Zadie Smith sul senso della parola, e sul ruolo (attivo) della coscienza a cui ciascuno di noi è chiamato nella società del tempo presente. Una nuova edizione de “Il secondo sesso” di De Beauvoir. Fleur Jaeggy che ricorda Bachmann in un libro piccolo e potente di Adelphi, letto da Chiara Valerio. E poi una collana che pesca perle nelle profondità del passato presentata da Alfonso Berardinelli, oltre a vari altri volti incontrati tra padiglioni, sale colme, file equipaggiate, tramontane improvvise e soleggiamenti perfetti per accompagnare in cima al Lingotto. Insomma: il Salone Internazionale di Torino, trentottesima edizione. 254.000 ospiti, 1.000 spazi espositivi, eventi in sold out: la settimana santa del libro, impossibile da raccontare tutta. Qualcosa, però la trovate qui.
Zadie Smith: essere vivi, al Salone del Libro
La volontà di ascoltare, di non chiudere mai la porta, di utilizzare il linguaggio secondo il peso e il rispetto che la parola merita; ma, anche, l’urgenza di non rinunciare a compromettersi con la realtà – e, dunque, di rischiare (sempre) in nome di umanità e pacifismo.
Si affollano nel discorso di Zadie Smith, madrina ufficiale della XXXVIII edizione del Salone del Libro di Torino, i temi che fanno da dorsale alla raccolta di saggi Vivi e morti, pubblicata da Sur: ed è in dialogo con Antonella Lattanzi che prende forma una appassionata serie di riflessioni tra vita, letteratura e mondo.

Non è un tempo normale, dice, Smith: ma, del resto, gentile la storia non lo è mai stata.
Cosa occorre, allora? Essere coscienti.
“Coscienza” è, di fatto, la parola che più ricorre nella riflessione della scrittrice: dialogo, critica e corresponsabilità sono, già nell’impianto del volume, le costanti sulle quali si articolano le sezioni che raccolgono i saggi, il cui intento è volutamente dichiarato (osservare, pensare, ripensare, commemorare, confessare).
«In tempi normali, che tipo di scrittrice sarei? – dice Zadie Smith – Una che scrive romanzi divertenti su cose divertenti. Ma per molto tempo, mentre guardavo questi movimenti di destra emergere, mi dicevo che tutto il discorso di ciò che sta accadendo riguarda la lingua. Non è strano che la gente che si occupa di decidere il destino del mondo si preoccupi della lingua dell’università? Che si dia tanto da fare per attaccare il linguaggio degli studi universitari? È qui che si capisce quanto il discorso possa essere utilizzato.
Non è una cosa che avrei scelto, ma quando tutto il mondo diventa discorso, non si può non entrare nel discorso»
Smith parla dei libri, degli autori, degli artisti che l’hanno formata: Toni Morrison, Gretchen Gerzina, Kara Walker, James Baldwin.
E, ancora, traccia un ritratto volutamente plurale: un invito a non trincerarsi, a lasciarsi lo spazio per una ulteriore, sempre possibile, modellazione del pensiero.
«Toni Morrison dice che il razzismo è una sorta di arma di distrazione di massa. Ecco: per fare letteratura mi ci vuole coscienza. È attraverso le opere altrui che capisco la coscienza: la solidarietà nell’alterità. La scrittura è un atto relazionale. L’autore è la fonte del lavoro, però nella mia esperienza (non voglio dirlo con falsa modestia) non scrivo mai i miei libri da sola, ma tutto quello che guardo e che ascolto diventa la mia opera. Non c’è una versione della mia scrittura che non sia la somma della scrittura degli scrittori e delle scritture che ho letto».
Dare coraggio alle persone attraverso la scrittura, resistere all’uso capitalistico che della lingua viene fatto (come se tu fossi un marchio), riuscire a superare la visione binaria, non essere soggetto di visioni altrui (e capire quando ciò accade): tanto nella riflessione sulla pervasività della tecnologia quanto nella visita critica a una collezione museale, Zadie Smith insiste sulla necessità di non chiamarsi fuori dalle cose. E si dice ottimista.
«Non mi sento sola. Quando ho scritto il saggio Non scriverò mai più su internet, sono stata per un anno su palchi dove la gente mi prendeva in giro: che problemi hai? Facebook è la cosa più bella che ci sia, mi dicevano. Oggi non credo sosterrebbero questo.
Non c’è niente di naturale o inevitabile nell’ingresso della tecnologia nelle nostre vite: le persone sono passate da non fare niente a stare otto ore sui social. Ovviamente uso internet, e non sono una luddista che non si avvicina a internet, ho passato nove ore al giorno davanti alla tv, nella mia infanzia. Però mi chiedo: c’è un cambio di paradigma in questo? Serve uno sguardo esterno per ragionarci. Il business più grande di questo momento è che ogni tentativo di analisi è stato bloccato. La gente, però, adesso è consapevole che c’è qualcosa che non va».
E, ancora, Zadie Smith affonda il ragionamento contro la semplificazione, la polarizzazione: se l’intelligenza algoritmica ci fa vedere una parte per il tutto, il linguaggio adatto per combattere questa situazione non sta altro che nella responsabilità di investirsi di prospettive diverse. È questa una urgenza civile di questo tempo: non temere la complessità, ma capire che – come sempre, da sempre, e più ancora di sempre – ne facciamo parte.

