Quello che sappiamo: la costola, la mela, la cacciata, la morte di lui a 930 anni o giù di lì, circondato dai figli e dai figli dei figli.
E di lei, invece, cosa sappiamo, a parte “Partorirai con dolore”? Non muore, Eva? Cosa pensa di tutta quella sua vita?
Laura Pariani si investe dell’impresa audace di restituire alla Primamà una voce per dirsi: ne esce un romanzo ancestrale, disobbediente, che parla alla nostra contemporaneità delle origini della bellezza e della violenza, della resistenza e della tenerezza.
Tenetelo d’occhio, e – in fiducia – fatevi tentare: non se ne esce uguali.
Mille anni dopo, Adamo muore. Nel Paese Senza Nome, il villaggio raccogliticcio popolato da figli e nipoti e bisnipoti, resta Eva ad affrontare il suo ultimo inverno. Nei giorni, privati delle parole che hanno contraddistinto il presente di sempre e di tutti (decisioni, ordini, comandi), di cui il suo uomo era l’indiscusso detentore, si allarga per Primamà, progenitrice di ogni creatura, una solitudine nuova: a quel mondo cui ha dato la vita, di cui è parte, e che è stato cosa intima con lei, guarda con la costernazione di chi non vede soltanto un vuoto – vede tutti i vuoti, le differenze, le magagne e, a bocce ferme, rivaluta.
Potrebbe sentirsi vinta. Potrebbe cedere alla stanchezza del tempo. Potrebbe dirsi fuori del consesso umano che, dimentico di discendere da lei, ha deciso di deviare dalla comunanza a favore della (maschile, e prepotente) Ragunanza, l’assemblea degli uomini.
Invece.
Invece Primamà è, come tanti personaggi a cui Laura Pariani ha dato vita in questi anni, una ribelle, una resistente, una non-conforme.

E, dunque: mille anni dopo, Adamo muore. E Eva prende parola: risale dalla fatica di una cancellazione calcificata nei secoli, riscrive il non detto, mostra le reticenze e le abnormità di un racconto che, da sempre, parla al potere degli uomini del potere degli uomini, per continuare a perpetrarlo: sempre maschile e perennemente giovane (anche, e soprattutto, quando non lo è più), privo di dubbi e terrorizzato dalla cessione di privilegi che sente connaturati a sé e legittimi, fondato su un linguaggio che determina modi di vivere, maniere di pensare, di dividere, di ridimensionare, di dominare.
Il tempo di Primamà è una sorta di Medioevo Preistorico, Neolitico, ma quello di cui racconta siamo noi, oggi: la società che abbiamo costruito, le storture che abbiamo sotto il naso, il vocabolario dominante che ha dimenticato tutt’altro lessico – compassione, accoglienza, libertà, clemenza, dignità, tenerezza, pazienza, amore, immaginazione: dove sono finite tutte queste parole?
Eva se lo chiede (Quand’è che è cominciato tutto questo?) e testimonia, con il suo corpo e con la sua tenace memoria, come ognuno di questi termini sia sprofondato in una brutale, progressiva soppressione non per caso, ma per volontà:
“Poche cose al mondo hanno tanta potenza quanto la parola”
Ecco dunque perché questo nuovo romanzo di Laura Pariani (il trentottesimo della sua ricchissima produzione), pubblicato da La Nave di Teseo, è un testo che, nel panorama della letteratura contemporanea, non solo italiana, ha una singolare capacità di colpire: perché si rivolge agli strati più profondi del nostro stare nella vita. Non è soltanto un libro di insubordinazione, di coraggio, di ri-scrittura della geografia della sacralità: è un libro che costringe a guardarci nella prospettiva del possibile, dell’ulteriore, dell’altro.
Se ciò che rende umano l’uomo è la sua capacità di raccontare, è anche vero che è da ciò che conserva come memoria, da quello che sceglie di tramandare, dalle parole che diventano le pagine agite del suo vocabolario che si fonda il suo mondo. Ma, appunto, come scrive Romain Gary, “Se il Cristianesimo non fosse caduto nella mani degli uomini, ma in quelle delle donne, oggi avremmo avuto una vita, una società, una civiltà completamente diverse”.
