Il lettore curioso: estate 2026

In Letteratura, poesia, Saggistica, Weekend

Menu succulento da tenersi accanto nell’estate calda: giochi di memoria nell’avanzare della vecchiaia con Julian Barnes, gialli di ottima resa, recensioni , cattiverie e interventi d’autore, e poi Dickens, Austen e tanta poesia

Nuova puntata, prima della pausa estiva. Prossimo appuntamento a settembre.

RECENSIONI

Julian Barnes, Partenze, traduzione di Susanna Basso, Einaudi, 2026

Congedo con digressioni sulla memoria volontaria e involontaria e sparse deliziose impertinenze all’indirizzo di Proust; storia di due amici-amanti, Stephen e Jean, raccontata all’inizio e alla fine della loro vicenda, con un buco in mezzo di quarant’anni, e del loro jack russell ignaro della sua caninità; autofiction ironica e ironicamente grave sulla malattia, l’invecchiare e il tempo che resta; esibizione perplessa di un narratore onnisciente, di un burattinaio che non rinuncia a muovere i suoi fili, persuaso tuttavia di non essere infallibile e poco incline a montare in cattedra («Nessun romanziere dovrebbe scrivere in modo condiscendente presumendo di possedere una saggezza superiore»).
Partenze, che Julian Barnes offre al lettore come il suo volume estremo, affermando che non scriverà più, è tutte queste cose insieme. Ed è un libro più difficile da descrivere che da leggere, intriso com’è della sua magistrale arte del racconto, del suo affabile stoicismo, dei temi che hanno innervato tutta la sua opera e soprattutto le sue prove più alte (penso ai capolavori Il senso di una fineLivelli di vita e Il rumore del tempo): la labilità della memoria, i conti con il dolore, il bilancio della vita che si avvia alla fine: «Perciò, concludendo, sto andando – letteralmente – da nessuna parte (e temo che ci stiate andando anche voi, amici miei, ma voi restate più a lungo che potete, anche solo per farmi un piacere)».
Barnes, che da oltre quarant’anni nutre le nostre avventure di lettori (penso alla scoperta elettrizzante che fu, a metà degli anni ‘80, Il pappagallo di Flaubert), ha compiuto ottant’anni. E si è scoperto invaso da un ospite molesto, un cancro del sangue che «non è curabile, ma gestibile, come la vita» e che lo accompagnerà nel suo ultimo tratto, tenuto sotto controllo da una chemioterapia blanda e perenne, una pillola al giorno da mandare giù. Di qui il senso dell’ultimo libro, della ricapitolazione. Perché anche la malattia, per il romanziere, è “interessante”: materia da romanzo, perché no, tiepida angoscia ma soprattutto curiosità. «Ah, è dunque così che succede?».
Dicevamo della memoria, grande I Am dal duplice significato. “Io sono”, perché la memoria coincide con l’identità: se non ricordi non sai chi sei e, in definitiva, è possibile che tu “non sia più te stesso”; e acronimo di Involuntary Autobiographical Memory, memoria autobiografica involontaria. Quella per intenderci dell’episodio più celebre e citato della Recherche di Proust, in cui Marcel, inzuppando una madeleine nella tazza di tè che gli ha offerto la madre, rivede se stesso bambino intingere la tortina nella tisana di tiglio della zia Leonie. Quel ricordo affiorato all’improvviso gli spalanca un mondo, il paese di Combray in cui durante l’infanzia trascorreva le vacanze, che la memoria cosciente aveva cancellato.
Barnes dubita della memoria involontaria: «Forse il mio scetticismo deriva dal non aver mai sperimentato ricordi trascendentali come questi in vita mia; mi sono dovuto accontentare dei semplici biscotti secchi della memoria volontaria. Ho chiesto ad alcuni amici, e nemmeno a loro è mai toccata una rivelazione proustiana. Ho il sospetto che al giorno d’oggi chi avesse voglia di accedere a ciò che risulta da tempo dimenticato potrebbe tentare con la psicoterapia, o con qualche droga lisergica, tipo Lsd, capace di aprire le porte di percezione e memoria. Se sarei interessato a provarle anch’io? Probabilmente no. D’altronde, a differenza di Marcel, non ho mai trovato frustranti i limiti della memoria volontaria; e dubito che se potessi riavere accesso ad Acton W3 come si presentava alla fine degli anni Quaranta e inizio Cinquanta, il sobborgo mi sboccerebbe in mente come un fiore di carta giapponese nell’acqua, ricordandomi episodi e felicità dimenticati. Né riesco a indovinare quale subitanea chiave olfattiva potrebbe funzionare nel mio caso: di sicuro non un qualunque pezzetto di dolce molliccio. Piuttosto il profumo di colla e vernice che usavo per costruire modellini di aerei, o magari l’aroma di bacon sfrigolante, o l’odore di un golden retriever bagnato».
Ha dubitato di Proust, per dire che il tema della memoria ha attraversato tutto il nostro Novecento, anche Philip Roth in Pastorale americana: «Divorando un boccone dopo l’altro di questi pasticcini il cui sapore farinoso avevo amato fin dall’infanzia – un misto di burro, panna acida, vaniglia, mascarpone, tuorlo d’uovo e zucchero – forse avrei fatto sparire da Nathan ciò che, secondo Proust, sparì da Marcel nell’attimo in cui riconobbe “il sapore della piccola madeleine”: la paura della morte. “Un semplice assaggio” scrive Proust “e per lui la parola morte non ha più alcun senso”. Mangiai dunque, avidamente, ingordamente, non volendo limitarmi, nemmeno per un attimo, nel vorace accumulo di grassi saturi; ma senza avere, infine, la fortuna di Marcel».
La memoria involontaria non sarebbe né superiore né più in generale affidabile, perché la memoria sfugge ai nostri tentativi di imprigionarla: un processo di editing che aggiusta e lima i ricordi, eliminando le spiacevolezze, gli imbarazzi, spesso il dolore. E d’altro canto la memoria prodigiosa, l’eccesso di memoria, è un dono auspicabile o una patologia a cui guardare con affascinato orrore? Barnes racconta il caso di un canadese che, in seguito a un ictus, ricorda tutto ma proprio tutto: se gli mettono davanti una crostata, il cervello gli scarica come un computer impazzito tutte le crostate che ha mangiato in vita sua. Barnes fa gli scongiuri davanti al prodigio: e se dovessimo ricordare tutte le scoregge della nostra vita, tutti i “ti amo” detti a sproposito o taciuti quand’era opportuno che venissero pronunciati? Era perplesso anche Borges nel racconto dedicato a “Funes el memorioso” (lo trovate in Finzioni) di fronte al ragazzo povero e ignorante che, immobilizzato a letto da una caduta da cavallo, era incapace di astrazione e punti di vista ma pronto a recitare a memoria la Storia naturale di Plinio e a impiegare una giornata intera per ricostruire nel dettaglio una giornata.
Se la memoria è labile, sarà imperfetta come una trama che ti si rivolta contro anche l’impresa a cui si accinge il narratore demiurgo nel muovere i suoi personaggi come pupazzetti. L’allampanato e serissimo Stephen e la sboccata ed effervescente Jean, studenti ad Oxford nei magici ‘60 che quanto a sesso magici non furono affatto (è questa un’ossessione retrospettiva della letteratura inglese in versi e in prosa, dallo stesso Barnes a Larkin a McEwan), ai quali l’amico Julian fa da paraninfo. Stanno assieme ma alla fine degli studi, incerti se convolare a nozze o piantarla lì, troncano la loro storia (e il narratore demiurgo reagisce male: «Sapete che c’è? Andatevene un po’ affanculo»). Quarant’anni dopo, sessantenni, ancora Julian li rimette assieme. Arrivano a sposarsi e si lasceranno, perché il presente per quanto idilliaco («La felicità non mi rende felice» confesserà Jean a Julian) non combacia con i ricordi della giovinezza.
Scherzi della memoria. Ci si avvia alla fine della storia, alla fine della vita con la consapevolezza serena – i credenti parlerebbero di nichilismo, i non credenti privi di certezze e di presunzione ci si riconoscono – che «la vita non è una tragedia a lieto fine, nonostante le promesse della religione; è piuttosto una farsa dal finale tragico o, tutt’al più, una commedia leggera dal finale triste».
Gli ultimi pensieri, le ultime parole sono per noi ipocriti lettori, suoi simili, fratelli: «In ogni caso, mi auguro che tu abbia gradito il nostro rapporto in questi anni. Per me è stato senz’altro così. Mi è stata cara la tua presenza – anzi, non sarei niente senza di te. Ora ti appoggio una mano sul braccio – no, tu continua a guardare – e vado. No, tu continua a guardare». 