Il tentativo di proteggere la sacralità della vita umana, di non abbandonarsi agli stereotipi, di tenere viva la possibilità di una narrazione che non si arrenda sarebbero, insomma, il perimetro di un umanesimo che Zadie Smith rivendica:
«Pensare che le cose andranno sempre meglio è un’idea capitalistica, così come credere che siamo fuggiti da un incubo e che tutto andrà bene: ora, invece, stiamo vivendo in una discarica in fiamme. Tuttavia, la realtà è sempre più complessa rispetto a quello che ci si aspetta. Ci sono tipi diversi di gioie e di felicità: anche per un mondo complesso, anche se hai lasciato il tuo paese e sanguini perché hai abbandonato la tua patria».

De Beauvoir: storia di un libro che ha fatto iniziare tutto
Soltanto il 9% del catalogo Gallimard contemplava, al tempo dell’uscita de Il secondo sesso, autrici donne. E, in qualche modo, l’ingombrante interrogativo sollevato da Simone de Beauvoir con la sua opera, doveva pure pagare il fio per essersi preso la briga di ribaltare (addirittura) il tavolo della filosofia d’Occidente.
Così, raccontano Silvia Grasso e Jennifer Guerra, la prima edizione uscì senza note: l’apparato originario venne stralciato in blocco. Perché? chiedono le conduttrici del dialogo dedicato all’eredità e all’attualità dell’opera di de Beauvoir al pubblico fitto in Pinacoteca Agnelli. Forse perché non era, quello, ritenuto un testo sufficientemente scientifico? O magari perché – rischio! – lo era fin troppo?

Uscito nel 1949 in Francia, tradotto in Germania nel 1951, passato poi in Inghilterra, il volume di de Beauvoir ci mise un poco ad approdare in Italia: ne acquistò i diritti Arnoldo Mondadori. Che, però, lo lasciò sottochiave.
Bisogna aspettare fino al 1961 perché anche in Italia si arrivasse a poter leggere il saggio, pubblicato da Il Saggiatore, che oggi, a distanza di più di sessant’anni, lo ha fatto nuovamente tradurre, e lo ha riportato in libreria arricchito anche di un corpus fotografico.
Fu il passaparola a sostenere la storia editoriale de Il secondo sesso: una divulgazione sostenuta dalle donne, che contribuirono a rendere giustizia a questo lavoro.
Ancora oggi la tesi di Simone de Beauvoir continua a interrogarci: se il pensiero filosofico si è sempre rapportato all’uomo non come essere umano, ma come maschio, il rapportarsi anche al pensiero femminile è (ancora) una rivoluzione da compiere.

Fleur Jaeggy letta da Chiara Valerio: dove restiamo quando andiamo
È un piccolo libro, Gli ultimi giorni di Ingeborg di Fleur Jaeggy: poco più di un quadernino, pubblicato da Adelphi nella collana Microgrammi.
Tre racconti, tre intersezioni tra vita, amicizia, memoria.
Un congedo, forse: e il forse è d’obbligo, perché l’impressione che resta, dopo la lettura, è qualcosa che non si può circoscrivere in una parola sola.

