C’è un po’ di tutto in “Wild Horse Nine”, film n. 5 dell’inglese Martin McDonagh, che ha già all’attivo la statuetta ai protagonisti del suo “Tre manfesti a Ebbing, Missouri (Sam Rockwell, bravo anche qui, e Frances Mc Dormand). A metà tra western moderno (con sparatoria finale alla OK Corral) e spy story demenziale in stile Fratelli Coen, offre una parata di maschere grottesche, gag surreali e lampi di pura poesia. In luoghi di frontiera insieme sterminati e claustrofobici. Ben scritto e recitato dall’intero cast, è un inno alle grandi e piccole ribellioni, alla ricerca della libertà. Tra la Cia, Pinochet e l’Isola di Pasqua
Quattro mesi, giorno più giorno meno. Tanto è il tempo che separa l’uscita nelle sale di Wild Horse Nine dalla cerimonia degli Academy Awards, e John Malkovich da quella che potrebbe (e dovrebbe) essere una meritatissima statuetta per il miglior attore protagonista, dopo la Coppa Volpi all’ultima Mostra di Venezia. D’altra parte, il regista Martin McDonagh, premio Oscar per il miglior cortometraggio al suo esordio sul grande schermo nel 2006, sembra possedere una sorta di tocco di re Mida quando si tratta di far raggiungere ai suoi attori i massimi onori. Nonostante soli cinque film all’attivo, oltre alle varie soddisfazioni personali il suo palmares vanta già anche due Golden Globe al Colin Farrell di In Bruges e Gli spiriti dell’Isola, e soprattutto una doppietta da Oscar con Frances McDormand e Sam Rockwell in Tre manifesti a Ebbing, Missouri.
Lecito dunque attendersi altrettanto anche dalla sua ultima fatica, che di riconoscimenti ne meriterebbe eccome: come i precedenti, anche Wild Horse Nine è un film scritto bene, diretto benissimo e recitato ancora meglio dal primo all’ultimo membro del cast. La ricetta è sempre la stessa, a cominciare dalle location, ancora una volta luoghi di frontiera nel contempo sterminati e claustrofobici, esaltati ad arte dalla fotografia del fedelissimo Ben Davis e capaci di creare una dimensione a sé in cui i personaggi possano, per una volta, esprimersi con sincerità e senza freni. Anche se, a dirla tutta, questa volta un contesto reale c’è eccome, e colpisce come un pugno allo stomaco: se finora il regista e sceneggiatore londinese aveva esplorato soprattutto la dimensione più intima dei rapporti umani, dall’amicizia al lutto, in Wild Horse Nine le vicende della coppia di protagonisti (ormai un suo vero e proprio marchio di fabbrica) si intrecciano a doppio filo con uno dei capitoli più tragici e misteriosi nella storia politica degli Stati Uniti e non solo.
Ma tra la C.I.A. e Pinochet, il Cile e un’improbabile vacanza sull’Isola di Pasqua, McDonagh è soprattutto autore teatrale prima che cinematografico, abilissimo dunque nello scrivere e dirigere alternando registro comico e drammatico, eventi di portata mondiale e sentimenti tratteggiati con tenerezza e discrezione magistrale. Impossibile, allora, ignorare la già citata performance di un gigantesco John Malkovich, nei panni di uno smemorato ma irresistibile agente segreto sull’orlo della pensione: è lui il vero magnete delle due ore di proiezione, capace di ipnotizzare il pubblico con ogni frase, sguardo o sfumatura, e non lasciarlo più fino alla fine. Se è vero che l’esperta star hollywoodiana ha da sempre fatto di una recitazione sottile, carismatica e mai urlata il proprio tratto distintivo, la sua interpretazione dello stralunato Chris, veterano dell’omicidio politico (e che omicidio!) con rimorsi di coscienza e la passione per i cavalli selvaggi, è probabilmente uno dei picchi più alti di una già impressionante carriera.
Mica facile reggere il gioco a una prova così, e invece Sam Rockwell, altro volto-feticcio di McDonagh, ci riesce a meraviglia, raccontando un rapporto affettivo carico di dolcezza, malinconia e momenti esilaranti, e dimostrandosi una volta di più attore da commedia “alta” di livello assoluto. Ma è tutto il micro-universo di volti e personaggi che popola il “non-luogo” della vicenda a funzionare quasi all’unisono, dal supervisore tossicodipendente del sempre valido Steve Buscemi alla moglie alcolizzata di un’irriconoscibile Parker Posey, dalla giovane studentessa idealista della cilena Mariana Di Girolamo alla comparsata dell’eterno Tom Waits.
C’è davvero un po’ di tutto in Wild Horse Nine, a metà tra il western moderno (con tanto di sparatoria finale alla OK Corral) e la spy story demenziale in stile Fratelli Coen: una parata di maschere grottesche, gag surreali e lampi di pura poesia, per un inno alle grandi e piccole ribellioni, alla ricerca della libertà in ogni istante e all’imprevedibilità di un sorriso o di un ultimo abbraccio, anche quando tutto sembra ormai pianificato per volgere al peggio.
Wild Horse Nine di Martin McDonagh, con John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Mariana Di Girolamo, Tom Waits, Parker Posey, Ailín Salas