Cristina Cassar Scalia, Le Terme dell’Indirizzo, Einaudi, 2026

Lettore sempre meno seriale di gialli ma ancora discretamente assiduo, seguo fin dai suoi esordi questa notevole e per fortuna regolarmente prolifica autrice, siciliana di Noto trapiantata a Catania. Giunta all’undicesima puntata della serie dedicata al vicequestore Vanina Guarrasi, Cristina Cassar Scalia prende d’assalto le classifiche con la solida fattura delle Terme dell’Indirizzo.
Un sito archeologico incastonato nel centro della città, al cui interno viene trovato il cadavere in parte carbonizzato – si è salvata soltanto la faccia – di un clochard. Gli hanno dato fuoco, a lui e ai suoi miseri effetti personali, dopo avergli sparato. Le indagini, come al solito, si riveleranno complicate e Guarrasi con i suoi aiutanti-complici – il commissario in pensione Patané, l’ispettore Spanò e i “carusi” della sua squadra, l’anatomopatologo Adriano Calì, gli amici della questura di Palermo – dovrà dare un’identità alla vittima, che non ha mai rivelato il suo nome agli altri vagabondi e ha sempre eluso ogni controllo, e frugare nel suo passato. Che cosa ha spinto quest’uomo riservato e soccorrevole – gli altri barboni, che curava e ai quali prestava soccorso, lo chiamavano “u dutturi” – a scegliere questa fuga dal mondo? E da che cosa fuggiva?
La trama, lo ripeto, è solida, ma quello che in Cassar Scalia tiene incollati alla pagina è oltre all’enigma da svelare (e forse più di quello) il “teatrino” dei numerosi comprimari, governati con mano saldissima e seguiti nei loro travagli amorosi, nelle peripezie professionali, nei successi e negli scivoloni, nelle discese più o meno ardite e nelle risalite. Quanto a lei, Vanina Guarrasi, fa parte delle malmostose di carattere – Petra Delicado, Imma Tataranni, Lolita Lobosco – che tanto ci piacciono. Volitiva e capace di coniugare modi bruschi ed empatia, sentimentalmente complicata, incapace di cucinare ma più che capace di strafogarsi, cinefila e tabagista, è costruita con un accumulo di tic, vezzi e nevrosi degni dei migliori detective della nostra vita. Si attende il seguito, già annunciato dalla conclusione drammatica (che non si rivela) del romanzo.

Goffredo Fofi, Arcipelago Sud, a cura di Mirko Grasso, Feltrinelli, 2025

Estremo lascito del grande irregolare, bastonatore, curioso e maestro Goffredo Fofi (era lui il critico che Celati e Cavazzoni volevano andare a picchiare in Storia di un’amicizia?), Arcipelago Sud è l’ultimo libro progettato vivente l’autore, e accompagnato alle stampe dopo la sua scomparsa da Mirko Grasso che lo ha curato. Novanta testi a comporre altrettanti ritratti, dalla A di Sergio Atzeni alla Z di Angela Zucconi. Immersi nel calor bianco del Sud perché Fofi riteneva, scrive Grasso, che «la cultura nazionale ha, nei momenti più alti e in una miriade di espressioni meno note, ma ugualmente di grande valore, una forte matrice meridionalista e di tenace ancoramento per il Sud».
Come definire questi testi? Saggi, interventi, profili, conversazioni? Un po’ tutto questo, eterogenei come sono non per contenuti ma per destinazione: messe a punto critiche lavorate e rifinite (finissime quelle su Ottiero Ottieri e Mario Pomilio, su Carlo Levi e Rocco Scotellaro), ma anche interventi militanti, rievocazioni (il libro è anche una miniera di aneddoti), materiali approntati per le trasmissioni radiofoniche e un mazzetto di schede scritte espressamente per questo volume.
Il primo dato che balza agli occhi è, assieme alla curiosità onnivora alla radice di ogni suo intervento, la generosità e spesso l’entusiasmo che animano gli scritti; la capacità di tenere insieme l’alto e il basso (per dire, Leonardo Sciascia e Tina Pica), la riflessione e l’intervento (Giovanni Verga e la mensa per i bambini proletari), i più prossimi e quelli soltanto in apparenza più lontani (illuminanti le riflessioni sui grandi meridionalisti, da Giustino Fortunato a Guido Dorso, da Manlio Rossi-Doria al suo primo maestro Danilo Dolci, che Fofi raggiunse in Sicilia non ancora ventenne). 
Di formazione eretica e senza chiese nella sua collocazione a sinistra (una matrice libertaria attraversata da forti venature religiose, l’ha definita Emiliano Morreale), il Fofi che emerge da queste pagine smentisce il cliché dello stroncatore senza appello, del polemista furibondo che gli è stata appiccicata e che forse corrisponde più agli umori fumantini della gioventù che al suo lungo percorso. E mette in luce pienamente, oltre alla sua vivacità, la sua generosità.
Addolcendosi, Fofi non si è “normalizzato” e non ha fatto abiure: anche questo libro estremo dimostra, nella serenità e nella gioia che lo pervadono, la sua forte tempra morale. Semplicemente, ha ammesso l’acerbità di alcune sue critiche e ha aggiustato il tiro, riconoscendo il valore di molti grandi pur con riserve non taciute (esemplari in questo senso i rilievi su Eduardo De Filippo). In questo libro convergono i molti sud che fanno il Sud: tra i lettori, ogni meridionale riconoscerà i suoi. Io, da sardo, ho particolarmente amato i ritratti affettuosi di Sergio Atzeni e Salvatore Mannuzzu, il ricordo della grande Maria Carta e la rivalutazione calorosa della spesso bistrattata Grazia Deledda. 
Fofi curioso di tutto, appassionato, sorprende nelle sue mille annotazioni per niente snobistiche (ieri Sergio Bruni e Totò che ha contribuito come nessun altro a consacrare, oggi Nino D’Angelo e, sorpresa sorpresa, Diego Armando Maradona). Io, che gli devo la scoperta di un grande scrittore come William Trevor e che l’ho ammirato anche per le sue schede di cinema della maturità (Come in uno specchio dedicato ai grandi registi e Più stelle che in cielo agli attori prediletti sono libri magnifici), qui lo ritrovo.

