Polistrumentista, cantante, compositore, produttore, il musicista lombardo ha collaborato con un numero impressionante di artisti tra i quali non si possono non citare Fabrizio De André e la PFM. In occasione dell’uscita del suo nuovo album “Tutto è già qui” l’autore, tra l’altro di quindici colonne sonore, racconta i suoi ottant’anni vissuti con ostinata intensità
Un album, più che un album. Una conferma, una sorpresa, un bilancio musicale e umano degli ottant’anni da poco compiuti e vissuti con ostinata intensità, anche se lui si schermisce: «Forse è solo incoscienza». Tutto è già qui, pubblicato in questi giorni da Bmg, è il sesto lavoro solista di Mauro Pagani a ventitré anni di distanza da Domani (2003). In realtà il settimo, se si conta anche 2004 Crêuza de mä, in cui questo grande artista rileggeva, aggiungendo alcuni inediti, il capolavoro inciso da Fabrizio De André di cui aveva composto tutte le musiche.
Lo so che te l’hanno già chiesto, ma com’è che hai lasciato passare tanto tempo prima di fare un nuovo disco?
Be’, ho avuto molte cose da fare. Un bel po’ di colonne sonore, il lavoro da produttore e sparring partner con altri artisti, un paio di festival che mi è accaduto di dirigere, due libri. Se fai qualche conto, non sono rimasto con le mani in mano.
Facciamoli, questi conti. Nato a Chiari in provincia di Brescia il 5 febbraio 1946, Mauro Pagani è stato per sette anni, nei ‘70, il leggendario violinista, flautista, cantante e compositore della Premiata Forneria Marconi, l’unico gruppo prog italiano a godere di un successo mondiale, registrando con loro otto dischi. Impressioni di settembre è farina del suo sacco, come tutti i testi della Pfm. Ha preso parte con Demetrio Stratos al progetto Carnascialia che rivitalizzava il folk impregnandolo di sonorità etniche e della “musica totale” che circolava in quegli anni, e ha collaborato con il gruppo di musica medievale Alia Musica. Ha stretto un sodalizio lungo quattordici anni con Fabrizio De André: i frutti, oltre ai molti live, sono i due capi d’opera Crêuza de mä (1984), che anticipava la world music e che David Byrne definì uno degli album più belli degli anni ‘80, e Le nuvole (1990) con la notissima Don Raffaè e soprattutto con la fondamentale La domenica delle salme, attualissima anche oggi, che vedeva in un disincanto raggelante e consumistico, nel cosiddetto riflusso, la fine delle utopie e il terreno d’incubazione delle peggiori destre.

Prima e dopo ci sono state le “molte cose da fare”. Quindici colonne sonore: la prima è stata Sogno di una notte d’estate di Gabriele Salvatores nel 1983, l’ultima per adesso è Le assaggiatrici di Silvio Soldini, arrivata lo scorso anno. Due libri molto belli: Foto di gruppo con chitarrista (Rizzoli, 2009) e l’autobiografia Nove vite e dieci blues (Bompiani, 2022). Alcuni festival e concerti diretti: dalla Città aromatica di Siena alla Notte della Taranta, dal Concerto del Primo Maggio al Festival di Sanremo. La creazione di Officine Meccaniche, il più importante studio di registrazione italiano, nel 1998. E il numero impressionante di artisti con cui ha collaborato e che ha prodotto. Per citarne soltanto alcuni, Ligabue, Enzo Jannacci, Roberto Vecchioni, Ornella Vanoni, Arisa, Le Vibrazioni, Massimo Ranieri, i Muse, Gianna Nannini, Manuel Agnelli, Zucchero, Morgan, Andrea Parodi. Lui ha sempre commentato, sorridendo: «Sono un musicista di facili costumi».
Senza dimenticare Francesco Guccini, nei due album tributo, Note di viaggio, che Pagani gli ha dedicato nel 2019 e nel 2020, coinvolgendo nell’impresa 24 artisti oltre a se stesso e a Guccini («L’impresa più notevole è stata farlo cantare, dopo che si era ritirato nel 2012»). Niente in confronto all’incredibile e mai più emulata impresa del 2009, quando 56 dei più noti e importanti cantanti italiani si ritrovarono alle Officine Meccaniche per registrare in un giorno la sua Domani, diretti dal “sergente maggiore” Mauro Pagani. I proventi dell’incisione, che in un anno superarono il milione di euro, furono destinati a ricostruire il Conservatorio e il Teatro Stabile dell’Aquila, distrutti dal terremoto che in quei giorni colpì l’Abruzzo.