Laura Pariani, in questo romanzo, non solo lo ricorda: traccia proprio un perimetro di piccole torri di avvistamento sulle quali, da lettori e da lettrici, arrampicarsi per rileggere il nostro tempo in modo umanamente militante:
“Scrivere è inventare, ma sempre si attinge a ciò che conosciamo. Io scrivo di chi lotta, perché nella mia vita non c’è mai stato un attimo di tregua e quindi lottare è diventato il mio modo di essere. I miei personaggi spesso non vincono, ma penso che, se si riesce a traversare le esperienze della vita con il cuore e la mente intatti, in tale sopravvivenza c’è qualcosa di veramente eroico che va celebrato”, afferma l’autrice nel testo scritto per il conferimento del Premio Campiello alla carriera, che le è stato riconosciuto in settembre.

Minorità non significa arrendevolezza, e tantomeno resa.
Questo è il messaggio che emerge da ogni storia che Primamà racconta laggiù, in quell’epoca di cabane assediate dal freddo inverno, nelle notti in cui le donne si raccolgono intorno a lei per chiederle ancora di fermare il tempo: perché lei, Eva, è dotata della capacità di raccontare, e dunque di far immaginare, e (quindi) di tener testa al presente senza rassegnarglisi – per andare oltre.
Sei sono le cose che Primamà sa fare, che sono facoltà potenti e misteriose: tessere storie nuove e antiche, dare consolazione a prescindere, far ridere (grandi e bambini), creare figure dall’argilla, dialogare con la natura madre di tutto (la Mamagrànda che regna nell’oscurità della terra), non aver paura del Tristo Trappoliere (che indisturbato si infiltra nelle vite del villaggio insieme alla sua corte di spiriti umbràli). Sono, queste, le coordinate del suo modo di stare al mondo. E, per raccontarlo, Laura Pariani ha convocato nella sua scrittura tutte le forme delle narrazioni più antiche e sovrascritte del nostro patrimonio: miti, proverbi, formule rituali, epos, filastrocche, fiabe.
Il risultato è una lingua che risuona in testa con una voce vivida, sempre somigliante, e conosciuta – facile come lo sono le storie dell’infanzia, benché (proprio come quelle) frutto di una sapienza tramandata, che sa essere aspra e calda insieme.
Diviso in cinque parti (vento, gelo, nebbia, neve, disgelo) segnate, non a caso, dalle fasi lunari, Primamà racconta la storia della piccola comunità del Villaggio Senza Nome, nata da una perdita (l’Eden, i giorni immaginifici sulle rive di un lago), e in procinto di un nuovo cambiamento (la partenza per il Grande Fuori, alla ricerca di un altrove che si favoleggia migliore).
Su Adàm, il Primopà, Eva rivela il proprio sguardo: dal momento in cui un chilosà si è incuneato nel loro convivere, stendendo un’ombra destinata a prendere le forme della violenza primigenia (su tutto, il momento in cui lui vieta a Eva di esprimersi nella libertà amorevole, producendo in arte il proprio mondo creativo), fino alla sua morte di vecchio patriarca che ha dettato le formule della fondazione del potere (colpa vuole punizione: e chi incolpare, naturalmente, sono le detentrici dell’irriducibilità, e del mistero, sentito sempre come possibile antagonista).
Non soccombere all’ingiustizia degli uomini, e trovare modi per resistere è un tema di molti romanzi di Laura Pariani (dallo splendido La valle delle donne lupo, fino ai recenti Apriti, mare! e Selvaggia e aspra e forte).
Primamà è la disobbediente primigenia proprio perché si rifiuta di ragionare in termini di rabbia, di colpa, di dominio, di cieco sacrificio, di punizione. E in questo sfida il maschile anche sul piano della religiosità: come può, quel Dio che sta nei cieli (guarda caso pregato al maschile), accettare il male? ammettere la morte dei bambini? chiudere gli occhi sulla violenza? acconsentire alle dissimmetrie, agli stupri, alle crudeltà, ai femminicidi?
Archetipo contemporaneo, questa Eva di Laura Pariani è tenacemente libera dalla maledizione dell’obbedienza: paga tutto, in prima persona. Ma insegna che la perdita di un giorno non è il destino di sempre, e che le storie (la letteratura, l’immaginazione) sono il bene che permette di disegnare per il mondo un’idea di futuro, a patto che la mente si mantenga libera e disposta a ricordare:
“Primamà, kos’è una memoria?” spesso ti hanno chiesto le mezzedónn la sera quando ti sedevi a narrare davanti al larìn, “Memoria vuol dire imparare oggi e domani da ieri”, eri solita rispondere.