Enzo R. Laforgia, Quando il fascismo dettava la dieta, People, 2025

Le “inique sanzioni” votate dalla Società delle Nazioni contro l’Italia che nel 1935 invade l’Etiopia. E la risposta, propagandistica ed esagitata, del regime fascista. La racconta questo libro garbato e documentato con tanto di (improbabili) ricette. La parola d’ordine è: autarchia. Fare da soli, stringere la cintola. Le “massaie”, soprattutto rurali, nominate sui due piedi generalesse della “resistenza”, con il mandato di allevare polli e conigli, magari tenerseli anche in casa, per ridurre la dipendenza dalla carne bovina e dall’odiato rosbiffe degli inglesi. I macellai che vendono a giorni alterni: un giorno solo pollame e frattaglie, un altro solo carne ovina e suina, manzo e vitello solo un paio di volte alla settimana. 
Si raccomanda di fare tesoro delle verdure, anche delle bucce e degli scarti. Di cuocere le vivande soltanto inizialmente sulla fiamma, e di completare la preparazione nella “cassetta di cottura”, un contenitore di legno foderato di cotone e lana e chiuso ermeticamente, per risparmiare sul carbone anch’esso importato dai perfidi albionici. Di bere carcadè eritreo al posto dell’altrettanto esecrabile tè delle cinque del “popolo dei cinque pasti”. D’ingozzarsi di banane somale a prezzo calmierato. 
Comprare e consumare italiano e italianizzare i nomi è il comando: lista e non menù, colazione e non dejuner o lunch, brodo e non consommé (e attenzione ai dadi stranieri), dolce e non gateau, spumante secco e non dry, arzente e non cognac. I giornali sono mobilitati: con reprimende, consigli e ricette. A Varese La Prealpina minaccia di pubblicare i nomi delle signore che comprano profumi francesi.
È ultranazionalista anche Filippo Tommaso Marinetti inventore del futurismo (“Un cretino con lampi di imbecillità” lo aveva definito D’Annunzio) che combatte la sua personale battaglia contro la pastasciutta che inflaccidisce un popolo destinato a essere “guerriero”. E pubblica sulla Cucina Italiana ricette provocatorie e immangiabili con carne di cammello cruda, lepre in salmì e gelatina di pollo.
C’è trucco e c’è inganno in questa propaganda che invita alla sobrietà e all’oculatezza e sembra prefigurare una sorta di chilometro zero d’antan, perché per la maggioranza degli italiani il problema non è mangiare meno ma, semplicemente, mangiare. La Cucina Italiana, fondata in quegli anni dall’ex pornografo Umberto Notari, segue un doppio binario: ricette “antisanzioniste” patriottiche e sfarzose (il “polpettone Makallè” con petto di vitello, maiale, lingua salmistrata, uova e burro) per i bravi borghesi che devono tenersi su, e un menù (pardon: lista) di pura sopravvivenza per i più che sognano le “mille lire al mese”.
Ho trovato qualche anno fa un numero della Cucina Italiana che proponeva la dieta settimanale per la famiglia-tipo. Eccola: lunedì polenta con verza e fagioli in umido a pranzo, riso e zucca a cena; martedì gnocchi al pomodoro e polenta con il latte; mercoledì polenta e sarde e pasta e patate (ma se è avanzata della polenta, si può friggerla così si risparmia); giovedì salsiccia e polenta, più riso verze e fagioli; venerdì ancora gnocchi e, volendo, riso e latte con fichi secchi; sabato polenta pasticciata con stracchino e gnocchetti coi fagioli. E domenica, scialiamo pure, coniglio arrosto con polenta e insalata verde (meglio se selvatica e colta nei prati, che si risparmia) e pasta con castagne secche.
A forza di tirare la cinghia, di dare l’oro alla patria e di abbaiare contro le “plutodemocrazie”, per l’Italia di lì a qualche anno arriverà la sciagurata avventura della seconda guerra mondiale. E saranno tempi non di dieta ma di fame.

Irwin Shaw, Due settimane in un’altra città, traduzione di Luciano Bianciardi, Bompiani, 2021


«In quelle due settimane gli era accaduto qualcosa che mai gli era successo prima: aveva cominciato a desiderare la morte». Non è una fantasia di suicidio quella del protagonista John Andrus, sarebbe banale. Al più un alzare le mani in segno di resa, la constatazione di avere troppo passato alle spalle e di non poter porre rimedio. La consapevolezza che la gioventù è stata sacrificata a una vita da spettatore: coscienzioso ma distratto, responsabile ma apatico, come in dormiveglia, come se osservasse la vita di un altro. E che la guerra (la seconda guerra mondiale) ha archiviato nel più brutale dei modi la giovinezza.
Il romanzo, con un’incredibile Roma invernale livida e assai poco cattolica nel pieno della dolce vita (la Hollywood sul Tevere con il regista all’ultimo giro, il petroliere che lo finanzia, un produttore-faccendiere italiano che assomiglia a Peppino Amato, tanti altri personaggi di solido cliché che non disturba: buon vecchio artigianato, buon vecchio trumeau; ma che tenuta del plot, che ricchezza di chiaroscuri nell’incidere le psicologie) è una sorta di nostos, un regolamento di conti con se stesso che approda a un cauto trattato di pace con resa e sblocco emotivo (dopo un incontro anche di letto con un’ex moglie): via dalla gioventù, dall’amicizia che si è onorata, dall’illusione di ricominciare, da Roma.
Protagonista, lo ripetiamo, John Andrus. Americano solido e di mezza età, che fa il funzionario della Nato a Parigi ed è stato attore in gioventù. Una telefonata del suo antico regista e pigmalione lo convoca a Roma per due settimane. Deve salvare l’amico e un film che affonda, non ci riuscirà. Per troppa amicizia, forse per involontario tradimento di quell’amicizia. Perché c’è un’inerzia delle cose che resiste a ogni volontà di cambiare.
Un libro “vecchio”, come me. Che mi affascina e mi respinge proprio per le scorie, per la vecchia pelle della biscia da cui spero di essermi liberato (lo sguardo sull’universo femminile è mitemente, sconsolatamente misogino, quasi alla Chandler, tante dark ladies in cerca d’autore e tante tapine o meschine, il punto di vista maschile è tanto più involontariamente protervo quanto meno ha protervia, come si usava una volta: come se fosse l’ordine naturale del mondo e delle cose), ma dentro circolano fantasmi e atmosfere che ho respirato e che mi hanno sfiorato. 
Una Roma violenta senza oleografia e senza fiaschi impagliati. In piccolo come New York, come un noir senza gangster: un pugno in faccia da un ubriaco, il naso che sanguina a intermittenza per tutta la durata del libro, un ragazzo nevrastenico con il coltello a serramanico, incubi di guerra e di squartamento. La bellezza che non consola e non redime: «Potevi credere in Michelangelo, dopo aver guardato il soffitto della cappella, ma non in Dio».
Bella traduzione stropicciata di Luciano Bianciardi. Il romanzo è del 1961 e l’autore, Irwin Shaw (Bronx 1913-Davos 1984) era un figlio di ebrei russi immigrati che in realtà si chiamava Irwin Gilbert Shamforoff. Sinistroide, forse comunista in gioventù (finì nelle liste nere del maccartismo e se ne andò a vivere prima in Francia e poi in Svizzera), è tra quegli scrittori oggi semidimenticati che godettero di solida popolarità negli anni ‘50-’60, saccheggiati da cinema e tv (I giovani leoni di Edward Dmytryk con Marlon Brando, Povero ricco che lanciò la carriera di Nick Nolte).
PS. Il film di Vincente Minnelli con Kirk Douglas che ne fu tratto è infinitamente meno bello e meno sottile del libro. Sulla Roma “pericolo per i viandanti” (e per i turisti) ho letto di recente anche un romanzo piuttosto brutto di Muriel Spark (Biglietto di sola andata, traduzione di Monica Pareschi, Adelphi, 2025) e visto il film ancor più brutto che Giuseppe Patroni Griffi ne ricavò a suo tempo (Identikit, 1974, con una spaesata Liz Taylor e una breve comparsata di Andy Warhol).

