Il lettore curioso: settembre 2026

In Letteratura, poesia, Saggistica, Weekend

Settembre, tempo di letture corpose: inseguendo Napoleone fino a Sant’Elena o Jane Austen nella sua ultima prova. Scoprendo o rileggendo poeti autunnali e legati alla natura e al cosmo o salendo sui tram di Milano, semmai portandosi dietro il regalo postumo di Francesco Guccini, un Deaglio dedicato alle persone veramente perbene, o la svelta e profonda America di Dell’Arti

RECENSIONI

Julia Blackburn, L’ultima isola dell’imperatore, traduzione di Mariapaola Déttore, Instar, 1997

Un rendiconto dell’estremo esilio di Napoleone e una ricognizione del luogo che l’ha ospitato. Firmato da Julia Blackburn, inglese di Bristol, classe 1947, autrice anche di vite di naturalisti ed esploratori e di una notevole biografia di Bille Holiday (Lady Day, il Saggiatore, 2007).
L’esilio. «Da quando venne sbarcato a Sant’Elena fino al giorno in cui, venticinque anni più tardi, le sue spoglie vennero portate via dall’Isola, sublime e ridicolo s’intrecciarono spesso in maniera così stretta da diventare inestricabili. I domestici e le persone del seguito che lo accompagnarono in esilio gli mostravano ancora tutto il timore reverenziale dovuto a un imperatore, ma più si profondevano in inchini e salamelecchi sforzandosi di mantenere le apparenze di una vita di Corte, più dovevano vietarsi la vista dei propri gesti e di se stessi nell’atto di compierli».
E l’isola. «Sant’Elena è il luogo più lontano da qualsiasi altro sulla Terra. Un puntino in mezzo all’Atlantico Meridionale, appena sotto la linea dell’Equatore; a circa tremila chilometri dalla costa brasiliana e duemila dal porto di Alexandre in Angola. Anche la sua vicina più prossima, la grigia e scabra Isola di Ascension, ne è separata da un migliaio di chilometri di profonde acque oceaniche». All’origine di questo libro ci sono due viaggi. Il primo su carte, mappe, documenti, per conoscere la storia dell’isola e ricostruire, nei più minuti aneddoti quotidiani, l’esilio. E il secondo via mare, a bordo di un postale inglese che impiega sedici giorni per compiere la traversata, per verificare che cosa resti a Sant’Elena dell’augusto prigioniero.
Fin dalle prime pagine Sant’Elena configura l’intero spettro metaforico che si associa a un’isola. È allo stesso tempo paradiso e galera. Paradiso per i primi portoghesi che la avvistano e tengono segreta per una decina d’anni la scoperta. Paradiso e galera insieme per il primo abitante, il nobile portoghese Fernão Lopez, che sceglie di esservi abbandonato con un carico di viveri e sementi dopo essere stato giudicato traditore e mutilato del naso e delle orecchie per ordine del governatore di Goa, in seguito alla sua conversione all’Islam. A Sant’Elena, con la breve parentesi di uno sgradito ritorno in patria, Lopez vivrà dal 1516 al 1545, impiantando sulla foresta primitiva che ricopriva l’isola limoni e altre piante, mentre le capre che erano sbarcate con lui si moltiplicavano e così le mosche e le cimici prima assenti. Piante e legname che, nel corso di due secoli, verranno asportate brutalmente dai marinai di passaggio (i limoni con tutta la pianta, per non prendersi la fatica di coglierli) o fatte abbattere dagli inglesi della Compagnia delle Indie Occidentali, che riescono a inaridire l’isola.
Quando Napoleone vi sbarca, la colonia inglese di Sant’Elena è già un territorio brullo e desolato. Gli assegnano come reggia una villetta della Compagnia nell’interno lunare dell’isola. Minuscola, non si capisce come vi abbiano simulato Versailles le decine di persone al suo seguito, fatta di legno che s’imbarca e trasuda umidità, con i topi che scorrazzano sotto l’impiantito del pavimento. 
La storia dell’esilio è un lungo cerimoniale che si va dissolvendo, con i litigi, le nevrosi e le idiosincrasie che assediano i cortigiani costretti a una convivenza forzata in uno spazio angusto. È una battaglia persa con lo sforzo di dare un senso alle giornate: le uscite dell’imperatore si riducono fino a scemare, le memorie dettate giorno per giorno a un certo punto si interrompono e Bonaparte passa le giornate in vestaglia, le ore immerso in una vasca da bagno a leggere vecchi trattati militari. La storia dell’esilio è un lungo rimpiattino, una serie ininterrotta di ripicche tra gatto e topo. I carcerieri inglesi sono assillanti più che crudeli, ossessionati dall’idea che il prigioniero fugga. La loro vigilanza occhiuta si scontra con le ripicche di Bonaparte, che si sottrae sempre più alla loro vista fino a non uscire praticamente dalla camera da letto e a tenere le cortine costantemente calate. È l’ultima metamorfosi: dall’autoritarismo del monarca assoluto al capriccio del bambino in punizione. Fino alla sua morte nel 1821 (per avvelenamento? da piombo, da arsenico? il libro ne accenna di sfuggita e non risponde), all’autopsia, al macabro mercatino delle reliquie: i suoi oggetti, parti del suo corpo, dalle ovvie ciocche di capelli fino al fegato, al cuore e ai genitali (li asporta un francese, credo siano finiti in un museo, secondo gli inglesi che presenziano all’autopsia Napoleone ce l’aveva piccolo), fino alla traslazione della salma in Francia nel 1840.
Oggi Sant’Elena, dopo essere stata a lungo isola-prigione (Julia Blackburn accenna al sultano di Zanzibar, tace del re degli Zulu e di circa cinquemila prigionieri della guerra anglo-boera), è scalo sempre meno utilizzato, avamposto di un impero che si è dissolto, discarica a cielo aperto dove improbabili cacciatori di tesori cercano una ceramica, una moneta, uno dei chimerici parafernalia del soggiorno napoleonico. 
Sant’Elena è anche sacrario di una memoria sempre più labile e artefatta. Il luogo dove Bonaparte visse è stato ceduto alla Francia. E un console francese presidia una tomba vuota, un giardino ricostruito come forse era quello del 1821, la magione dell’imperatore imbiancata di fresco. Soltanto i gradini d’ingresso sono originali, il resto se lo sono mangiato le termiti.
A guardare su Internet si scopre che a Sant’Elena – 4354 abitanti nel 2017 – hanno costruito un aeroporto che metterà fine all’isolamento dell’isola, finora ci si arrivava soltanto in nave senza potere attraccare perché non c’è un porto. Che c’è Saint Radio: si può ascoltare scaricando un plug-in. E che, dopo decenni di inedia e di sussidi (anche la pesca locale era stata appaltata ai giapponesi), c’è qualche piccolo indizio di imprenditoria locale, a parte i francobolli apprezzati dai collezionisti: la distilleria che produce il gin Jamestown, il rum speziato White Lion e il liquore Tungi dalla bizzarra bottiglia a scalinata, distillato dai frutti di un cactus locale e “più gradevole della tequila”. Che il servizio veterinario locale mette in guardia gli allevatori dai “gifts from Africa”, vermi e parassiti che succhiano il sangue al bestiame. E che è stato lavato “per la prima volta nella storia” – c’è anche un video nel sito ufficiale dell’isola – il guscio di Jonathan the Giant Tortoise, la tartaruga gigante arrivata nell’800 dalle Seychelles che con i suoi 192 anni è l’animale più vecchio che esista al mondo. 