Davvero tante cose. Del resto, che tu fossi un centro di gravità permanente della musica italiana si sapeva. Quando hai deciso che era arrivata l’ora di aggiungere un nuovo tassello alla tua parca discografia?
Ho sempre avuto l’abitudine di registrare appunti sonori, a volte idee da sviluppare e a volte canzoni quasi finite a cui mancava un verso o qualche nota. L’anno scorso ho deciso di cominciare a svuotare il cassetto prima che il materiale accumulato rischiasse di andare a male, di prendere la muffa.
Appunti sonori, dici. Registri invece di scrivere perché sei un musicista istintivo?
Per niente. Da ragazzino mio padre mi mandò a prendere lezioni di violino e di flauto.A quattordici anni diedi l’esame di solfeggio al conservatorio ed ero bravo nel dettato melodico. L’insegnante suonava una frase musicale e io dovevo trascriverla sul pentagramma. Ancora oggi, quando compongo ho in mente la sequenza delle note, anche se poi registro perché mi piace improvvisare e trascrivo dopo.
Ti è venuta da tuo padre la passione per la musica?
Anche da lui. Suonava il flauto nella banda cittadina e aveva l’orecchio assoluto. Una volta lo accompagnai a Milano dove doveva consegnare alcuni pezzi prodotti dalla sua officina – il nome del mio studio di registrazione, Officine Meccaniche, è un omaggio a lui – e a un certo punto un camion sull’altra corsia suonò il clacson. E mio padre, senza pensarci neanche un istante: re bemolle calante.
Tutto è già qui è un disco soltanto all’apparenza semplice. Musicalmente è diviso tra dolcezze pianistiche e grandi sferzate cariche di energia rock. Il tutto però come prosciugato e concentrato, con una strumentazione essenziale…
L’esperienza insegna a togliere piuttosto che ad aggiungere, e questa è stata la lezione che ho appreso da Fabrizio: la libertà comporta responsabilità. Io venivo dal progressive quando è cominciata la nostra collaborazione, ed è stata una scuola bellissima, quelli con la Pfm sono stati anni di cui sono ancora felice e grato. Però quella musica che si nutriva di tutto a un certo punto, verso la fine dei ‘70, è morta per eccesso di note, come se il virtuosismo avesse preso la mano ai musicisti. Io alla fine di quel decennio mi ero innamorato delle musiche del mondo: quella araba, la balcanica, l’africana. Nutrimenti per la mente e per il cuore. Ma non rinnego niente del mio percorso e Tutto è già qui ne offre un riassunto. Semplicemente, con il tempo e grazie anche alle colonne sonore, il mio modo di scrivere è cambiato, a favore di una maggiore asciuttezza ed energia.
Pochi musicisti ma buonissimi, assieme a te che torni a impugnare violino e bouzouki, oltre a cimentarti al piano, alle tastiere, al synth e a dirigere gli archi…
Eh, sì. Elio Rivagli alla batteria, Max Gelsi al basso, Walter Porro al pianoforte, Luca Colombo alla chitarra. Per non parlare della straordinaria Daniela Pes che ha scritto e cantato con me Rotta orientale. Musicisti con cui collaboro da anni, che hanno suonato con tutti i maggiori e i massimi.
Tutto è già qui si divide equamente fra intimismo e indignazione. Nelle canzoni d’amore c’è più fiction o più autobiografia?
Più autobiografia, anche nella confessione degli errori e delle sconfitte.
C’è una grande attenzione alle parole, un grande lavoro di lima, non che mancasse negli album precedenti…
Stavolta ci ho lavorato con molta ostinazione, a volte cercando la parola giusta per giorni.
Gli errori e le sconfitte: scrivi, canti di non saper guardare, aspettare, cambiare, ascoltare, aggiustare, capire, imparare, lottare, volare di nuovo, amare. Addirittura amare?