Nicolas Slonimsky, Invettive musicali, a cura di Carlo Boccadoro, Adelphi, 2025

Pronti per il tiro ad alzo zero? «Le produzioni di Bartok non sono altro che escrementi». Lo scrive un critico newyorchese nel 1915. Non su una gazzetta ma su un serio trimestrale di critica musicale. Al povero Berlioz, sotto cieli americani, accade di essere definito nel 1880 pazzo e lunatico delirante. Lui si rifarà con Wagner che «è evidentemente folle». Nelle partiture di Schönberg i londinesi sentono rumore di acciaio segato o «una fattoria in piena attività dove i maiali vengono convogliati nel recinto e le oche strangolate», e un critico berlinese «la tortura autoinflitta di un penitente che si frusta con il gatto a nove code mentre maledice se stesso». Per i parigini del 1810, in piena età napoleonica, Beethoven «prima riempie l’anima di dolce malinconia e poi la dilania con un ammasso di accordi barbarici. Sembra dar ricetto a colombe e coccodrilli insieme».
Stroncature o, come titola questo libro, “invettive”. Dagli inizi dell’800 a tutta la prima metà del ‘900, dai romantici al modernismo. Frutto talvolta di rancori e bassezze (il reazionario e spia russa August von Kotzebue che attacca Beethoven, salvo rivalutarlo quando Ludwig van accetta di musicare due suoi testi), più spesso di clamorosa miopia critica e di quella che il compilatore di questa gustosa antologia, Nicolas Slonimsky, chiama “Rifiuto dell’Insolito”: una tenace e persistente sordità dell’orecchio che si abitua alle novità sonore, è la teoria “scientifica” dell’autore, solo dopo averle ascoltate per quarant’anni, quando capita che il lapidatore di gioventù diventi sventolatore di turibolo.
Personaggio romanzesco questo Slonimsky nato nel 1894 e morto a 101 anni nel 1995. Pietroburghese che in piena Rivoluzione d’ottobre dà lezioni di pianoforte ai nipoti dello zar, lascia la Russia nel 1922 e qualche anno dopo raggiunge l’America dove si naturalizzerà negli anni ‘30. Per decenni sarà pianista, compositore e direttore d’orchestra stimato, amico dei musicisti d’avanguardia (Aaron Copland, Edgar Varèse, in seguito John Cage) e più tardi autore di libri sulla musica che molti nell’ambiente compulsano. Accade, lo racconta nella bella postfazione Carlo Boccadoro, con il Thesaurus of Scales and Melodic Patterns, che «riorganizzava la scala musicale occidentale tradizionale in maniera differente consentendo, attraverso una serie quasi infinita di permutazioni e interpolazioni, di ottenere migliaia di scale diverse e molto originali». I giovani leoni del jazz anni ‘50– Charlie Mingus, John Coltrane, Dave Brubeck – lo mandano a memoria. E una rockstar innamorata di Varèse, Frank Zappa, lo convince a 87 anni a esibirsi al piano in un suo concerto, davanti a oltre 10mila ascoltatori.
Invettive musicali è del 1953. Colpisce, più del pregiudizio di critici che non passeranno ai posteri, il pollice verso di musicisti e scrittori. John Ruskin scrive a un amico che «Beethoven mi suona sempre come dei sacchi di chiodi che vengono rovesciati, a cui ogni tanto si aggiunge la caduta di un martello». E il malevolo Ciajkovskij che ne ha per tutti – per l’insopportabile Wagner, per il “tanghero” Musorgskij – esterna: «Ho dato un’occhiata alla musica di quel mascalzone di Brahms. Che bastardo privo di talento!». Rare, rarissime le stroncature argute. Rossini: «Wagner ha dei bei momenti, ma dei brutti quarti d’ora». E Oscar Wilde, nel Ritratto di Dorian Gray: «Amo la musica di Wagner più di quella di chiunque altro. È talmente rumorosa che si può parlare tutto il tempo senza che la gente senta quello che viene detto».
Per il resto sono contumelie che anche in tempi politicamente scorretti come i nostri si avrebbe qualche ritegno a lanciare (in fondo al volume c’è un dettagliato “insultario”), che danno al musicista preso di mira dell’ubriaco o dell’invasato, dell’abominevole o dell’aborto, dell’ameba piangente (come faccia l’ameba a piangere non è dato sapere) o dell’animale, del cavernicolo o del ciarlatano, del caino o della canaglia, del frequentatore di latrine o dell’impotente. 
Ci si diverte, per una volta virtuosi davanti ai miopi e ai fanatici. E si riesce, con il senno di poi, persino di fare la figura degli intelligenti.

Alberto Vigevani, Milano ancora ieri, Sellerio, 2012

Alberto Vigevani (1918-1999) è stato un narratore più che garbato e da riscoprire (Estate al lago lo lessi da ragazzo nell’edizione Feltrinelli, adesso si può trovare presso Sellerio che ha ripubblicato i suoi libri maggiori). Nonché il fondatore, nel 1941, del Polifilo, la più importante libreria antiquaria di Milano, tuttora attiva. E il gestore della Ricciardi, che aveva sede proprio accanto alla sua libreria quando venne trasferita da Napoli a Milano, per conto del banchiere-mecenate Raffaele Mattioli (la collana dei classici italiani, ristampata da Einaudi, è un monumento dell’editoria del Novecento). Questo cordiale volumetto dedicato a “luoghi, persone, ricordi di una città che è diventata metropoli” venne pubblicato in prima edizione da Marsilio nel 1996. 
Procedendo per elencazioni e accumuli minuziosi, Vigevani rende omaggio a una civiltà borghese che fu anche la sua e che oggi è, o sembra, scomparsa. Scorrono, pagina dopo pagina, i giardini segreti del centro patrizio (i «giardini chiusi, a pena intraveduti» di D’Annunzio) e i giardini pubblici con la sfilata delle tate e la banda dei tramvieri. Le scarse ville della città (l’aristocrazia meneghina edificava in Brianza e presso il lago di Como). Memorabili però come Villa Simonetta «con le sue cinquanta eco che Stendhal sperimentò tirando un colpo di pistola». Le botteghe e i mercati filtrati da memorie letterarie (Dossi che ricorda «l’amore gentilizio dei milanesi per i salumai»; Carlo Linati – altro scrittore di limpida prosa che andrebbe riscoperto, fu tra i primi a tradurre Joyce – che rievoca le bancarelle del Verziere e cita Carlo Porta: «Ed i tordi più di trenta / in lardosa maestà / stavan lì sulla polenta / come turchi sul sofà»). I luoghi della moda prima che arrivassero gli stilisti, le sartorie.
Descrizioni affettuose e dense di nostalgia ben temperata (la Galleria De Cristoforis, distrutta nei bombardamenti della seconda guerra mondiale, ricordava secondo Vigevani le arcades londinesi e i passages parigini che avevano incantato Walter Benjamin).
Ma Milano ancora ieri si raccomanda soprattutto per le rievocazioni del milieu culturale: i caffè letterari degli anni Trenta-Quaranta (spesso modesti bar e offellerie, a volte contigui ai bordelli), le librerie, le case editrici. Appunti densi e importanti per una storia editoriale di Milano che (è Vigevani a sottolinearlo) andrebbe scritta. Sfilano Guttuso con una contessa bistrata e incipriata, Piovene messo al bando per i suoi attacchi a Eugenio Colorni che verrà poco tempo dopo ucciso dai fascisti, Carlo Bo con Marise Ferro, Vittorio Sereni, Sergio Solmi e decine d’altri. Sfilano, assieme alle persone, le case editrici di allora: Alpes che aveva in catalogo soprattutto letteratura di viaggi (ma pubblicò Rilke e Gli indifferenti di Moravia e si diceva appartenesse ad Arnaldo Mussolini, che la faceva gestire a un prestanome), Slavia di Alfredo Polledro che fu la prima a proporre versioni accettabili dei russi (il catalogo confluì in quello Einaudi), la Modernissima di Gian Dauli che precedette Mondadori nel presentare ai lettori italiani autori come Chesterton, Mann, Conrad, Schnitzler, Dos Passos, Thornton Wilder, Zweig e Döblin. 
Gran bel personaggio Gian Dauli (era lo pseudonimo del veronese Giuseppe Ugo Nalato, 1884-1945). Editore ardimentoso e sfortunato, il cui catalogo fu in seguito a un fallimento rilevato da Corbaccio-Dall’Oglio, cercava di far quadrare i conti dei suoi libri raffinati curando “libri da bancarella” per il tipografo anarchico Lucchi: Jack London, Alexandre Dumas (ai Dumas di Lucchi, scovati dai bouquinistes, ho attinto anch’io), Carolina Invernizio. E scrittore stimato da Borges: un suo romanzo fu accolto nella Biblioteca blu che l’argentino curò per Franco Maria Ricci. Nonché traduttore instancabile e bravo (il suo Stevenson per me fa ancora testo) di Maugham, Galsworthy, Hardy e molti altri.
Gian Dauli non è solo nella galleria dei ritratti memorabili. Merita la citazione almeno Carlo Emilio Gadda, «ingegnere d’aspetto fino alla punta del naso polputo che troneggiava arcimboldescamente, come una pera o una melanzana, tra gli occhi un po’ da gufo nel volto ovale, se si toglie l’accentuata rientranza del mento. Vestiva come gl’ingegneri lombardi, corpo plasmato dal Politecnico, e il cui modello in fatto di abbigliamento era l’aristocrazia della Edison e sue consociate: sempre grisaglie scure col gilè accollato e i calzoni che si afflosciavano in pieghe sopra i polacchini neri mai troppo lustri, che sarebbe stato segno di fatuità». Al Gran Lombardo Vigevani dedica, sparse tra i capitoli, pagine assai vivaci.
Ma il Personaggio di questo libro è Enrico Noseda, fotografo dilettante del quartiere Magenta nella seconda metà dell’Ottocento, quando era “borgo” e non aveva ancora acquisito la sua fisionomia parigina (le immagini di Noseda, equivalente milanese del conte Primoli a Roma, vennero raccolte da Linati in un prezioso volume per Longanesi). Discendente di setaioli comaschi, “di professione benestante” com’era scritto nel suo passaporto, visse di rendita per novant’anni, dal 1842 al 1931. «Ma se Enrico si faceva vestire a Londra e mandava a stirare le camicie, naturalmente di seta, a Parigi, e se teneva in cantina i migliori crus di Francia (…) compì tuttavia la sua figura di buon borghese lombardo, seguendo, nel 1866, Garibaldi fino a Bezzecca, ma, da stravagante com’era, con la scorta di due domestici, di una piccola scuderia e, immagino, di qualche cesta di buone bottiglie».