Oppure bisogna fondarne una: come illustione, per esempio – l’agguato di un tempo andato, che resta presente nello sguardo con cui si considera ciò che accade, dopo.
Quarantaquattro pagine sono sufficienti per far tornare in vita l’incandescenza delle notti tra amici, l’illusione del Sud che indora gli avambracci e le guance: ci sono i giorni a Roma, nella casa di via Giulia dove l’acqua è salata; ci sono i progetti di un tempo da fermare, il desiderio di contenere la vecchiaia; c’è il precipizio delle ore estreme, in ospedale.
Tutto insieme, la storia di un affetto nato dentro una clamorosa dissimiglianza: Ingeborg è Bachmann, l’energia silenziosa, il lavorio perenne dietro le tempie (che le mollette dorate per raccogliere i capelli servissero a non intralciarle le idee?). La penna – composta, scarna – è quella di Fleur Jaeggy, di cui Adelphi ha in catalogo tutte le opere (e, di recente, anche la ripubblicazione de Il dito in bocca).
Presentato in anteprima al Salone del Libro (sarà in libreria dal 22 maggio), Gli ultimi giorni di Ingeborg appare come una lacerazione, privo com’è di intento consolatorio; e, tuttavia, la capacità umana di Jaeggy di denudare sulla carta il movimento del pensiero di fronte alla morte converte questo piccolo libro in una riflessione sull’impermanenza e su ciò che, impresso in forma di ricordo nella memoria di chi amiamo, diventa persistenza del nostro passaggio sulla terra.
È Chiara Valerio a presentare il libro, mettendo insieme – attraverso Yourcenar, Morante, Woolf e Kundera – un illuminante percorso di abbandoni, corpi, memorie che permangono.
Non esistono due scrittrici più distanti di Fleur Jaeggy e Ingeborg Bachmann (afferma Valerio) ma quando si risale all’indietro nelle loro vite ci si accorge di alcuni riverberi: ombre difficili, padri che mangiano figlie, le violano, dolori estremi.
E la Elsa Morante di Aracoeli a guidare i passi del ragionamento di Chiara Valerio: poiché la più grande infelicità terrestre è esistere vivi in una terra di morti, l’unica intelligenza che vale la pena era una sostanza ombrosa, imperfetta.
«Il testo di Fleur Jaeggy è innervato di una infinita memoria carnale, mischiata di tripudio e di malinconia: solo così possono finire le amicizie e gli amori, quando uno dei due muore»
Il sentimento del distacco è qualcosa di elastico, e Jaeggy lo ripercorre e lo offre in tutta la sua intensità: duro intelligere e morbido sentire – chiosa, perfettamente evocata, Patrizia Cavalli.
Una collana di perle perdute: Cody Franchetti cura l’Airone, con l’intenzione di restare
«Abbiamo un problema con il passato: trabocca di atti compiuti. Tuttavia il futuro, per non essere vuoto, desolato, deve saper accogliere il passato. E questo è quello che mi chiedo: riuscirà la grande tradizione a continuare a portarci avanti?».
Così Alfonso Berardinelli, critico letterario e saggista, presenta l’Airone, la nuova collana che La Nave di Teseo ha affidato a Cody Franchetti, poeta e musicista.
«Si scrive perché prima si è letto, ma oggi, se il lettore non impara a essere passivamente creativo nel leggere, succede quello che accade quando, pur avendo magnifici spartiti, la musica non viene suonata, oppure si esegue male» continua Berardinelli, che allarga la prospettiva della riflessione sull’epoca storica attuale, che lotta con la disattenzione e la capacità di considerare non i libri, ma il libro:
«Mi sono sempre più spesso domandato che cosa vogliamo fare del cervello umano, non dell’intelligenza artificiale: non se ne parla mai. La lettura è la porta stretta attraverso la quale si accede a un enorme patrimonio».
Così è una avventura, questa nuova collana: concepita come l’autobiografia di un lettore, che, tornato in Italia dopo decenni, si è reso conto della scomparsa dagli scaffali di pezzi interi di quel patrimonio collettivo che sono, in qualche modo, affondati nel tempo.
Claudiano, Stendhal, Wiechert, Praz: sono i primi titoli del percorso messo insieme da Franchetti e recuperato alle stampe non come canone alternativo; ma, piuttosto, come catalogo ri-creativo a cui guardare, trasversalmente, al bello – per farsi del bene.
