per Emma il matrimonio non è una necessità; per le altre a cui fa o tenta di fare da pronuba lo è. C’è un’ambivalenza tutta inglese (da rivoluzione a metà, appunto) nei rapporti matrimoniali o sociali. C’è, ed è quella del ceto medioborghese della Austen, l’ambivalenza di chi non si vuole mischiare con gli inferiori e al tempo stesso non tollera di essere tenuto ai margini dall’alta borghesia e dalla nobiltà (in Orgoglio e pregiudizio Lady De Burgh, qui la tirannica mrs Churchill zia di Frank). Se ne esce con un percorso individuale (la maturazione di Emma non è soltanto sentimentale: è l’aprirsi a una cerchia più vasta di socialità, il simpatizzare con le sensibilità e le ragioni altrui). E con una pratica sociale, la “benevolenza”, al tempo stesso inclusiva ed esclusiva, che è un buon surrogato della concezione liberale dei diritti. La benevolenza è nel privato ciò che, in quegli anni oscillanti fra rivoluzione e restaurazione, le costituzioni octroyée, i diritti concessi per graziosa volontà sovrana, saranno rispetto all’assolutismo: un timido ed equivoco passo avanti. C’è un’ulteriore dialettica, nel romanzo, che dà spessore e accenti nuovi alle dinamiche sociali e alla maturità individuale, ed è quella fra Emma e mr Knightley, portatore di una concezione meno formalistica e più asciuttamente aderente ai meriti e a una rigorosa (e vigorosa) etica personale. È lui a prendere le parti del suo fattore Robert Martin, pretendente rifiutato da Harriet, lodandone la laboriosità e il “giudizio” (in Emma, va sottolineato, pure in una società agraria dove la rendita è pietra di paragone, compare con un certo rilievo il lavoro dei borghesi: Knightley è un proprietario molto attivo nell’amministrazione e nelle migliorie della sua tenuta, i suoi fattori e aiutanti sono presentati come esempio delle nuove virtù, che s’incarnano altresì nell’altro Knightley avvocato, primo personaggio ottocentesco, borghese e urbano della Austen). È sempre Knightley a rimproverare severamente Emma e a metterla profondamente in crisi, per essersi presa gioco di un’impoverita zitella, perché le ironie si esercitano fra eguali, ma di chi è più sfortunato o svantaggiato si deve avere rispetto. Con Knightley, brusco e asciutto ma generoso e soccorrevole, buon vicino e altruista, la benevolenza che per Emma è dato caratteriale fatto per metà di sufficienza castale e per metà di buonsenso autoprotettivo diventa sentimento abbastanza prossimo alla solidarietà. L’individualismo permeato da una forte etica del dovere, che rispetta le convenzioni ma non vi s’inchina quando confliggono con le scelte primarie (Knightley dà un giudizio molto negativo di Frank Churchill il quale, per compiacere gli zii, non ha mai fatto visita al padre: chi ha un dovere da compiere, è il suo parere, dice di no e non accetta imposizioni) è parte costitutiva di quella volontà protestante a cui si è accennato. E del carattere inglese. Come lo è la spiccata personalità dei personaggi femminili tipica di un paese che, se non ha abolito la disparità, ha avuto (e avrà) sovrane tutt’altro che ornamentali e molte donne di spicco (tra la fine del ‘700 e gli inizi del secolo successivo, i libri scritti da donne e pubblicati sono circa duemila). Anche l’unilateralità di mr Woodehouse, che si fida soltanto del suo medico-farmacista per diagnosticare i malanni, che ritiene salubri soltanto le vivande che mangia lui, che non si è mai mosso di casa ma ha certezze assolute sulle località giuste o sbagliate, è molto inglese. Prendendo se stesso a esclusiva misura del mondo, mr Woodehouse non si discosta molto da quel miscuglio di orgoglio e insularità che ha vietato agli inglesi di adottare il sistema metrico decimale, il sistema centesimale di divisione della moneta (e in tempi più recenti la guida a destra). L’unione di queste caratteristiche è la “via inglese alla modernità” che fa parte del retaggio occidentale. Per un altro approccio romanzesco alla modernità, che metta al primo posto la ribellione, bisognerà passare la Manica e attendere quindici anni che esca Il rosso e il nero di Stendhal.
Jane Austen, Emma, traduzione di Mario Praz, Garzanti, 1965