Louise de Vilmorin, I gioielli di Madame de ***, Franco Maria Ricci, 2025

Franco Maria Ricci ripropone, in un’edizione raffinatissima realizzata assieme alla scuola d’arti del gioiello di Van Cleef & Arpels (90 euro il prezzo di copertina, ci sarebbe l’alternativa di un’ottima edizione Sellerio del 1993 ma è fuori catalogo, cercatela nell’usato) il racconto lungo, o romanzo breve, che Louise de Vilmorin pubblicò con clamoroso successo nel 1951. 
Madame de *** è bella ed elegantissima, incline ad essere ammirata e a condurre con levità il gioco frivolo e crudele della seduzione. Sposata con un uomo ricco e indulgente che non le nega niente, si copre tuttavia di debiti spendendo più del previsto e, non osando confessare al marito l’incresciosa situazione, vende all’insaputa di lui, fingendo di averli smarriti, due orecchini di diamanti che aveva ricevuto come dono di nozze. 
Il marito scopre l’inganno e, ricomprati i gioielli, li offre come cadeau d’addio a un’amante che sta partendo per il Sudamerica. Lì, schiacciata dai debiti di gioco, l’amante scaricata vende i gioielli. Che vengono acquistati da un diplomatico in procinto di tornare a Parigi. Il gioco del caso vuole che il diplomatico e Madame de *** s’incontrino a un ricevimento e, dopo un lungo gioco di corteggiamenti e ritrosie, diventino amanti. I gioielli, ricevuti ancora una volta in dono, diventano il pegno d’amore.
Madame de *** finge con il marito di averli ritrovati in un guanto, ma la menzogna è smascherata e Monsieur de *** costringe la moglie a regalarli a una nipote che ha appena partorito. Faranno ancora altri giri, quei gioielli molesti, per tornare sempre al punto di partenza. Finirà male, molto male.
Un racconto della gelosia? Tutt’altro. Sfaccettato e tagliente come il diamante degli orecchini, I gioielli di Madame de *** è un apologo sul rispetto delle apparenze e sulla crudeltà del caso. Affresco di un bel mondo che già quando l’opera apparve era tramontato, racconta di tradimenti, virtuali o reali, tollerati purché non troppo esibiti e condotti come un gioco, senza lasciarvi irrompere i sentimenti e senza sgualcire il rituale mondano. In un’epoca di volgarità profusa a piene mani, oggi il racconto si ammira, oltre che per lo stile cristallino, per la mitologia di un’eleganza che sembra bandita dal mondo.
Nella sua valanga di eventi provocati da un fatto minimo, da un gesto all’apparenza insignificante, il racconto di Vilmorin si apparenta a due capolavori come Girotondo di Arthur Schnitzler e La milleduesima notte di Joseph Roth. E, risalendo all’800, ricorda i gioielli di Anna d’Austria donati al Duca di Buckingham e recuperati avventurosamente dai tre moschettieri. 
Nel 1953 I gioielli di Madame de *** viene portato sullo schermo dal grande Max Ophuls, che già aveva ridotto Girotondo di Schnitzler (La ronde – Il piacere l’amore, capolavoro) con Danielle Darrieux, Charles Boyer e Vittorio De Sica. I due uomini si sfidano a duello, nel film, cosa che nel più sottile racconto non succede. La trasgressione alle “regole del gioco”, sulla carta e nello schermo, è sempre fatale ma diversa nelle motivazione: nel film è la difesa del decoro, nel racconto l’irrompere dell’intollerabile, plebea passione (viene in mente Gianni Agnelli: “L’amore è cosa da cameriere”).
Resta da dire dell’autrice. Louise de Vilmorin (1902-1969), figlia di illustri botanici e nata in un castello, affascinante e modello di stile come Madame de ***, leggermente claudicante a causa di una tubercolosi ossea, fu poetessa, romanziera, sceneggiatrice e dialoghista (Storia immortale di Orson Welles da Karen Blixen, Gli amanti di Louis Malle). E donna di cuori. Due matrimoni (con un miliardario americano che le fece fare tre figli e la recluse a Las Vegas, con un conte ungherese) e decine di amanti: Antoine de Saint-Exupéry, Orson Welles (“Ti amerò per tutta la vita. Questa notte”), aristocratici, diplomatici, artisti. Da ultimo compagna di André Malraux, romanziere che andrebbe rivalutato e potente ministro della Cultura con Charles De Gaulle. Sulla tomba di Vilmorin è scritto: “Aiuto!”.

INCIPIT

Stavolta, estraggo dalla mia biblioteca tutto quel che possiedo dell’amatissimo Charles Dickens. 

L’altro giorno, in occasione di una cenetta fra amici, ci siamo trovati seduti di fronte a uno sconosciuto, il cui aspetto e modo di fare erano così singolari da attirare irresistibilmente la nostra attenzione. (Amori londinesi)

Pur essendo vecchio, generalmente passeggio di notte. (La bottega dell’antiquario)

Non vi è molta gente – ed essendo desiderabile che fra narratore di storie ed ascoltatore di storie si stabilisca subito e il più presto possibile una mutua comprensione, prego notare che non limito questa osservazione né ai piccoli, né ai giovani, ma la estendo a tutte le età, ai piccoli e ai grandi, ai giovani e ai vecchi, a quelli che ancora stanno crescendo e a quelli che ormai declinano – non v’è, dicevo, molta gente che ci terrebbe a dormire in una chiesa. (Le campane)

Marley era morto, tanto per cominciare. (Canto di Natale)

Londra. Sessione autunnale da poco conclusa e il Lord Cancelliere tiene udienza a Lincoln’s Inn Hall. (Casa Desolata)

Il primo raggio di luce che rompe la tenebra e trasforma in abbacinante fulgore l’oscurità che altrimenti circonderebbe l’inizio della vita pubblica dell’immortale Pickwick, sgorga dalla lettura dell’esordio seguente tratto dai verbali del Circolo Pickwick…
(Il Circolo Pickwick)

Mudfrog è un’amena cittadina – anzi un’amenissima cittadina – situata in una conca ridente sulle rive di un fiume, dal quale fiume Mudfrog trae un gradevole profumo di pece, di carbone e di canapi, una popolazione deambulante in copricapi di tela incerata e un afflusso praticamente costante di barcaioli ubriachi, oltre a numerosi altri pregi di natura marittima. (Cronache di Mudfrog)

Nell’aria aleggerà per tutto il tempo un profumo di caldarroste e di altre buone cose, dal momento che stiamo narrando racconti d’inverno – anzi, a essere sinceri, storie di fantasmi – intorno al fuoco di Natale; e nessuno si muove, se non per spingersi un poco più vicino alle braci.