Adalbert von Chamisso, Storia meravigliosa di Peter Schlemihl, traduzione di Giuliana Pozzo, Rizzoli, 1950

Allergico al collezionismo, da circa un anno mi sono tuttavia messo a rintracciare gli oltre mille volumi della vecchia Bur Rizzoli, quelli con la copertina bigia pubblicati dalla fine degli anni ‘40 all’inizio dei ‘70. Me ne mancano quattro o cinque per completare l’impresa, intanto comincio ad attingere al mio nuovo giacimento, stavolta tocca al Peter Schlemihl.
Un capolavoro del romanticismo tedesco, uno dei più bei racconti fantastici di sempre. Lo scrisse nel 1814 Adalbert von Chamisso (1781-1838), di nobile famiglia francese emigrata in Germania negli anni della rivoluzione, che di sé diceva «non ho più o non ho ancora una patria», frequentatore dei salotti ebraici berlinesi, amico di Heine e Hoffmann. 
Il giovane e male in arnese Peter Schlemihl cede la propria ombra a un Uomo Grigio, in cambio della borsa di Fortunato che produce oro senza sosta. Diventerà ricco ed emarginato al contempo, non oserà mostrarsi se non con il favore delle tenebre (l’uomo senz’ombra è un mite prossimo del vampiro), perderà la giovane Mina a causa della sua menomazione, rifiuterà di riscattare l’ombra cedendo in cambio l’anima, scaglierà in un abisso la borsa magica e, accettato per sé un destino di solitario e scelta la missione del naturalista, percorrerà il mondo in lungo e in largo grazie agli stivali delle sette leghe dei quali è entrato fortuitamente in possesso. 
Fiaba sotto il segno di Saturno, scandita dall’angoscia e dalla disperazione che trascolorano in malinconia, lo Schlemihl di Chamisso è in parte autobiografia mitica: anche l’autore, poeta messo in musica da Schumann e parco prosatore, fu naturalista di valore (il suo Viaggio intorno al mondo del 1819 dà conto della missione scientifica della nave Rjurik dai Mari del Sud al Circolo polare artico) e custode dell’Erbario Regio di Berlino. 
Molti i temi che contrappuntano la storia, in parte riflessioni e in parte metafore: la fine tormentata di un amore e il vuoto che lascia dentro, la necessità di assecondare il destino, la condizione dei cosmopoliti come lui che, non più “cittadini del mondo” come gli avventurieri del ‘700, nell’Europa delle nazioni che si sta affacciando alla storia diventano apolidi ed esuli perenni. 
Metafora centrale è però il dimidiamento dell’uomo, la perdita del vero sé (l’ombra) a favore dell’apparenza (la ricchezza, lo status mondano). Metafora paradossale, perché l’ombra è qui condizione indispensabile per poter vivere alla luce del sole e perché cedere il lato oscuro di sé sprofonda nell’oscurità. 
Metafora tuttavia esplicita, come esplicita è l’equivalenza fra solitudine e libertà. Lo sottolinea la chiusa del racconto, che si finge scritto da Schlemihl e indirizzato a Chamisso: «Ma tu, amico mio, se vuoi vivere tra gli uomini, impara a rispettare prima la tua ombra e poi il denaro. Se però vuoi vivere solo, e per il migliore tuo essere, oh, allora, non hai bisogno di consiglio alcuno». 
Resta da dire del nome “schlemihl“, che in yiddish è il sognatore ma anche l’uomo sciocco e goffo, lo sfortunato a cui non ne va dritta una. Chamisso è consapevole dell’etimo, che chiarisce al fratello in una lettera datata 1821: «Schlemihl o meglio Schlemiehl è nome ebraico e significa Gottlieb, Théophile o Aimé de Dieu. Questa è nella lingua comune degli ebrei la denominazione per la gente infelice e maldestra a cui non riesce nulla, qualsiasi cosa si metta a fare. Uno Schlemihl si rompe un dito mettendolo nel taschino del gilè, se cade battendo la schiena si rompe il naso, arriva sempre a sproposito».
Un secolo prima che il nazismo rendesse compiuto e assoluto il Male, ci fu in Germania uno scrittore poco più che trentenne che rispecchiò la propria condizione di sradicato in quella di un personaggio del folklore ebraico. È una delle ragioni del fascino profondo che lo Schlemihl ha esercitato su una pensatrice come Hannah Arendt.

Gilbert Keith Chesterton, Il club dei mestieri stravaganti, traduzione di Federico Zaniboni, Lindau, 2018

Sei detective stories assai poco canoniche. Le scrisse nel 1913 Gilbert K. Chesterton (1874-1936), il romanziere, critico e apologeta cattolico inglese che inventò padre Brown. In una Londra dall’apparenza fosca e criminale nascono vicende che assomigliano a delitti o, quanto meno, a misteri. 
Un maggiore in pensione che coltiva viole del pensiero un giorno trova, nella villetta vicina alla sua, un’aiuola che compone un’iscrizione sinistra: “Morte al Maggiore Brown”. L’individuo più malvagio d’Inghilterra rende visita a un nobile fanatico del “progresso”: per fare che? Un mite vicario dell’Essex scopre che le Dame di Carità della sua parrocchia sono, in realtà, una banda di energumeni. Un militare squattrinato ed equivoco, dopo aver concluso una misteriosa transazione immobiliare ed essere stato coinvolto in una rissa, dà al poliziotto che è intervenuto per sedarla un indirizzo falso. 
Il professor Chadd, un etnologo stralunato che sta per ricevere un incarico prestigioso dal British Museum, smette all’improvviso di parlare per saltellare su una gamba sola. E una vecchietta reclusa in una casa borghese implora di essere liberata, ma si rifiuta di lasciare la sua stanza quando un terzetto di soccorritori interviene.
Delitti senza castigo, per il semplice fatto che non sono delitti: non soltanto non c’è sangue (per quanto rari, gialli di questo genere esistono, penso ai deliziosi Dramma di Corte Rossa di A. A. Milne, il creatore di Winnie the Pooh, e I cioccolatini di Soziglia di Carlo Alberto Rizzi) ma non c’è neppure reato. Sono semplici abbagli, scherzi che la logica, il vizio della deduzione giocano al detective dilettante: un presuntuoso Rupert Grant che ricorda tanto Sherlock Holmes, assistito da Cherubino-Watson, io narrante della storie. 
La realtà è più intricata delle congetture che l’investigatore sviluppa per interpretarla: sulla scia della polemica antipositivistica che gli aveva ispirato padre Brown, Chesterton qui crea un altro “genio dell’intuizione”, l’ex giudice Basil Grant fratello di Rupert, bandito dalla magistratura per manifesta pazzia in virtù delle sue sentenze stravaganti, che ritengono futili le pene detentive e fallace la catalogazione giuridica dei reati. 
Scortato dalla saggezza “laterale” di Basil il lettore scoprirà che dietro gli apparenti delitti si nascondono in realtà singolari occupazioni: l’Agenzia di avventure romanzesche, l’inventore di battute, l’attaccabottoni, l’immobiliare che affitta ville arboree, il creatore di un nuovo linguaggio, il tribunale penale volontario. E che tutte queste singolari occupazioni confluiscono, assieme ad altre (la Lega del Tulipano Rosso, le Dieci Tazze di Tè, la Società delle Scarpe dei Morti) in un quanto mai esclusivo Club dei Mestieri Stravaganti.
La Londra di Chesterton ricorda molto la metropoli fiabesca e sinistra delle Nuove Mille e una notte di Stevenson, così come l’improbabile Basil Grant ricorda l’altrettanto improbabile (e imperturbabile) principe Florizel di Boemia. Chesterton non possiede la magia del grande scozzese: ha in compenso una bonaria ironia, un gusto tutto inglese per il paradosso e per l’eccentricità, una grande capacità di creare intrecci complicati. 
E una narrazione briosa che rende tollerabili anche i suoi sermoncini: contro lo squallore delle moderne periferie rispetto al fascino sinistro di vicoli e vicoletti malfamati, contro il darwinismo e lo scientismo, contro la logica rispetto alla poesia. Già, perché l’affabilissimo Chesterton fu un pacato tradizionalista che non perdeva l’occasione per prendere di mira il “materialismo” e i miti del progresso. Non un reazionario, ma un utopista compassionevole che andava a braccetto con un mite conservatore. 

