Dodici capitoli, un colore e le sue deviazioni, la vita intima e i riferimenti letterari: così Claudia Durastanti pubblica per la La Nave di Teseo una raccolta di saggi narrativi, nei quali ragiona, in altra forma, dei temi che le sono da sempre cari anche nella sua produzione precedente: la maternità, l’andare, la partecipazione e l’essere parte, la rappresentazione, il corpo.
«Il rosa è il colore del margine» scrive Claudia Durastanti, ed in ragione di questo ne fa il filo conduttore di Falsi amici (pubblicato da La nave di Teseo) una raccolta di dodici testi che potrebbe essere letta come la sua personale ricerca di Simurgh, il punto di arrivo del Verbo degli Uccelli, il poema del poeta sufi Farîd al-dîn ‘Attâr che precede di più di un secolo e specchia la Divina Commedia.
D’altra parte, se di recente per raccontare la psiche umana è stata utilizzata con ottimi esiti una faina, perché Claudia Durastanti non potrebbe usare i volatili?
E lo fa, in effetti, in un prologo che è un apologo dalla prosa che somiglia all’intero testo, curata e senza appello, sul senso della letteratura, sullo stato di salute del Paese e poi su quello, quantomeno, dell’universo di riferimenti cui abitualmente si attinge da qui.
In effetti, quelle che in versi sarebbero state le tappe del volo, sono qui altrettanti simboli, maestre e maestri, ma anche canzoni, film e libri: insomma declinazioni di immaginario per giungere non a un re simbolo di conoscenza assoluta e superiore, ma a consentirsi di autorizzarsi a una forma, il saggio narrativo – «l’appagamento che una mente trova in se stessa dopo essersi posata sul mondo» – in cui Durastanti fa sintesi tanto delle proprie urgenze quanto di quello di cui sente la letteratura stessa abbia bisogno, che ha a che fare col calarsi nella realtà e illuminarla, ma con la postura raffinata che abitualmente si riserva al romanzo.

In questi dodici saggi, dedicati ciascuno a una opera dell’ingegno come a un sfumatura di un colore molto lontano dalla piatta monocromia – in più, spesso strozzata dall’ideologia – che gli si attribuisce, ci sono le memorie familiari e la recente maternità declinata senza retorica come portatrice di promessa di futuro e desiderio di morte, c’è la povertà non abbastanza tragica da non generare senso di colpa, facendogliela vivere come «menzogna e privilegio».
C’è, quindi, l’assenza di radicamento che l’ha portata e poi allontanata dalla New York in cui è nata, poi a Londra e poi di nuovo in Italia.
Ci sono le eredità collettive, come il femminismo, e quelle personali tra cui spiccano le maestre, di sguardo e di orizzonte prima che di forma, come Fernanda Pivano, cui sono dedicate alcune delle pagine più belle – per chi scrive, che condivide lo stesso amore forse a pari intensità, è un omaggio sincero e viscerale, anche a costo di aver preferito, come lei coi suoi autori, l’intimità alla precisione.
Sono, insomma, fili che tengono insieme tutta la biografia autorale (oltre a quella personale) di Durastanti, anche tra le righe: Pivano e l’accorata difesa del suo modo di attraversare i suoi autori e di trasmetterne il senso al di là della forma compariva, ad esempio, già ne La straniera.

Del femminismo e di tutto il lavoro per ridare nuovo slancio a uno spazio fecondo come la casa editrice la Tartaruga parla senza bisogno di ulteriori aggiunte un catalogo oggi di nuovo molto vivo.
In Falsi amici, però, si procede molto oltre la memoria personale per riflettere sul senso stesso della letteratura, che si potrebbe definire civile se anche questo aggettivo non fosse stato ormai abusato.
Di certo si può – si deve, probabilmente – parlare di cultura con coscienza di classe, senza però consentirsi di fermarsi al darvi parola, perché «la letteratura dei transfughi di classe senza coscienza di classe è solo letteratura», ma forse un uso della parola intrisa di questo tipo di coscienza può aiutare a proteggere la parola dalle sue perversioni letali, che escludono e feriscono.
Con la postura non solo della militante ma dell’autentica intellettuale che si sente chiamata ad agire sul suo tempo, che di voci per comprendersi ha bisogno, Durastanti non è disposta ad essere accomodante né con la sua né con quelle altrui, dentro cui si può trovare un orientamento, mai una verità, pur in un momento storico che ne è, inevitabilmente, affamato.
Durastanti fa passare la vera ricerca attraverso la propria lettura di Luca Guadagnino ed Ettore Spalletti, Jay Gatsby e Amy Winehouse, Truman Capote e Nick Cave, Carla Lonzi e Piero della Francesca, per arrivare a scoprire cosa può davvero fare la letteratura – ammesso che possa fare qualcosa e non si tratti invece di scoprire che non ha affatto il potere di rappresentazione che chi la ama le attribuisce.
E la parola potere, in sé, è un’altra delle chiavi di lettura di un testo che ne indaga la declinazione nei generi senza misticismo, con lucidità e affondando nei suoi angoli bui.
«Ci sono tanti modi in cui il rosa si fa nero, anche il rapporto con il potere lo è» e tanti modi in cui il potere dominante – quando non apertamente il fascismo – e la letteratura si apparentano, magari passando proprio per il romanzo, cosiddetto, rosa. O, in generale, tutte le volte che la tradizione vince sull’immaginario.
Claudia Durastanti mette insieme frammenti potenti e sfrontati, un ritratto che risponde allo slogan femminista del personale come chiave del politico, e lo fa con una forma lucidissima e una capacità di analisi senza compiacimento. Perché, scrive «le cose vere non vengono dalla biologia o da un sistema di credenze, ma dalla capacità di scrivere contro se stessi e quello che si è sempre detto».
Del resto, le due grandi epiche del mondo si somigliano anche senza essersi intercettate per giungere ad una stessa consapevolezza, al lettore decidere se disperante o trascendente. In fondo allo sguardo di Simurgh, come a quello di Dio, l’essere umano trova l’immagine del proprio volto.