(Da leggersi all’imbrunire)

Se io stesso risulterò l’eroe della mia vita, o se questa posizione sarà occupata da qualcun altro, è cosa che dovrà risultare da queste pagine. Intanto, per cominciare la storia della mia vita col principio di essa, registro il fatto di essere nato (a quanto mi si dice e credo) di venerdì a mezzanotte. Fu osservato che l’orologio cominciò a rintoccare e io a vagire, simultaneamente.
(David Copperfield)

Dombey era seduto nell’angolo della camera in penombra, sulla grande poltrona accanto al letto, e il Figlio era avvolto al calduccio in una cesta posata con cura su un basso divano proprio davanti al fuoco e molto vicino a esso come se, simile a un muffin per costituzione, appena fatto andasse abbrustolito. (Dombey e figlio)

In un remoto villaggio tra certe colline selvagge della provincia di Lorena, viveva un contadino il cui nome era Jacques d’Arc.(Donne)

Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità; il periodo della luce, e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione.
(Le due città)

Quante cose riassume questa semplice parola: la ‘Parrocchia!’ E con quante storie di sofferenza e di miseria è associata, storie di vite spezzate e di speranze deluse, fin troppo spesso storie di miseria irrimediabile e di abile furfanteria!
(Il grande romanzo di Londra / Sketches by Boz)

Il mio cognome era Pirrip, il nome Philip – il mio linguaggio infantile non seppe foggiare con i due nomi niente di più lungo o più chiaro di Pip. Così, presi a chiamarmi Pip, e il nome mi rimase. (Grandi speranze)

Fu la pentola a cominciare! E non venite a parlarmi di quel che ne dice la signora Peerybingle. Io la so più lunga in proposito.
(Il grillo del focolare)

Se i lettori di questo volume avranno la compiacenza di procurarsi dall’autore le credenziali per i diversi luoghi che sono oggetto delle reminiscenze dell’autore stesso, forse potranno visitarli, con l’immaginazione, più piacevolmente o con più chiaro intendimento di ciò che leggeranno. (Impressioni d’Italia)

Si va a Napoli, dunque! E valichiamo la soglia della Città Eterna a quella porta laggiù, la porta di San Giovanni in Laterano. Una superba chiesa ed una rovina cadente sono gli ultimi due oggetti che attirano l’attenzione del viaggiatore che parte, ed i primi due che attirano l’attenzione di quello che arriva: due buoni simboli di Roma. (Impressioni di Napoli)

Anni e anni or sono, non importa quando, nella fiera Inghilterra, fu combattuta una terribile battaglia. (La lotta per la vita)

Poiché nessuna persona, dama o gentiluomo, che rivendichi a sé una raffinata educazione potrebbe certo simpatizzare con la famiglia Chuzzlewit senza prima essere stata rassicurata sull’estrema antichità della stirpe, è di grande soddisfazione sapere come essa sia senza alcun dubbio discesa direttamente da Adamo ed Eva; e come sia stata, fin dai primissimi tempi, legata in modo assai stretto alle attività agricole. (Martin Chuzzlewit)

Il campanile di un’antica Cattedrale inglese? Ma come può trovarsi qui, in quest’antica torre? Eppure, è la massiccia, e a lui ben nota, mole squadrata e grigia della torre campanaria di una vecchia Cattedrale. Come può trovarsi qui? (Il mistero di Edwin Drood)

C’era una volta un bambino che andava sempre a zonzo, assorto in mille pensieri. (Natale nelle terre gelate)

Quando avevo dodici anni, e stavo appena imparando ad andare per mare, m’imbattei in grandi tempeste, sia in senso letterale che metaforico. (Il naufragio della Golden Mary)

Viveva un tempo, in un luogo appartato della contea del Devonshire, un certo Godfrey Nickleby: un galantuomo che, essendosi messo in capo, in età piuttosto avanzata, di dover ammogliarsi, e non essendo abbastanza giovane né abbastanza ricco per aspirare alla mano di un’ereditiera, aveva sposato per puro affetto un’antica fiamma, la quale a sua volta lo aveva accettato per la stessa ragione. (Nicholas Nickleby)

Ai nostri giorni (non è necessario indicare l’anno con maggiore esattezza) una barca dall’aspetto sporco e poco rassicurante, con dentro due persone, andava sul Tamigi tra il ponte di Southwark, che è di ferro, e il ponte di Londra, che è di pietra, sul finire di una sera d’autunno. (Il nostro comune amico)

Non dimenticherò mai lo stupore, per un quarto allarmato e per tre quarti divertito, che provai aprendo la porta e infilando la testa in una “cabina di lusso” del postale a vapore Britannia, registrato per 1.200 tonnellate di stazza e in partenza per Halifax e Boston, con un carico di posta di Sua Maestà. (Note americane)

Tra gli edifici pubblici in una certa cittadina che per svariati motivi sarà il caso di non menzionare, e alla quale non verrà neppure attribuito un nome fittizio, ne esiste uno di un tipo un tempo comune alla maggior parte delle città, grandi e piccole: un ospizio; in questo ospizio nacque – in un giorno mese e anno che non vedo il caso di specificare in quanto l’informazione, almeno a questo stato degli eventi, non sarebbe di alcuna utilità per il lettore – l’esemplare di umanità il cui nome compare nel titolo di questo capitolo. (Oliver Twist)

Quando ero davvero molto piccolo, di età e di statura, un giorno mi smarrii nella City. (Perdersi a Londra)

Una trentina d’anni fa, Marsiglia bruciava un giorno ai raggi infocati del sole. (La piccola Dorrit)

Giorno, mese e anno, trenta novembre milleottocentotrentacinque. Ora di Londra al grande orologio di Saint Paul, le dieci di sera.(Senza uscita, scritto a quattro mani con Wilkie Collins)

Andò in questo modo…(La spiegazione di George Silverman)

Il manoscritto di un pazzo. Sì!… di un pazzo! Che colpo al cuore mi avrebbe dato questa parola, tanti anni fa! (Storie di fantasmi)

Lo dicevano tutti. (Lo stregato e il patto col fantasma)

«Ora, quel che io voglio sono i Fatti. Insegnate soltanto Fatti a questi ragazzi e a queste ragazze. Solo i Fatti sono necessari nella vita. Non inculcate loro nient’altro e sradicate ogni altra cosa. Voi potete formare le menti di esseri ragionevoli solo attraverso i Fatti: nessun’altra cosa sarà mai loro utile. Questo è il principio secondo il quale educo i miei figli e questo è il principio secondo il quale educo questi ragazzi. Attenetevi ai Fatti, signore!» (Tempi difficili)

Viveva sulla riva di un fiume imponente, ampio e profondo, che, sin dalla nascita del mondo, scorreva silenzioso e immutabile verso un oceano vasto e inesplorato. (Le ultime parole dell’anno vecchio)

Permettetemi di presentarmi dapprima negativamente. Nessun locandiere è amico e fratello mio, nessuna cameriera d’albergo mi ama, nessun lustrascarpe mi ammira e mi invidia. (Il viaggiatore senza scopo)

POESIA

Milo De Angelis. «Il più giovane degli esordienti dopo il 1973 era Milo De Angelis (nato nel 1951), giudicato non a torto e da molti una rivelazione, che però con il passare degli anni non ha smesso di rivelare se stessa». Pesco da Alfonso Berardinelli (L’ultimo secolo di poesia italiana, Quodlibet, 2023) la lettura, persuasiva e non priva di annotazioni insolite, di due sue poesie.
«Anche un solo esempio dà l’idea dell’originalità del procedimento stilistico di De Angelis e della sua mai superata elusività:

Solo compenso a questa perdita / non ti sia dato conoscere i limiti precisi / di ciò che hai perso”
Sta’ zitto. Tu parli solo per dimenticare”.
Ma non c’erano muri
e le frasi scomparivano insieme al vento.
Lo sai, il mio nome
significa: io sono cambiata”
e poi non c’è silenzio, dice, se uno si accorge,
non c’è amore
alla fine di un ricordo.
È scomparsa l’ombra delle case
in questo esterno di autocarri e di calce
e lo spazio è troppo
perché le parole siano lì.
Non l’hai inventata tu, la gioia, non sei
abbastanza intelligente… tu che ti disperi
perché ciò che fai diventa…”
E questi alberi, sempre più radi
le grandi strade a nord della città
la nebbia che sta coprendo tutto, i passi
ma così non potrai a lungo…”
e le mani sono umide, come l’erba, oltre la strada
e ferme, non si toccano, non saranno mai
sentimentali.
Non hai fatto che perdere tempo. Fuggi,
una volta tanto,
da quello che ti resta”.