Enrico Deaglio, Il Novecento sulle spalle dei giganti, Gribaudo, 2026

«Come molti miei coetanei – ci chiamano boomer: perché siamo figli del boom, ma forse anche perché aspettiamo un brutto boom –, il mio ultimo decennio mi tiene sveglio soprattutto per la curiosità di vedere come andrà a finire. Per il resto borbottiamo e meditiamo su cosa è andato storto; pochi di noi pensano di avere qualcosa da dire. Sicuramente non faccio parte di quella schiera. In più: non ho particolare competenza in nessuno dei campi in cui oggi tutti sembrano competenti, né penso di potermela costruire velocemente». Condivido e sottoscrivo.
E allora perché Deaglio ha accettato la proposta di riassumere il Novecento in dieci ritratti? Perché «anche nei momenti più bui dell’umanità esistono giusti – a seguire la Bibbia – pronti a salvare il mondo. Fa piacere sapere che ci sono. Anche adesso… Si tratta di persone che hanno fatto qualcosa: di eroico, di eccezionale, o semplicemente di “buono” che nessuno chiedeva loro di fare. Alcuni sono diventati famosi o famosissimi; altri sono stati dimenticati o scoperti molto tempo dopo. In ogni caso, le loro azioni hanno avuto conseguenze grandi: hanno contribuito a cambiare, almeno per un po’, almeno per qualcuno, quello che chiamiamo “il corso della Storia”». Dieci giusti, dunque. 
Prima fra tutti Licia Rognini Pinelli che per tutta la vita, con quieta ma inflessibile dignità, «senza alzare la voce», si è battuta conquistando i milanesi e gli italiani perché venisse restituito l’onore al marito Pino Pinelli, ferroviere anarchico morto innocente il 15 dicembre 1969 precipitando da una finestra al quarto piano della Questura di Milano. 
A Deaglio quella defenestrazione ha insegnato «a dubitare delle “versioni ufficiali” e a vedere nell’ “abuso di potere” la norma, più che l’eccezione». Il ritratto ha una rivelazione finale che, in questi anni, è passata come inosservata: di fronte alle versioni ufficiali presto crollate di Pinelli che si suicida convinto della colpevolezza di Pietro Valpreda e gridando “È la fine dell’anarchia”, e di fronte alla sentenza ipocrita e insabbiatrice che assolveva tutti parlando di un “malore attivo” di cui sarebbe stato vittima Pinelli perdendo l’equilibrio, spunta la testimonianza del generale Gianadelio Maletti.
L’ex vicecapo del Sid, condannato per depistaggio nella strage di piazza Fontana e da tempo rifugiato in Sudafrica, nel 2020 viene raggiunto dai giornalisti Alberto Nerazzini e Andrea Sceresini, ai quali dice: «Pinelli si rifiutò di rispondere alle domande… Gli interroganti ricorrono quindi a mezzi più forti e lo minacciano di buttarlo dalla finestra… Lo strattonano e lo costringono a sedere sul davanzale della finestra. A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade». E aggiunge, il generale: «Nell’ambiente lo sapevano tutti». 
Dopo Licia Pinelli sfilano Marek Edelman, il diciannovenne polacco che organizzò la resistenza del ghetto di Varsavia, la prima azione di resistenza nell’Europa occupata dai nazisti; Nadine Gordimer e Nelson Mandela, la scrittrice premio Nobel e il grande attivista nero che misero fine in maniera incruenta all’apartheid; Bobbi Campbell, l’infermiere gay di San Francisco che rivelò al mondo l’esistenza dell’Aids e organizzò le prime difese, le prime sollecitazioni alla scienza; Carlo Tresca, l’anarchico e organizzatore sindacale ucciso a New York nel 1943 per impedirgli forse di rivelare le infiltrazioni mafiose nell’imminente liberazione dell’Italia; Madre Francesca Saverio Cabrini, santa degli immigrati e degli ultimi d’America, scomoda anche per la Chiesa; Abolhassan Banisadr, il primo presidente laico di Teheran rimasto in carica soltanto per pochi mesi: avesse vinto contro gli ayatollah, la “rivoluzione senza gioia” e l’Iran avrebbe conosciuto una storia diversa; e Rosa Parks, la sarta nera che nel 1955 in Alabama, con il semplice gesto di non cedere il posto a sedere a un bianco sull’autobus pubblico, diede l’avvio alla battaglia per sconfiggere la segregazione razziale.
Ultimo (in realtà nel libro di Deaglio è il penultimo) l’indimenticato e indimenticabile Alexander Langer, 1946-1995, combattente gentile e risoluto di mille battaglie nonviolente, uomo di mille curiosità e mille viaggi: contro il muro che divideva italiani e tedeschi in Südtirol-Alto Adige, per la Bosnia aggredita e invasa, per i diritti dei soldati di leva. Langer fondatore dei verdi italiani che si uccide neanche cinquantenne. Angosciato e come schiacciato forse dall’isolamento che patisce con le sue prese di posizione nette e sagge, nel segno di un’Europa che fermasse la macelleria etnica dei serbi. Langer giovane professore che unico, nel corso di una manifestazione, si ferma a soccorrere un poliziotto ferito, anche se è un agente provocatore in borghese con la pistola in pugno. 
È l’adolescente che scrive una lettera a un traghettatore: «Caro San Cristoforo, non so se tu ti ricorderai di me come io di te. Ero un ragazzo che ti vedeva dipinto all’esterno di tante piccole chiesette di montagna. Affreschi spesso sbiaditi, ma ben riconoscibili. Tu – omone grande e grosso, robusto, barbuto e vecchio – trasportavi il bambino sulle tue spalle da una parte all’altra del fiume, e si capiva che quella era per te suprema fatica e suprema gioia… Ecco cosa vorrei fare nella vita: attraversare le acque, sostituire i ponti con il mio corpo, portare i bambini dall’altra parte del fiume, salvarli, proteggerli».
Dieci persone che non si dimenticano, una commovente cantata laica sulla generosità disinteressata e il bene comune.

Giorgio Dell’Arti, America nuda e cruda, Garzanti, 2026

Comincia così: «L’Inghilterra, al tempo della prima regina Elisabetta, non era poi questa gran cosa. Possedeva se stessa, il Galles e l’Irlanda. La città di Calais era appena stata persa. La prima regina Elisabetta era salita al trono nel 1558». E termina così: «Michael Wolff (l’autore di Fuoco e furia, dentro la Casa Bianca di Trump, ndr) c’era. Vide Melania disperata piangere in un angolo. Pensò, e poi scrisse: “L’America è finita”». Tra l’incipit e il secco finale scorrono 560 pagine dense per raccontare, in un reportage storico minuzioso e pieno di brio, “come si arriva dai Padri Pellegrini a Donald Trump”. 
Le prime cose che saltano agli occhi sono il format e lo stile: paragrafi di lunghezza variabile separati da un pallino che formano 28 capitoli e 216 sottocapitoli. Paragrafi a volte brevissimi: «Anche il presidente Washington ci dava dentro col vino, specie il Madeira, in cui scioglieva il laudano per dar sollievo al mal di denti». L’altro che ci dava dentro era Jefferson, anche agricoltore e viticultore dotato di una cantina più che cospicua. Padri fondatori che ci danno dentro con il vino e vanno a letto con le schiave.
Ne risulta un’opera agile e vivacissima: colloquialità e rigore, sguardo d’assieme e attenzione al dettaglio spesso curioso vanno a braccetto. E il montaggio di discorsi, colloqui e affermazioni sotto forma di interviste immaginarie, ben dosato nel corso della narrazione, conferisce ulteriore gusto alla vivanda.
L’America che nasce per caso, con le tredici colonie riluttanti a mettersi insieme. Il pendolo costante, all’interno, tra il federalismo e il localismo. E, all’esterno, tra la missione di insegnare al mondo “come si fa” (il cosiddetto eccezionalismo) e la voglia mai sopita di isolarsi dal mondo. 
Il moto ascensionale che, dagli inizi dell’Ottocento fino al declino che comincia con Ronald Reagan (quella di Clinton è, per Dell’Arti, l’ultima età dell’oro) coniuga incredibili capacità di innovazione e un’altrettanto incredibile ferocia: contro i poveri, contro gli indiani, contro gli schiavi. Anche contro gli italiani, ne fa fede il linciaggio di massa del 1890 a New Orleans. 
«Nel romanzo di Mark Twain Le avventure di Huckleberry Finn lo schiavo fuggitivo Jim dice a un certo punto al ragazzino Huckleberry, bianco povero: Io come schiavo valgo mille dollari. Come negro libero non valgo niente. Tu come bianco povero non vali niente. In questo modo lo schiavo in fuga Jim, molto colto, voleva dare dare al quasi analfabeta ragazzino bianco povero Huck una definizione della libertà in America. Lo schiavo in fuga Jim dice a un certo punto al bianco povero Huck che i bianchi poveri d’America non sono che “spazzatura bianca”».
La galleria dei padri della patria, dei presidenti e dei magnati: memorabili e spesso gaglioffi. I Morgan, i Carnegie, i Vanderbilt, i Rockefeller che imbrogliano e aggirano le leggi. L’espansione verso Ovest e la sanguinosa guerra civile. La leadership mondiale, piena e incontrastata dal 1945 al 1989 ma inaugurata alla fine della prima guerra mondiale. Le ultime non esaltanti presidenze e gli opachi legami di Trump con Putin e con gli oligarchi russi.
L’America, un grande fiume che trasporta tronchi, carogne e pepite d’oro. «Tutto il mondo, mentre cominciava a odiare gli Stati Uniti, cominciava ad amarli». E adesso? Strepitoso.

