“Ferine” tra splatter e metafora: l’horror italiano torna a Dario Argento

In Cinema

Una donna di successo, una maternità “comprata”, un incidente atroce, una protagonista che diventa selvaggia. Con Irene (Carolyn Bracken) nel film di Andrea Corsini irrompe l’irrazionale, il perturbante. L’istinto puro della sopravvivenza che distrugge ogni regola precedente, ogni dominio della ragione. Un film inconsueto che rimanda alla grande stagione del nostro thriller e al suo autore più celebrato. E si dimostra visivamente interessante nella sua riflessione sulla violenza, la repressione, l’istinto materno

Ferine era il titolo del cortometraggio che nel 2019 aveva consentito ad Andrea Corsini di farsi notare alla Mostra del Cinema di Venezia. Ed è lo stesso titolo del lungometraggio che arriva oggi nelle sale, accompagnato da una locandina che non sembra voler lasciare margini di dubbio allo spettatore: questo è un film horror e come tale deve essere accolto. Nell’immagine campeggia infatti la bocca insanguinata e lo sguardo feroce della protagonista, Irene (Carolyn Bracken), pronta a tutto pur di difendere il suo nuovo modo di essere, il suo nuovo mondo, la sua nuova famiglia. Più che feroci quegli occhi, come suggerisce appunto il titolo, sono ferini, e quindi selvaggi, bestiali, incontrollabili. Un’immagine di alterità profondamente inquietante, anche e soprattutto perché al centro di questo film bello e disturbante c’è il tema della maternità.

Irene all’inizio del film è una donna di successo, che ha finalmente conquistato l’ultimo tassello che le mancava per considerare la propria vita del tutto compiuta: un figlio. O meglio, una figlia. Una bambina che ha letteralmente “comprato” da una ragazza in difficoltà, una neonata che le viene immediatamente strappata in un incidente atroce. Un incidente che rappresenta l’ingresso del perturbante, di qualcosa che non si lascia in alcun modo controllare, all’interno di un universo che si riteneva invece del tutto definito e circoscritto, dominato dalla ragione, impermeabile a qualsivoglia imprevisto. E invece l’irrazionale irrompe improvviso, sconvolge tutto, distrugge ogni regola che non sia quella dell’istinto e della sopravvivenza. Ad ogni costo.

È un film decisamente inconsueto nell’attuale panorama italiano, Ferine, ma proprio per questo merita attenzione. Merita rispetto il tentativo di rendere omaggio alla grande stagione del thriller-horror italiano (specie nella sua declinazione alla Dario Argento) reinventando luoghi e personaggi senza paura di osare, accettando il rischio dello splatter ma senza perdere di vista la possibilità di un racconto metaforico leggibile a più livelli. Un racconto spaventoso e affascinante, che sceglie la strada dell’ellisse e dell’enigma che si sottrae radicalmente alla presa della razionalità.

Forse anche per questo, man mano che la storia si dipana, quello che potrebbe lasciare insoddisfatti da un punto di vista logico, in questa riflessione sulla violenza, la repressione e l’istinto materno, si rivela comunque visivamente molto interessante. A partire dall’ottima scelta delle location, tra ipermercati e spazi vuoti che non sono città e nemmeno campagna, e soprattutto villa Gontero di Cumiana, in provincia di Torino, fulgido esempio di inquietante brutalismo che sorge in mezzo al nulla, con i suoi blocchi di cemento armato, le sue linee stranianti, i serramenti rosso sangue.

Ferine di Andrea Corsini, con Carolyn Bracken, Caroline Goodall, Paola Lavini, Elisabetta Caccamo, Marco Gambino