Un colloquio a frasi smozzicate fra due giovani amanti? La periferia, gli autocarri, l’erba, la calce, gli alberi. Qualcosa incombe? È in gioco la vita? C’è bisogno di scelte morali mai ancora compiute? Tutto si regge su uno sfondo narrativo la cui realtà resta ignota, e su un abile dosaggio di frammenti in cui le parole sono più gesto che significato, più tono vocale che dialogo. Uno squarcio di mondo sospeso fra essere e dover essere, fra un adesso e un non ancora. Una solitudine in due sull’orlo del vuoto? Amore e droghe? Il modello sembra essere una canzone come I giardini di marzo di Lucio Battisti e Mogol, una delle più amate di quegli anni. Battisti è stato soprattutto un perfetto e toccante interprete dell’adolescenza. Anche De Angelis sembra essere stato e rimasto un poeta adolescente, di passioni, smarrimenti, interrogativi e perentori imperativi. Questa è la sua migliore qualità, ma questo è anche il suo limite. In Tema dell’addio la maturità arriva tardi e si conclude con una lancinante nostalgia di quello che è stato, o forse non è mai stato veramente (da Vedremo domenica):

Affogano le nazioni, crollano le torri, un caos
di lingue e colori, traumi e nuovi amori,
entra alla Bovisasca, spazza via il novecento
della solitudine maestra, del nostro verso
sospeso nel vuoto. Altre donne si aggirano
tra gli scarti del mercato, nella nuova miseria
di questo istante. Io siedo al caffè sotto casa, 
guardo il paesaggio che fu di Sironi, in un solitario
dodici agosto, inizio a convocare le ombre.
Rivedo mio padre in una città di mare, una brezza 
di Belle Epoque e un sorriso sperduto di ragazzo.
E poi Paoletta che sul tatami trovò la vittoria
a tre secondi dalla fine. E Roberta
che ha dedicato la sua vita. E Giovanna,
in un silenzio di ospedali, quando il tempo
rivela i suoi grandi paradigmi.
Torneranno vivi gli amori tenebrosi
che in mezzo agli anni lasciarono
una spina, torneranno, torneranno luminosi”.

La metamorfosi c’è stata. I vuoti, le sospensioni di senso vengono risolte in una normalità sintattica del tutto nuova che allinea annotazioni, ricordi e qualche veloce cenno interpretativo, in attesa che gli “amori tenebrosi” del passato tornino, ma “luminosi“. Di uno dei più amati e rispettati nuovi poeti degli anni settanta si può dire che le nebulose, tormentose passioni di un’adolescenza che non passa e che alimenta un lungo, inquieto dormiveglia poetico, si condensano alla fine, all’improvviso, in un classico epitaffio sulla fine della giovinezza, cioè di tutto».

Philip Larkin (1922-1985) è stato il maggiore poeta inglese del secondo ‘900. “Master of the Ordinary” lo ha definito, con felice formula, il Nobel Derek Walcott. Laureato a Oxford, bibliotecario per tutta la vita, poeta dopo il lavoro “dalle nove alle cinque” con una produzione assai parca, quattro raccolte. Un poeta di quotidianità e di periferie, di esistenze che progrediscono per biologia e senza fare esperienza, della vecchiaia come traguardo inesorabile (L’edificio) e della giovinezza che non è mai tesoro perduto ma una possibilità non esistita (Finestre alte).
Poesia narrativa e antimetafisica, antiretorica. Ironica e dolorosa, non consolatoria. Anche con se stesso, che parli delle sue tardive esperienze sessuali legandole agli esordi dei Beatles e alla riabilitazione di Lady Chatterley (Annus mirabilis), si dedichi un epitaffio (Condoglianze in bianco maggiore) o si veda affidato a uno studioso annoiato (Posterità). Ma, scrive il traduttore Enrico Testa, «il sarcasmo non esclude la pietà, l’ironia non si raggela mai in ghigno». Come nella memorabile Vecchi scemi, che dà la misura esatta dei temi e del tono: 

(…) 
Morendo, si va in frantumi: i pezzetti che erano te 
incominciano, in gran fretta, a salutarsi l’un l’altro per sempre, 
inavvertiti da tutti. È solo oblio, certo: 

ci capitava anche prima, ma allora finiva, 

ed era continuamente assorbito in un unico sforzo 

teso a far sbocciare il fiore dal milione di petali 

dell’essere qua. La prossima volta non potrai fingere 
che ci sia qualcos’altro. E questi sono i primi sintomi: 

non sapere come, non sentire chi, il potere di scegliere 

svanito. Il loro aspetto mostra che sono prossimi: 

capelli di cenere, mani di rospo, volti rugosi come prugne secche –

Come possono far finta di nulla? 
Ma forse essere vecchi è avere stanze illuminate 
dentro la testa, e in esse delle persone, che recitano.
Persone che conosci, ma di cui ti sfugge il nome:
ognuno appare in lontananza come un vuoto profondo che si colma:
si volta sulla soglia di casa, sistema una lampada, sorride da una scala, 
prende un libro già letto dallo scaffale; oppure, qualche volta, 
soltanto quelle stanze, le sedie e un fuoco ardente
o, alla finestra, un cespuglio mosso dal vento o dal sole, 
timido e gentile, sul muro una serata solitaria
di mezza estate dopo l’acquazzone. È là che vivono: 
non qui e adesso, ma là dove tutto è successo un tempo. 
(…) 

Poesia “postuma”. Alla fine delle ideologie e di un senso della vita, alla fine dell’Inghilterra (Andare, andare). Poesia di una vita da affrontare a ciglio asciutto, di cui niente resterà. O forse sì. Una riunione conviviale come nel Sabato di fiera:

qualcosa da 
tutti condiviso che atavicamente ogni anno prorompe in
rigenerata unione. Possa restare là per sempre.

La natura, l’aria, come in Finestre alte:

E all’improvviso non una parola viene, ma il pensiero di finestre alte:
il vetro che assorbe il sole, 
e, al di là, l’aria azzurra e profonda, che non mostra
nulla, che non è da nessuna parte, che non ha fine.

La gioventù nello sguardo di un vecchio che si è svegliato di notte:

la durezza, lo splendore e la semplice
e vasta unicità di quello sguardo
sono un ricordo della forza e del dolore
della gioventù; non potrà tornare
ma in qualche parte resta, per gli anni, intatta. 

Resterà forse la gentilezza, come una possibile metafora del mondo, anche di fronte al dolore. Come, dopo lo schianto in miniera (L’esplosione), resta intatto un nido di uova di allodole, che un minatore aveva deposto con cura nell’erba prima di entrare nel cunicolo. 
Philip Larkin, Finestre alte, traduzione di Enrico Testa, Einaudi, 2002

Antonio Machado. Una mia traduzione dalle Soledades, la numero VII.

Il limone sospende molle un ramo
pallido e polveroso nell’incanto
della limpida fonte, e là nel fondo
sognano i frutti d’oro…
Sera chiara,
quasi di primavera,
dolce sera di marzo,
che dell’aprile vicino ha il respiro;
e io, solo, nel patio silenzioso,
cerco un’antica e candida illusione:
ombre sul muro bianco, addormentato
qualche ricordo sopra il parapetto
della fonte o, nell’aria,
un frusciare di tunica leggera.
E si spande nell’aria della sera
quell’aroma di assenza,
che dice all’anima lucente: mai
ed al cuore: conserva la speranza.
Quell’aroma che suscita i fantasmi
delle fragranze vergini e trascorse.
Sì, ti ricordo, sera allegra e chiara,
quasi di primavera,
sera priva di fiori, che portavi
il soave profumo della menta,
e dell’acuto basilico,
che mia madre teneva nei suoi vasi.
Che mi vedesti tuffare le mani
pure nell’acqua ferma,
per sfiorare quei frutti tuoi incantati
che oggi nel fondo della fonte sognano…
Sì, ti conosco, sera allegra e chiara,
quasi di primavera.