Francesco Guccini, Calde le pere!, Giunti, 2026

È un piccolo gioiello, quest’ultimo regalo narrativo del Maestrone di Pavana. Divagazioni argute e maliziose sull’altrieri, “quando Bologna era più giovane di adesso”, e una storia di misterioso ingravidamento. Con il pretesto classico del manoscritto ritrovato: in questo caso un Brogliaccio di autore ignoto, «un insieme raffazzonato, e parziamente rilegato alla bell’e meglio, di fogli dattiloscritti, ciclostilati, fotocopiati e corredati da interviste varie, che avevano come principale argomento salaci storie accadute nelle case di tolleranza e dintorni della Bologna che fu».
C’è la storia della non più giovane prostituta che pedala, in stato di ebbrezza, semidiscinta e urlando a squarciagola: “Calde le pere!”. Slogan, a promozione sua e delle residue grazie, preso a prestito dagli affini dei caldarrostai che si presentavano davanti alle scuole con vassoi colmi di pere cotte nel vino o nel burro e zucchero. Pere che tra Emilia e Toscana stanno per tette, poppe, zinne, zizze, minne. Anche se a Bologna il seno è detto dala, o dali, forse in omaggio alla dalia dal «vistoso sbocciamento» tanto che «il gentiluomo bolognese, alla piacevole apparizione di un seno opimo, non si periterà dall’esclamare, con evidente ammirazione e voce turbata “Socc’mel ch’ dau dala!”, traducibile, con una certa libertà in “Accidenti (o perbacco), che due dalie!” e cioè “Però, quale generoso seno femminile!”». Pare quasi di sentirlo, Guccini, mentre sciorina le sue storie sul palco.
Ce n’è anche per socc’mel e per la passione etimologica che lo accompagna fin dal suo esordio narrativo con Cròniche epafàniche (1989). «Non turbi qui l’ignaro e casto lettore l’uso dell’apparentemente osceno imperativo “Socc’mel”. Il verbo, che allude ad inequivocabili scopi erotici, ha via via, nel tempo, perso ogni volgare connotazione ed è rimasto solo come innocente esclamazione, di cui si possono anche contare fino a diciassette e più varianti emozionali, quali: gioia, dolore, malinconia, ribrezzo, sorpresa, disappunto, eccetera eccetera».
Di divagazione in divagazione ci si avvicina al quartiere dove abitano i protagonisti della storia, il Pratello, allora luogo di piccola malavita, a Milano diremmo di ligera. E di trattorie dove servivano il minestrone a ora. Uno, mettiamo, chiedeva dieci minuti di minestrone e gli veniva messa davanti la pentola (il cucchiaio era incatenato al tavolo) per poi fare partire il tempo. Un all you can eat di quando non c’erano i ristoranti cinesi a prezzo fisso.
Siamo nel 1935, e al Pratello abita un Fonso (Fonso, da Alfonso, è il dispregiativo con cui i bolognesi designano il bifolco o il tonto) che di mestiere fa il ciabattino ma, più probabilmente, il solfanaio e il concialaveggi. Gira cioè con il carrettino a rimettere lo zolfo ai fiammiferi esausti e a riparare, con filo di rame e mastice, le stoviglie in terracotta bucate o sbrecciate. E con lui la moglie Isolina e la figlia Lisetta che fabbricano calotte, vale a dire berretti da notte, all’uncinetto. 
È un’estate calda anche senza il cambiamento climatico, e una domenica la famigliola sale sul carretto di Fonso e, provvista di pranzo, va a rinfrescarsi in riva al Reno, a Casalecchio, anzi a Casàlecc su le Mer. Lisetta torna a casa incinta, chi è stato? Non si sa, non raccontiamo i boccacceschi risvolti, limitandoci a un indizio. Qual è il genere dei fiumi? Il Secchia o la Secchia? Il Piave, come nella canzone di E. A. Mario, o la Piave, come nei bollettini dei comandi militari? Il Po è senza ombra di dubbio maschio. Come il Reno.

Rosa Matteucci, Lotteria delle anime, Adelphi, 2026

«All’epoca della fioritura del carciofo spinoso di Sardegna, nell’incombere minaccioso del Natale, accadde che recitai, senza la minima consapevolezza del postulato di Wundt, secondo cui sovente le azioni umane ottengono fini diversi da quelli che si perseguono, la preghiera Ti adoro, o Croce Santa deputata al riscatto delle anime purganti». 
All’incauta che narra in prima persona, una sorta di devota Franca Valeri che si divide fra yoga enigmistica rotocalchi scandalistici e ogni tanto una messa tridentina in latino, accade di essere travolta dallo slancio misericordioso. La preghiera «approvata da vari papi», ripetuta cinquanta volte ogni venerdì, consente di fare ascendere in Paradiso cinque anime purganti. 
Biascicando l’orazione mentre mangia una fetta di panettone e sputa i canditi che non le piacciono, la suffragatrice strappa al grill del Purgatorio l’anima del defunto padre («Lo vidi sgambettare tra i bagliori delle lingue di fuoco che dall’Inferno lambiscono gli strati più infimi del Purgatorio, arrostirsi le chiappe già dilacerate dall’incidente automobilistico che gli fu fatale, sebbene più non le vanti, dette chiappe, in quanto anima senza il naturale contorno delle carni») e quelle della mamma, dei nonni materni e del defunto editore (anche Roberto Calasso, che avrebbe apprezzato, è al sicuro).
In questo Purgatorio intasato come un pronto soccorso o come un ufficio postale il giorno in cui si riscuotono le pensioni, il dettato cauto dei concili e delle teologia cede il posto a racconti fra il mistico e il folclorico: è un luogo fisico e non mentale, le fiamme non sono quelle interiori che purificano l’imperfetto prima che ascenda al regno dei cieli, ma fuochi veri che bruciacchiano o arrostiscono le anime a seconda della loro collocazione: poco o niente nel piano più alto, vicino al Paradiso; abbastanza ma non troppo nello strato intermedio («come il prosciutto e il formaggio in un toast»); con ustioni dolorose giù in fondo, quasi a contatto con il sottostante regno di Satana. 
In questo Purgatorio dove il tempo non passa mai (ogni giorno di penitenza equivale a quarant’anni terrestri) e dove molti sembrano essere i favoritismi (ci sono preghiere di certe mistiche e di certi re che, dette una sola volta, potrebbero liberare fino a cento anime), ci sono strane permanenze (per quarantott’ore ha fatto anticamera qui anche una delle pastorelle che vide la Madonna di Fatima) e bizzarre eccezioni: va direttamente in Paradiso il libertino Kennedy, assieme a Norma Jean alias Marilyn Monroe e a «quel depravato di John Lennon» che, sia detto per inciso, in Imagine si augurava che non ci fosse un Paradiso.
La nostra patrocinatrice in breve si trova sommersa dalle richieste di suffragio, in un crescendo tragicomico: voci che le arrivano all’orecchio come una sorta di acufene, che escono dal frigorifero dove il freon si mette a sibilare, che la raggiungono dal cellulare con la voce di Siri. Familiari, amici, conoscenti, alla fine anche Justus von Liebig – sì, proprio quello dell’estratto di carne e delle figurine – , Franz Schubert, Roberto Bolaño e Marcel Proust. Le anime salvate mandano doni all’ausiliatrice: soldi, da due a cinquanta euro fatti trovare in strada, e poi guanti, felpe, cinture, gioiellini, una bracciata di carne, libretti d’opera, addirittura una pelliccia. 
Ma la devota è stata accalappiata da Internet, dove un prete ticinese gestisce una “lotteria delle anime” che porta la nostra a pregare sempre più, vorticosamente, per le più svariate tipologie di penitenti. Finché un giornalaio defunto chiede di pregare anche per il suo bastardino che si chiama Charlie Maria: i cani potranno mai andare in Paradiso?
Esilarante, pietoso e spietato, svagato e affilato, Lotteria delle anime è il miglior racconto di questo 2026. Si ride, ma ci si chiede anche chi ci ricorderà dopo il trapasso. E Rosa Matteucci, orvietana trapiantata a Genova, dall’esordio di Lourdes (1998) al recente Cartagloria (2025) si conferma narratrice di stile inconfondibile e sontuoso, tra le nostre maggiori.