Una canzone nella sua concentrazione estremizza, però c’è molta verità in quello che canto. Spesso sono stato così assorbito dal mio lavoro, dalle mie corse da Fuggiasco, da non prestare tutta l’attenzione che meritava a chi mi stava vicino.
Chi è il Fuggiasco?
È il ribelle che mi abita e che a volte prende il sopravvento. L’ho scritto in Nove vite e dieci blues: in me convivono una persona pacata, pronta a discutere e ad accettare i ragionevoli compromessi della vita e del lavoro, e una persona pronta a mandare all’aria tutto, a scappare, a cercare l’avventura.

Un Fuggiasco che oggi accetta di farsi accompagnare: “Portami a bere / trova una tana più lontano che puoi” canti in Lunedì. E in Almeno tu scrivi, canti: “Ma forse se sapessi quanto è fondo questo mare / staresti alla larga da me”. Il mare, che è stato tanta parte, gioiosa e avventurosa, della tua poetica, nel nuovo disco diventa quasi minaccioso.
Ma no, il mare diventa minaccioso, come in Rotta orientale che canta le sventure dei profughi, solo quando lo rende ostile la stupidità degli uomini che sempre più ci circonda.
Come ha fatto un lombardo come te a legarsi così tanto al mare?
A sei anni io, ragazzino di pianura, non ero messo tanto bene. Avevo avuto la difterite, mi era venuta una nefrite e un’emiparesi al lato sinistro del corpo. Per camminare dovevo appoggiarmi ai bordi del tavolo. I miei decisero di portarmi al mare, a Bonassola nelle Cinque Terre, e lì in due mesi guarii e ripresi a camminare spedito. Il mio amore per il mare è cominciato lì.
Tutto mi manca, la canzone che conclude l’album, vive dell’opposizione Tutto mi manca / tutto è già qui. Un invito a non rinchiudersi in se stessi…
Viviamo brutti tempi. La stupidità, l’arroganza, la sopraffazione nel mondo hanno superato i livelli di guardia. Ma anche quando ci sembra di essere circondati, quando la resa ci sembra inevitabile, basta guardarsi intorno per ritrovare speranza e bellezza.
Tutto è già qui è un disco politico?
Sì, è anche un disco politico. Nasce anche dalla mia indignazione, dal fatto che non riesco a voltarmi dall’altra parte, a far finta di niente di fronte all’ingiustizia.
Scrivi, canti in NME: “Mi guardo attorno / nel nuovo che arriva / vedo le bombe / che uccidono a caso / le case sventrate / i cortili deserti / milioni di uomini in fuga / verso dove non so”.
È una canzone sulla nostra indifferenza, sul fatto che rischiamo di anestetizzarci di fronte alle catastrofi. Sul fatto che spesso rischiamo di essere noi i nostri nemici.
Chi sono i vivi per caso della canzone omonima, “che sulla faccia hanno quello strano sorriso / che senza chiedere aspettano quieti / che invecchiano piano / che tutto sembra ogni giorno un grande regalo / vinto per sbaglio / all’ultima mano”?
Siamo noi, sopravvissuti a tutto, che ci guardiamo attorno stupiti e grati. Mi sono ispirato alle poesie di Emanuel Carnevali sui reduci della prima guerra mondiale, ancora increduli e timidamente felici di essere stati risparmiati. Chi ha vissuto una guerra si chiude nel silenzio. Ho pensato a mio padre, che era pilota di idrovolanti e della guerra non ha parlato mai.
Emanuel Carnevali, un grande poeta riscoperto da Adelphi. Un fratello spirituale di Dino Campana, un Fuggiasco del nostro Novecento che meriterebbe ampia fama: me l’hai fatto conoscere tu e te ne sono grato. Concludi il disco con una struggente dichiarazione d’amore: “Tra le tue braccia mi abbandonerò / senza paure, senza ricordi / Ti prego resta / e che sia per sempre / anche se per un solo minuto…”
È la mia serenità, la mia felicità di adesso. E l’augurio a chi mi ascolta perché possa trovare l’eternità in ogni istante.
Foto @ Chiara Mirelli