Rainer Maria Rilke. Frutti di una giovinezza severa che prometteva rigoglio di messi, queste versioni da Rilke datano tra il 1940 e il 1942, quando Giaime Pintor fratello maggiore di Luigi aveva poco più di vent’anni. Sarebbe morto nel 1942, a Castelnuovo al Volturno, dilaniato da una mina tedesca, mentre cercava di attraversare le linee per unirsi alla Resistenza romana.
Versioni, lo dice bene Franco Fortini nell’introduzione del 1955, d’intima consonanza prima che d’esigenza “culturalistica”, capitolo di un’autobiografia intellettuale e morale prima che prova di antologia: «Una poesia che è occasione di poesia». Formalmente mature e personali, che mostrano padronanza di mezzi e capacità di mediazione. Capacità voglio dire di calare Rilke nella temperie poetica italiana, di appropriarsi della lezione di Montale passando, nei poemetti decadenti e simbolisti di Alcesti ed Euridice – per Pintor, con giudizio troppo nettamente aspro, di intelligente decòr quasi solo esteriore – per il Pascoli dei Conviviali e per D’Annunzio.
Soprattutto, in quest’intima consonanza, capaci di riflettere nel tragitto del praghese quello di chi lo traduceva. In Rilke, dall’estetismo iniziale delle “ariette boeme” e del mitologismo figuralmente gonfio alla “materia dura ed opaca, sicuramente posseduta” delle prove finali (le Duineser Elegien, i Sonetti a Orfeo) con una lirica che si fa scabra, “più vicina a noi”. In Pintor, dalle prove del letterato che traduce Kleist e Beckford e annota Nietzsche all’antifascista che dà vita con Leone Ginzburg e Pavese al primo nucleo della Einaudi, scopre la vena socialista del risorgimentale Carlo Pisacane e sceglie, come superamento del puro esercizio letterario (l’aldiqua e l’aldilà dell’arte), l’azione. L’azione come forma di ascesi, di tensione verso un oltre, esito singolare ma non implausibile di una lettura che da poetica si fa etica.
Del Rilke di Pintor ho particolarmente caro il Giorno d’autunno, con il suo tema dello sradicamento, dell’apolidismo: 

Signore, è tempo. Grande era l’arsura.
Deponi l’ombra sulle meridiane,
libera il vento sopra la pianura.
Fa’ che sia colmo ancora il frutto estremo;
concedi ancora un giorno di tepore, 
che il frutto giunga a maturare, e spremi
nel grave vino l’ultimo sapore.
Chi non ha casa adesso, non l’avrà.
Chi è solo a lungo solo dovrà stare,
leggere nelle veglie, e lunghi fogli
scrivere, e incerto sulle vie tornare
dove nell’aria fluttuano le foglie.

E trovo, contro il giudizio severo di Pintor, avvisaglie della produzione estrema di Rilke anche nei due poemetti mitologici. In cui la novità, oltre il dettato di superficie, è lo sguardo femminile delle due sacrificate che superano il momento per figgersi sull’altrove. Per un dialogo muto con il dio, per la barriera valicata tra i vivi e i morti. 
Rainer Maria Rilke, Poesie, traduzione di Giaime Pintor, Einaudi, 1994 (ma 1942)

UN AUTORE A PUNTATE / JANE AUSTEN (6)

«Circa trent’anni prima, Miss Mary Ward, di Huntington, provvista di una dote di sole settemila sterline, aveva avuto la fortuna di conquistare Sir Thomas Bertram di Mansfield Park, della contea di Northampton, e di raggiungere così la posizione di moglie di baronetto, con tutti gli agi e le prerogative che venivano uniti al possesso di una bellissima casa e di rendite cospicue.
Tutta Huntington, attonita, commentò l’importanza del matrimonio, e lo stesso zio della sposa, l’avvocato, ammise che la dote della nipote era inferiore di almeno tremila sterline alla somma che le avrebbe permesso di aspirare logicamente a quella unione».
Il denaro, motore immobile di ogni narrazione austeniana. Spiega David Daiches, autore di una fondamentale storia della letteratura inglese: «Jane Austen descrive sempre minuziosamente il patrimonio di tutti i personaggi, per mettere bene in luce il fatto che l’ordine sociale si basa sulla proprietà terriera e finanziaria». Ciò non le impedisce di notare «la disparità fra la posizione sociale offerta dalla ricchezza e dalla terra e la qualificazione offerta dalla personalità e dall’intelligenza individuale» e di sottolinearlo con mite ma implacabile ironia.
Dunque, all’inizio ci sono sir Thomas e la sua indolente e miracolata moglie, ex miss Ward. Che ha due sorelle: la gretta e vaniloquente mrs. Norris, sposa e poi vedova del locale pastore anglicano, egoista che fa la generosa con il denaro degli altri, che campa alle spalle dei Bertram atteggiandosi a loro consigliera; e la minore miss Frances, che «si unì a un giovane ufficiale di marina, privo di cultura, di mezzi e di aderenze, scelta quanto mai sconsiderata che non poteva non indisporre gravemente la famiglia».
Frances rompe i rapporti con le sorelle ma, diventata madre di otto figli e in attesa del nono, chiede aiuto. Mrs. Norris suggerisce che i Bertram prendano con sé la bambina Fanny Price, dieci anni, la maggiore delle figlie di Frances. Crescerà con i cugini, ma sarà considerata a loro inferiore per censo, cultura e destino sociale, senza che glielo si faccia notare in maniera esplicita. La fiaba di Cenerentola, senza le brutalità di Cenerentola e con molte maggiori sottigliezze nelle dinamiche dell’inferiorità e dell’esclusione: Fanny non fa la sguattera ma la dama di compagnia dell’abulica Lady Bertram; partecipa alla vita dei parenti che l’hanno accolta, ma in disparte; monta su uno dei loro cavalli, quando non lo usano gli altri; mangia con loro, ma non viene invitata ai balli e ai trattenimenti mondani. Non viene, per così dire, presentata in società.
È tutta mezze tinte Fanny Price: umile e gentile quanto l’Elizabeth Bennett di Orgoglio e pregiudizio era vivace e acuta, è a prima vista il più passivo dei personaggi femminili austeniani. 
Non bisogna farsi trarre in inganno: se Fanny dipende dai Bertram e non può disporre di sé, la sua tempra morale è superiore alla loro e, per tutta la durata della narrazione, non flette mai. Rispetto a Orgoglio e pregiudizio c’è un cambio di intonazione: più narrazioni e descrizioni che dialoghi; la buccia brillante è qui appannaggio dei “cattivi”, quasi a sottolineare che l’intelligenza può essere usata al servizio del male.
I Bertram non sono malvagi, ma non incarnano le virtù care a Jane Austen, che considera privilegio e ricchezza parte dell’ordine naturale del mondo, purché associati alla responsabilità e al senso del dovere che la preminenza comporta e richiede. Di Lady Bertram che passa la vita sul divano con il cagnolino in grembo si è detto. Quanto a Sir Bertram, è un pater familias che tenta di essere autorevole e risulta imperioso e inadeguato (ma quando starà lontano per due anni per mettere ordine nelle sue piantagioni ai Caraibi, la famiglia darà il suo peggio). Dei Bertram maschi, il maggiore Tom è uno scialacquatore che dissipa al gioco parte del patrimonio; e le due bellissime sorelle Maria e Julia due sventate che si metteranno nei guai. Il solo che si salva è il secondogenito Edmund, retto e savio: destinato alla carriera ecclesiastica, gentile e sollecito con la cugina povera che alla fine sposerà.
Tutto ciò – l’immancabile lieto fine che in Austen è sempre l’esito di un percorso di maturazione – dopo molte peripezie. L’irruzione nella vita dei Bertram dei facoltosi, brillanti e abbastanza amorali Henry e Mary Crawford. Henry tenterà di amoreggiare con le due sorelle Bertram, ripiegherà su Fanny chiedendola in sposa e ne verrà respinto (la parente povera è l’unica che disistima Henry, portato in palmo di mano da tutti gli altri, e verrà rimproverata per averlo rifiutato), fuggirà con Maria che si è nel frattempo maritata per poi abbandonarla alla sua sorte, mentre sua sorella Mary cercherà di insidiare Edmund, riuscendoci sulle prime ma venendo infine respinta.
Mansfield Park, pubblicato nel 1814 e tradotto in francese nel 1816, è il più complesso e corale tra i romanzi di Jane Austen. Resta con un piede nella campagna e nel ‘700 non ancora aggrediti dall’imminente rivoluzione industriale (il male, le ambigue seduzioni del denaro e del sesso arrivano, con i Crawford, dalla “corrotta” Londra), ma vedendo i limiti di quel paradiso che sta per essere perduto. Pieno di arguzia e di sottigliezze come tutti i suoi romanzi, gli nuoce un po’ l’eccesso di calcolo nel costruire il plot. Per la prima volta, qui, si vede l’autrice – la grande autrice – mentre dispone sul tavolo gli strumenti di lavoro.

Jane Austen, Mansfield Park, traduzione di Simone Buffa di Castelferro, Garzanti, 1983