Museo il Grammatico, Le vicende di Ero e Leandro, c. Lanfranco Fiore, Fussi, 1953

Frutto estremo della letteratura greca, questo Ero e Leandro di un Museo Grammatico del quale niente si sa è stato dai classicisti dell’800 datato al V secolo d. C. per via degli influssi di Nonno di Panopoli, l’autore delle Dionisiache. Narra in 343 esametri le vicende dei due sventurati amanti dell’Ellesponto, l’attuale Stretto dei Dardanelli: Ero sacerdotessa di Afrodite a Sesto sulla sponda europea, Leandro ad Abido sull’altra riva. Si innamorano e si uniscono in matrimonio segreto, si vedono soltanto di notte (l’amore notturno e il lume che salva o perde è anche tema di Amore e Psiche) quando lui attraversa a nuoto il breve braccio di mare (Plinio il Vecchio nelle sue Storie naturali lo ha misurato: sette stadi, 1350 metri, Byron ha ripetuto l’impresa di Leandro) e la fiaccola di lei, reclusa in una torre (altro tema fiabesco, come non pensare a Raperonzolo?), gli indica la strada. In una notte d’inverno, quando il lume si spegne per il vento, Leandro annega in mare e il suo corpo viene portato dalle onde sotto la torre. Dove Ero a mattino lo vede e lo raggiunge, gettandosi dagli spalti. Traduzione quasi prosastica, di servizio per così dire: non mi ha detto granché. Per sfiorare la meraviglia, meglio rivolgersi alle Eroidi di Ovidio.

Veronica Raimo, Non scrivere di me, Einaudi, 2026

Studentessa a Roma e io narrante, S. deraglia a causa dell’ossessione per uno stronzo di talento, anche se non si capisce in che cosa consista quel talento. L’americano Dennis May, maudit come tradizione vuole, attore e regista di un film di culto, Lark, acclamato come verranno stroncate le prove successive, infine suicida a Los Angeles e meno male, così ci togliamo il pensiero e l’ossessione. 
Lei lo segue, lo venera, gli si offre, lo aspetta dopo le sue fughe, manda all’aria due storie (con un bravo ragazzo e con un altro stronzo; che molti maschi siano stronzi è l’unica realtà inconfutabile che offre il romanzo), interrompe gli studi senza dirlo a suoi e anzi fingendosi addirittura laureata (ha in cantiere una tesi sui solitari nel cinema americano), stipa in cantina i suoi gadget dell’infelicità (un registratore con i messaggi di lui e i vestiti che indossava quando lo incontrava, la locandina del film galeotto), smette di scrivere poesie e si impiega come cameriera schifata e criticona in un bar. Finché l’incontro con una scrittrice come lei abusata la libera dalla coazione ad annullarsi: l’americano era stronzo con tutte, parce sepulto, forse la vita può riprendere. 
Ho senz’altro semplificato, forse non sono in sintonia con questa gioventù bruciacchiata, ma il romanzo di Veronica Raimo non mi ha preso: trovo che non abbia profondità di campo, che non vada da nessuna parte e che racconti infelicità banali con un tonetto che vorrebbe essere ironico e risulta supponente. Non ho voglia di stroncarlo, forse non lo merita, c’è impegno di scrittura e una ricerca di stile che non è la mia tazza di tè. 
E forse avrei dovuto, più saggiamente, smettere di leggere dopo l’incipit: «È stato il ragazzo a ordinare la cheesecake, ma è la ragazza che sta allungando un cucchiaino verso la grossa fetta geometrica, ricoperta da una glassa lucida alla fragola. Non ho mai amato la cheesecake, anche se gli estimatori sono convinti che la sanno fare bene qui nel bar dove lavoro. Il gesto della ragazza mi irrita, bisognerebbe quantomeno essersi presi la responsabilità di averlo ordinato se si vuole deturpare per primi la geometria di un simile oggetto di design». 
La responsabilità di ordinare una fetta di cheesecake? Ecco, troppe cheesecake e ragazze creepy (e dire “raccapriccianti” no, troppo burino?) e ragazzine «con una maglia sformata tie-dye e un paio di pantaloni cargo». Mi sbaglierò, ma mi sembra una Sally Rooney all’amatriciana. Insomma perplesso, più che perplesso. 

Mariano Sabatini, Mutevoli nascondigli, Indomitus, 2026

Terza adrenalinica indagine per il giornalista-detective Leo Malinverno. Dopo i precedenti e premiati capitoli, L’inganno dell’ippocastano del 2016 e Primo venne Caino del 2018, anch’essi riproposti da Indomitus Publishing, il nuovo noir ci immerge in una Roma a due passi dall’inferno, una terra di mezzo in cui bel mondo e criminali camminano fianco a fianco. Malinverno rischia di lasciarci la pelle quando inseguito da un vecchio nemico, il serial killer Michele Arditi detto il Tatuatore, precipita in una scarpata assieme al suo scooter. Finisce in ospedale, con numerose fratture e una commozione cerebrale. 
Dimesso dopo un mese, ha una lunga convalescenza che non gli impedirà di affrontare, con qualche defaillance e una zampata del leone finale che non si rivela, un nuovo caso assai aggrovigliato. Perché ancora una volta Roma assiste a una serie di omicidi che fanno scalpore. Omar Di Tillo, camorrista spietato con le mani in pasta ovunque, anche nella politica, viene freddato nella sua sala bingo a Montesacro. Qualche giorno dopo, al vicequestore Jacopo Guerci fraterno amico di Malinverno arriva un video che supera in efferatezza lo snuff movie più estremo: in un capannone industriale lo scrittore Petronio Grigo, bestsellerista e, dietro le quinte, malavitoso di un certo spessore, viene ripreso mentre lo decapitano dopo averlo torturato a lungo. Seguono altri ammazzamenti: Marco Oberdan, un giovane di Corviale che era segretario e factotum di Grigo, strangolato mentre il suo pc viene fatto sparire, un operaio che era suo vicino di casa eliminato con una pallottola in fronte.
C’è un legame fra tutti questi delitti? Lo scoprirete soltanto leggendo. Un noir ad altissima tensione – soltanto le vicende sentimentali complicate dei protagonisti consentono ogni tanto di tirare il fiato – in cui non si salva quasi nessuno. Politici corrotti a caccia di ragazze, giornalisti soprattutto televisivi insopportabili e intriganti, un giro squallido e tragico di prostituzione minorile, mogli infelici e damazze vogliose, malavitosi al di là del bene e del male. È Roma, bellezza, e tu non puoi farci niente.
Mariano Sabatini ha un lungo stato di servizio. Autore di programmi televisivi di successo (famosi quelli con Luciano Rispoli), ufficio stampa editoriale tra i più bravi ed efficienti che io conosca, scrittore scaltrito, la saga di Leo Malinverno costruita con una precisione millimetrica per gli incastri narrativi gli rende merito. Si attende il quarto episodio.

INCIPIT

Stavolta estraggo dalla mia biblioteca John Le Carré, venerato maestro della spy story.

Il giorno in cui il suo destino tornò a reclamarlo, Ted Mundy faceva sfoggio di una bombetta e si ergeva in equilibrio precario su una cassetta di legno in uno dei castelli del re folle, Ludwig di Baviera. (Amici assoluti)

Il mio nome è Bruno Salvador. Gli amici mi chiamano Salvo, e i nemici anche. (Il canto della missione)

In un’ampia via di Mosca, a meno di duecento metri dalla stazione Leningrado, al primo piano di un lambiccato e orrendo albergo – costruito da Stalin nello stile noto ai moscoviti come Impero Durante la Peste – la prima, primissima Fiera dell’Audio, indetta dal British Council per l’insegnamento della lingua e la diffusione della cultura inglese, stava volgendo penosamente al termine.(La Casa Russia)

Quando Lady Ann Sercomb, verso la fine della guerra, sposò George Smiley, lo descrisse ai suoi amici aristocratici, molto stupiti, come un tipo d’una mediocrità da togliere il fiato. (Chiamata per il morto)

La grandezza di Carne School è attribuita da tutti gli studiosi a Edoardo VI, il cui zelo pedagogico è attribuito dalla storia al Duca di Somerset. (Un delitto di classe)

Una sera nevosa del gennaio 1991 Jonathan Pine, un inglese che lavorava come direttore di notte all’Hotel Meister Palace di Zurigo, lasciò il proprio ufficio dietro la reception e, in preda a sensazioni che non aveva mai conosciuto, andò a prendere posto nell’atrio, preparandosi a porgere il benvenuto dell’albergo a un illustre ospite dell’ultima ora. (Il direttore di notte)

La notizia arrivò all’Alto Commissariato britannico di Nairobi alle nove e trenta di un lunedì mattina. (Il giardiniere tenace)

Cassidy guidava soddisfatto nella luce serotina, il volto avvicinato al parabrezza per quanto glielo permetteva la cintura di sicurezza, agendo cauto ora sull’acceleratore ora sul freno, e intanto sondando con lo sguardo la strada angusta, in cerca di pericoli nascosti. (Un ingenuo e sentimentale amante)

Alle sette di una mattina caraibica sull’isola di Antigua un certo Peregrine Makepiece, noto anche come Perry, valente e versatile atleta dilettante nonché, fino a qualche tempo prima, tutor di letteratura inglese in un insigne college di Oxford, disputò una partita di tennis al meglio dei tre set contro un tipo muscoloso, calvo, dal portamento rigido e dignitoso, gli occhi castani, sui cinquantacinque anni, che si faceva chiamare Dima e di cui in quel momento era ignota la nazionalità. (Il nostro traditore tipo)

In seguito, negli angoli polverosi di Londra e dintorni nei quali i funzionari segreti si riuniscono a bere, sorsero discussioni a proposito di quando ebbe veramente inizio il caso Delfino. (L’onorevole scolaro)

«Non sono morto» dice Jeanmaire orgoglioso. «Mi avrebbero voluto morto, ma io non gli ho voluto fare questo favore».
(La pace insopportabile)

Quello che segue è il racconto veritiero, per quanto possibile, del mio ruolo nell’operazione in codice Windfall, una missione dell’intelligence britannica contro i Servizi di spionaggio della Germania orientale, la cosiddetta Stasi. (Un passato da spia)

Larry scomparve ufficialmente alle undici e dieci del secondo lunedì di ottobre, quando non si presentò in aula per la prima lezione del nuovo anno accademico. (La passione del suo tempo)

Ho avuto spesso occasione di vedere la casa. (Ronnie, mio padre)

Era un venerdì pomeriggio perfettamente normale nella Panama dei tropici, fino al momento in cui Andrew Osnard piombò nella sartoria di Harry Pendel chiedendo che gli prendessero le misure per un abito. (Il sarto di Panama)

Questa pistola non è una pistola. (Single & Single)

La neve copriva l’aeroporto. (Lo specchio delle spie)

L’americano porse a Leamas un’altra tazza di caffè e disse: «Perché non andate a dormire? Vi telefoniamo se arriva». (La spia che venne dal freddo)

Il nostro incontro non era stato pianificato. Né da me né da Ed, né da alcuna delle mani invisibili che presumibilmente ne muovevano i fili. (La spia corre sul campo)

Una burrascosa mattina d’ottobre, prima dell’alba, in una città di mare del Devon meridionale da cui sembrava che tutti fossero fuggiti, Magnus Pym scese da un vecchio taxi di provincia e, avendo pagato l’autista e atteso finché non fu ripartito, attraversò la piazza della chiesa. (La spia perfetta)

La verità è che se il vecchio maggiore Dover non fosse morto fulminato alle corse di Taunton, Jim non avrebbe mai messo piede a Thursgood. (La talpa)

Due avvenimenti, senza un nesso apparente fra loro, provocarono il richiamo di George Smiley dopo la sua messa a (improbabile) riposo. (Tutti gli uomini di Smiley)

In una camera al secondo piano di un anonimo albergo nella colonia britannica di Gibilterra, un uomo snello e prestante, più vicino ai sessant’anni che ai cinquanta, stava camminando avanti e indietro con aria inquieta. (Una verità delicata)

Permettemi anzitutto di confessarvi che se, mosso da un impulso improvviso, non avessi preso la penna e scribacchiato un biglietto per invitare George Smiley a parlare ai miei diplomandi l’ultima sera del corso di ammissione – e se Smiley, contrariamente alle mie previsioni, non avesse accettato – mi sarebbe ora impossibile parlarvi così a cuore aperto.
(Il visitatore segreto)

È assolutamente comprensibile che un campione di boxe turco, categoria pesi massimi, camminando per le strade di Amburgo con la madre al braccio, non si accorga di essere seguito da un ragazzo magrissimo con un cappotto nero. (Yssa il buono)

POESIA

Guillaume Apollinaire. Teorico del cubismo, compagno di strada dei futuristi, anticipatore del surrealismo, per me Apollinaire (1880-1918) resta uno squisito pontiere fra l’avanguardia e la tradizione: affamato del nuovo ma lontano dall’ “uccidiamo il chiaro di luna”. E della sua produzione amo soprattutto quella che si muove nel solco del simbolismo, anche se la giocoleria dell’avanguardia affiora. Propongo qui alcune delle sue poesie autunnali. Come Automne malade (la traduzione è di Giorgio Luti e Federico Mazzoni): 

Autunno malato e adorato
Morrai quando la bora soffierà nei roseti
Quando avrà nevicato nei frutteti
Povero autunno consunto
La bianca ricchezza di neve
Di frutti maturi
In fondo al cielo sparvieri si librano
Sulle vergini ninfe
Dai corti capelli d’alga
Esse che non hanno amato
Ai pascoli lontani
I cervi hanno bramito
Amo stagione amo i tuoi rumori
Frutti caduti senza chi li colga
Il vento e la foresta il loro pianto
Di lacrime d’autunno foglia a foglia
Le foglie
Calpestate
Di treno
Un rotolare
La vita 
Scorre via

Strana e suggestiva poesia, che congiunge le ninfe dei parnassiani con i versi cortissimi di Ungaretti, del quale Apollinaire era amico. Ma l’autunno ritorna anche nella splendida Signe:

Sono nato sotto il segno dell’autunno
Amo per questo i frutti ed odio i fiori
Rimpiango tutti i baci che ho donato
Come il noce bacchiato grida al vento i dolori
Autunno eterna stagione mentale
Mani d’amanti sfiorano il tuo suolo
Una sposa mi segue mia ombra fatale
Le colombe stasera spiccano l’ultimo volo

L’autunno è il suggello della definitiva L’adieu (la traduzione stavolta è di Giorgio Caproni):

Ho colto d’erica un rametto
L’autunno è morto non scordarlo
Non ci vedremo mai più in terra
Odor del tempo brullo rametto
E tu ricorda che t’aspetto.

Altrove (in La bianca neve, ancora Caproni a tradurre) scattano piccoli fuochi d’artificio, metamorfosi, in un acquerello che regala tenui colori fra il concreto, il fiabesco e il galante: 

Gli angeli gli angeli nel ciel
Uno è vestito da ufficiale
Uno è vestito da cucinier
E gli altri a cantar
Bell’ufficiale color del ciel
Dopo Natale maggio verrà
E d’un bel sole ti decorerà
Ti decorerà 
Spenna le oche il cucinier
Le oche oh che
Oh che neve cade e perché
Fra le mie braccia la mia bella non c’è

Guillaume Apollinaire, Poesie, traduzione di Giorgio Luti e Federico Mazzoni, Fussi, 1947
Guillaume Apollinaire, Poesie, traduzione di Giorgio Caproni, Rizzoli, 1979

Edwin Muir. Una mia versione da Edwin Muir (1887-1959), che fu poeta romanziere e critico scozzese in lingua inglese, nonché il primo traduttore di Kafka in inglese e il direttore del British Council nel secondo dopoguerra. La poesia si intitola La conferma.

Sì, il tuo, amor mio, è il giusto volto umano.
Nella mia mente lo avevo atteso a lungo
Vedendo il falso e sperando nel vero.
Poi ti ho trovato come un viaggiatore
Trova un luogo benigno all’improvviso
Tra valli, rocce e strade cieche. Come
Dovrei chiamarti? Fonte nel deserto,
Pozzo d’acqua nell’arida campagna
O tutto ciò che è onesto e buono, occhio
che fa splendere il mondo, cuore aperto,
Semplice nell’offrire, che regala
Il primo senso, il primo mondo buono.
Il bocciolo che s’apre, il seme che germoglia, 
E fuoco, terraferma, irrequieto mare,
Che non son belli e rari in se stessi,
Ma perché ti assomigliano, perché
Per questo fine furono creati. 

Sui tram di Milano. Ho adocchiato e subito preso, nell’accogliente libreria Mamì dove spillano parole e birra, un volume ricchissimo, Il verso di Milano. Ottanta poesie e canzoni che accompagnano le immagini in bianco e nero, laterali e lontane dalle mete turistiche, di Lorenzo De Simone. Ho scelto – ma molto altro andrebbe segnalato: di Montale e Sereni, Consonni e Loi, Pagliarani e Fortini, Cucchi e Viviani, Tessa e Levi – i versi dei poeti che vedono Milano da un tram. Si parte con la rievocazione di tutti quelli presi o persi: è I tram di Tiziano Rossi, del 1998.

Andava il tram Ventitré verso il cuore,
le vetrine della gente, e pareva
correre il Quindici incontro a qualche mare,
c’era il Ventotto, l’infreddata
tradotta della scuola,
viaggiava il Trentuno a pericolose povertà
e il trasandato Venti, portatore
di fumi e ruggini di periferia,
e conosceva il Quattordici le fini
di tutti, il grande sonno.
Ma l’Uno fortissimo già ripartiva,
nuovo incominciamento,
paziente il Trentotto si caricava
la nostra calcistica domenica e
il misterioso Diciannove mai salito…
Quegli incrocianti squassati tram
del repentaglio e del rassicurare:
regalavano la traversata del mondo e si tornava.

Si continua con Capolinea di Umberto Fiori (1992), voce dei gloriosi Stormy Six che si è imposto nel tempo come uno dei maggiori poeti italiani del secondo Novecento.

Una sera, sull’autobus in sosta
sopra il piazzale nero dei capolinea
c’era solo l’autista
e un passeggero.
Stavano lì come ai crocicchi,
dentro la nicchia,
la vergine col bambino,
senza viandanti e senza poveri.
Piante, pali, panchine,
tutto era fermo come loro,
fermo e vicino. Doveva passare del tempo.
Le fondamenta delle case nuove
buttavano erba e fiori
come rovine.

Terza fermata con Quando in un punto del suo giro (2002) di Giovanni Raboni.

Quando in un punto del suo giro
un tram che viaggia in senso orario
sfiora per un istante uno di quelli
che viaggiano in senso antiorario
anche a noi passeggeri
dalle opposte destinazioni
capita qualche volta di sfiorarci
con brevi occhiate da cui sbucano
malinconia e stanchezza
e un’ombra, solo un’ombra di pietà
simili a quelle che si scambiano
chi entra al Pini o in via Pace e chi ne esce
per pratiche attinenti
alla propria o all’altrui sopravvivenza.

Concludo con la poesia più intensa e recente, Sulla 90 i continenti (2022), scritta da Vivian Lamarque a bordo della 90, una sera verso le nove, quando tutte le teste attorno le ciondolavano dal sonno.

Sulla 90 ti derubano, dicono, infatti è vero.
Anche a me è capitato, ma anche sull’1, sul 14,
sul 19, dappertutto. E dicono che ci salgono
persone brutte, non fiorellini profumati.
Ma la 90, la 90 è un continente in viaggio
ci sono fiumi e pianure e catene montuose
e gli Incas i favolosi Incas e profili aztechi
e ieri mi ha ceduto il posto un signore
che pareva Obama, uguale. Sulla 90
la sera, indiane vesti come affreschi
e sete annodate con dentro bambini
addormentati con ciglia fitte a tener lontano
i lupi e ora, che sono le 21, ciondolano
dal sonno sui bambini anche le teste delle madri
mentre in piedi vegliano sentinelle i padri.
Hanno attraversato mille e uno mari
e uomini-squali per approdare infine
su questa casa mobile che apre le porte
che le chiude, fiumi che salgono,
che scendono, che da generazioni
e generazioni, anche per noi visi pallidi,
al mille per mille d’interesse pagarono
in anticipo il biglietto.

Il verso di Milano, a cura di Gino Cervi e Giancarlo Consonni, fotografie di Lorenzo De Simone, About Cities, 2025

Dylan Thomas l’ho incontrato, per la prima volta, grazie a una traduzione di Eugenio Montale che questo volume curato da Ariodante Marianni riporta in appendice. 

La forza che urgendo nel verde calamo guida il fiore,
Guida la mia verde età; quell’impeto che squassa le radici degli alberi
È per me distruzione.
E muto non so dire alla rosa avvizzita
Che questa febbre invernale piega anche la mia giovinezza. 
La forza che guida l’acqua tra le rocce,
Guida il mio rosso sangue; quella stessa che asciuga le sorgenti che gridano,
Le mie raggruma; E son muto a gridare alle mie vene
Che a quell’alpestre polla succhia la stessa bocca. 
La mano che mulina l’acqua dentro alla pozza
Sommuove il fondo limo; quella che lega i vènti, ora il sudario
Della mia vela spinge. E sono muto a dire all’impiccato
Quant’è della mia argilla in chi lo impicca. 
Le labbra del tempo lambiscono dove la fonte fa vena; 
Goccia l’amore, gonfia, ma il sangue che cade, di lei
Addolcirà le pene.
E sono muto a dire al soffio che si leva
Che paradiso è scandito dal tempo intorno alle stelle: 
muto a dire alla tomba dell’amante 
Che sul mio letto appare lo stesso verme aggrinzito.

Scritta attorno a vent’anni, questa poesia contiene già quasi tutta la sua produzione successiva: il mondo della natura accostato a quello della psiche, la nascita alla morte, il corpo al cosmo. Fu un poeta precoce, il gallese Dylan Thomas (1914-1953). 
Simile a Rimbaud nella creazione furiosa a ridosso dell’adolescenza (i primi tre volumi di versi furono pubblicati quando aveva venti, ventidue e venticinque anni, e secondo gli studiosi rielaborano materiale precedente), simile a lui nella rapida uscita di scena (Thomas morì di delirium tremens a New York, neppure quarantenne). 
Simile a Rimbaud anche nell’uso sciamanico e incantatorio della parola poetica. Per dirla con Mario Praz, «era uno di quei rari artisti che trattano la materia verbale non come un tesoro a cui attingere, ma come un magma, una sostanza malleabile e obbediente alla volontà, alla violenza quasi carnale dell’artefice». Differente da Rimbaud, com’è ovvio, nella tematica e negli esiti.
Quando lo accostai, sedotto dalla leggenda che Bob Dylan avesse tratto da lui lo pseudonimo, ne ero entusiasta. Riprendendolo in mano (ma l’ho sempre abbastanza frequentato: qualche pagina, qualche poesia, nel corso degli anni) mi ritrovo ancora ammirato, ma come assordato da tanta esaltazione: quel lussureggiare di immagini, quel verseggiare senza un attimo di tregua, incalzante come una mareggiata, come un diluvio, come un grido che risuona, mi saziano in fretta, ora che l’età mi spinge a cercare senso e misura, e una maggiore essenzialità della parola.
Dylan Thomas fece irruzione sulla scena letteraria inglese nel 1934. Il pontefice massimo era allora T. S. Eliot con i suoi versi prosciugati e cerebrali, con «l’arido massiccio centrale della Terra desolata» che dominava la scena. Il gallese era l’esatto contrario: passionale, frenetico, ridondante, romantico. La parola come accensione dei sensi, contro una secchezza da carestia. Come in questa poesia che fa quasi da controcanto dionisiaco all’“April is the cruellest month” di Eliot: 

Io, nella mia immagine intricata, avanzo su due piani,
Modellato con minerali d’uomo, oratore d’ottone,
Costringo il mio spettro nel metallo,
Mi bilancio sui due piatti di questo mondo gemello,
Il mio mezzo spettro in armatura tengo saldo nel corridoio della morte,
Al mio uomo di ferro mi avvicino di sghembo. 
Iniziando con la condanna del bulbo, la primavera svolge i fili,
Raggiante come i suoi arcolai, stagione degli spasmi
Ricamata su un mondo di petali;
Infila linfa ed aghi, annoda sangue e bollicine
Alle radici del pino, suscita l’uomo come un monte
Dalle viscere nude. (…) 

C’era un metodo, una cerebralità anche in questa frenesia che si nutriva di bardi gallesi e Bibbia, metafisici inglesi come John Donne, William Blake e Gerald Manley Hopkins, che accostava i trionfi della morte a una squillante vitalità della natura, biologia e anatomia ad accenti elegiaci e fiabeschi, in questo verseggiare allucinato e affine al surrealismo che entusiasmò i coevi e a lui molto inferiori “Apocalittici” (George Barker, David Gascoyne). 
Thomas provò a spiegarlo in una lettera a Henry Treece: «Una mia poesia abbisogna d’una falange di immagini, poiché il suo centro è una falange d’immagini. Io creo un’immagine – sebbene “creo” non sia la parola giusta; io lascio, forse, che un’immagine “si crei” in me emozionalmente, e poi vi applico quanto ho in me di poteri intellettuali e critici – lascio che generi un’altra immagine, lascio che questa nuova immagine contraddica la prima, faccio, della terza immagine generata dalle altre due insieme, una quarta immagine contraddittoria, e le lascio tutte cozzare insieme nell’ambito dei limiti formali che mi sono imposto. Ogni immagine contiene in sé il germe della sua distruzione, e il mio metodo dialettico, come lo intendo, è un costante ergersi e crollare delle immagini che si sprigionano dal germe centrale, che è esso stesso a un tempo distruttivo e costruttivo».
E c’è una grande perizia tecnica, che usi il giambo o un verseggiare franto, una grande estrosità da forgiatore-agglutinatore di parole (sea-sucked, altarwise, side-tongued, man-melted eccetera), mista a un pizzico di istrionismo, nell’arte a volte oscura ma sempre consapevole di Thomas. 
A me oggi, salvando nel suo canzoniere giovanile i classici che non ci si stanca di rileggere, di riascoltare (E morte non avrà più dominio, Questo pane che spezzi, i citatissimi O make me a mask e After the first death, there is no other), sono più congeniali gli esiti degli anni ‘40, quelli raccolti in Death & Entrances e In country sleep. Come la rievocazione di Fern hill:

Quando ero giovane e ingenuo sotto i rami del melo
Presso la casa piena di canti e felice perché l’erba era verde,
La notte alta sulla valletta stellata,
Il tempo mi lasciava esultare e arrampicarmi 
Dorato nei bei giorni dei suoi occhi, 
E fra i carri ero il principe onorato della città di mele,
E una volta oltre il tempo sovranamente feci trascinare
Alberi e foglie e orzo e margherite 
Lungo i fiumi di luce dei frutti abbattuti dal vento. (…) 

O come l’incantevole elegia cerimoniale e protettiva di In country sleep:

Mai e poi mai, figlia mia che cavalchi in lungo e in largo
Nella terra delle fiabe del focolare, e per incanto addormentata,
Devi temere o credere che il lupo con un cappuccio bianco-agnello,
Saltelloni e belando rozzo e allegro balzerà
O cara, o cara,
Da una tana nel mucchio di foglie nell’anno zuppo di rugiada,
Per mangiare il tuo cuore nella casa nel bosco di rose. 
Dormi, buona, ora e sempre, lenta e profonda, rara e savia 
Nell’incanto, mia bimba errante la notte nella rosea contea
Delle favole agresti: nessun guardiano d’oche o di maiali
Si muterà in un re da cortile o villaggio di fuoco
E in principe di ghiaccio
Per adescare il tuo cuore mielato avanti l’alba in un boschetto 
Di ragazzi e di paperi in cerchio (…)

Ma la poesia che oggi prediligo, dove il romanticismo della giovinezza è filtrato dalla sapienza della maturità, è Il colloquio della preghiera:

Il colloquio delle preghiere sul punto d’esser dette
Dal bimbo che va a letto e dall’uomo per le scale
Che sale all’alta stanza dall’amata morente,
Indifferente l’uno a chi nel sonno andrà incontro,
L’altro pieno di lacrime temendola già morta, 
S’aggira per il buio sulle ali del suono che essi sanno
Salirà verso i cieli rispondenti su dalla verde terra,
Dall’uomo per le scale e dal bimbo accanto al letto.
Il suono che sta per levarsi nelle due preghiere
Per il sonno in terra sicura e per l’amata che muore 
Sarà uno stesso volo doloroso. Chi calmeranno?
Dormirà illeso il fanciullo o sarà in lacrime l’uomo? 
Il colloquio delle preghiere sul punto d’esser dette
S’aggira tra i vivi ed i morti, e l’uomo per le scale
Non troverà morente, stanotte, ma viva e calda al fuoco 
Del suo trepidare nell’alta stanza il suo amore.
E il fanciullo indifferente a chi va la preghiera
Affogherà in un’angoscia profonda come sarà la sua tomba,  
E con gli occhi del sonno fisserà i neri occhi dell’onda
Che su per le scale lo trascina verso una che è morta. 

Una poesia che si fa specchio e metamorfosi.

PS. In appendice al libro, dopo le ottime versioni di Ariodante Marianni, due poeti, Piero Bigongiari e Alfredo Giuliani, si cimentano con Dylan Thomas. La resa è suggestiva: più levigata e morbida in Bigongiari, più scabra in Giuliani. 

Dylan Thomas, Poesie, traduzione di Ariodante Marianni, Einaudi, 1970

UN AUTORE A PUNTATE / JANE AUSTEN (FINE)

Jane Austen, ultimo atto. Persuasione viene composto tra il 1815 e il 1816 e pubblicato postumo nel 1818: l’autrice è morta nel 1817 con tutta probabilità vittima della malattia di Addison, un’insufficienza corticosurrenale cronica, a neanche 42 anni. L’ultima sua opera è nata sotto il segno della spossatezza e lascia affiorare l’amarezza di una vita che declina. Autrice di solida reputazione, Jane è destinata a diventare una “scrittrice per scrittori”. Nel 1826 Walter Scott annoterà nel suo diario: «Riletto, per la terza volta almeno, il romanzo, così ben scritto, di Miss Austen, Orgoglio e pregiudizio. La giovane signora aveva, per descrivere le complicazioni, i sentimenti e i caratteri della vita comune, un talento che a me pare il più stupefacente che abbia mai visto… quel tocco squisito che rende le piccole cose di tutti i giorni piene di interesse, per la profonda verità della descrizione e del sentimento. Ecco, quello mi è negato».
Rispetto a Orgoglio e pregiudizio, Persuasione è un romanzo estremo: l’ironia che ha reso grande la “più perfetta delle donne” è ancora intatta, ma i caratteri dei personaggi si fanno più netti e incisi come nella pietra, abolendo quasi del tutto i chiaroscuri. Qui gli snob non sono più gli amabili eccentrici dei romanzi precedenti ma nobilotti boriosi e gretti, inclini all’orgoglio di casta, che scialacquano le loro fortune, e le convenzioni sociali vengono mostrate per quello che sono: forme di violenza appena addolcite dall’ipocrisia.

Persuasione è in qualche modo la storia di una Cenerentola che si riscatta: Anne Elliott, secondogenita del vacuo sir William che ha come unica occupazione quella di leggere il “libro dei baronetti”. Graziosa ma con il difetto di essere intelligente e priva degli slanci mondani che animano la stupida (e bellissima e narcisista) sorella maggiore Elizabeth, Anne a diciannove anni si innamora del giovane capitano di fregata Frederick Wentworth, bello e intelligente, appassionato e innamorato a sua volta, ma purtroppo per lui sprovvisto di beni di fortuna. 
Viene “persuasa” dal padre e da un’amica di famiglia altrimenti soccorrevole e affettuosa che quel matrimonio non s’ha da fare. Per sir William l’unione con quel marinaio dall’incerto futuro è «assolutamente degradante», per Lady Russell «molto, molto sconsigliabile». Lei si lascia convincere, non è tempo di rivolte, ma sfiorisce e si rincantuccia in se stessa. Avrà la sua seconda occasione, e tornerà a rifiorire, quando dopo mille schermaglie ed equivoci ritroverà l’amato Frederick dieci anni dopo.
Tutto qui? No, c’è la società dell’epoca della Reggenza, la piccola nobiltà rurale così orgogliosa di sé e restia a mescolarsi con i ceti emergenti, ritratta con spietatezza. E c’è per la prima volta l’aspirazione all’amore come fonte di gioia e conquista individuale, che il gioco delle regole e delle convenienze sociali ostacolano e tentano di soffocare. È l’approdo finale di Jane Austen, che muoveva dal razionalismo settecentesco, nei dintorni del romanticismo ribelle e individualista proprio quando la prima grande stagione romantica si sta concludendo. 
E c’è infine, forse, un sassolino che la stremata ma ancora indomita Jane si leva dalla scarpa: l’amore ostacolato di Anne e Frederick è stato anche il suo quando nel 1795, innamorata di un giovane che studiava da avvocato, venne considerata indegna per censo dalla famiglia di lui.

Jane Austen, Persuasione, traduzione di Luciana Pozzi, Garzanti, 1989