Il cantautore veneto, sodale di Fabrizio De André e Fiorella Mannoia, nel libro “Il canto dell’anguilla” rievoca un viaggio zingaro nel paese di Joyce e Van Morrison tra l’azzurro turchese del cielo, il blu cobalto dell’oceano e ballate funeree che parlano di spose assassine
«La spiaggia di Coumeenoole era così chiara in contrasto con il blu cobalto dell’oceano che l’azzurro turchese del cielo ci lasciava scolare sopra la luce del sole e il verde liquido delle colline. Quando sei in Irlanda, reimpari i nomi dei colori, come non li avessi mai conosciuti prima. Sono così vividi, improvvisi, sfrontati e cangianti che li segui fino alla loro improvvisa sparizione nel nero della lavagna, col cancellino di tonde nuvole grasse, sfaccendate e sbronze fin dal mattino. Infine, se hai clemenza, puoi assistere alla loro altrettanto repentina resurrezione e spettacolare trasfigurazione coloristica».
Un viaggio zingaro di oltre quarant’anni fa, nell’estate del 1983, detta a un ispirato vagabondo una canzone celebre, Il cielo d’Irlanda, portata al successo da Fiorella Mannoia. Quando la compone il veronese Massimo Bubola, non ancora trentenne, ha già all’attivo quattro album che fanno di lui una presenza solida nella nostra canzone d’autore e una collaborazione con Fabrizio De André, che gli ha prodotto l’acclamato Tre rose (1981) e con cui ha composto la sigla di una trasmissione televisiva dedicata all’assassinio di Pasolini (Una storia sbagliata) e le canzoni di due album che restano, Rimini nel 1979 e Fabrizio De André meglio noto come L’indiano nel 1981. Con Faber, intrapresa una carriera solista che contamina canzone e letteratura, Bubola tornerà a collaborare nel 1990 scrivendo assieme a lui e a Mauro Pagani la fortunatissima Don Raffaè.

A quarant’anni di distanza, Bubola rievoca quel viaggio con l’incantato e incantatorio Il canto dell’anguilla (Neri Pozza). Che cosa trova in Irlanda il nostro veronese che la percorre in lungo e in largo con una vecchia Volvo color vinaccia? Un paese povero non ancora invaso dalle mandrie del turismo di massa. Un paese con le pezze al culo che parla ancora, tanto, in gaelico. Ma accogliente come pochi: a Bubola (che si cela sotto l’alter ego di un restauratore di mobili) e al socio d’avventure Giovanni Artioli scrittore sceneggiatore e cinefilo accade di diventare compagni di bevute e di balli in più di un pub, di soccorrere due ottantenni civettuole alle quali è andata in panne l’auto, di diventare padrini di battesimo di un bambino e, dopo la cerimonia in chiesa, di festeggiare con genitori parenti e amici in una sfrenata festa campestre. Di essere scambiati per mangiarane francesi e di scambiare a loro volta un’italiana, lì stabilita e accasata, per una rossa e focosa irlandese. Di incontrare quasi di continuo poeti (con uno discutono di Dante e Catullo e Virgilio) e suonatori. Di visitare i luoghi dove sono stati girati Barry Lyndon, La figlia di Ryan e Un uomo tranquillo. Di ingollare fiumi di birra, abbondante vino (francese) e whiskey più qualche altro bruciabudella locale. E soprattutto di ascoltare tanta, tanta musica in un paese dove tutti sembrano suonare e cantare.
Negli anni in cui Bubola la gira, l’Irlanda è dalle nostre parti al centro di una passione culturale che, soppiantata la voga latinoamericana, fa scoprire nuovi scrittori oltre ai classici Joyce e Yeats e Flann O’Brien (Roddy Doyle e John Banville, William Trevor e Joseph O’Connor, Edna O’ Brien e Colm Toibin, in tempi più recenti sarebbero arrivati Sally Rooney e Claire Keegan). E fa circolare gighe, reels e arie popolari, prima che sbarchi anche in Italia un nuovo rock al tempo stesso celtico e cosmopolita (c’era già il granitico Van Morrison, si aggiungeranno U2, Waterboys, Pogues, Boomtown Rats e la grande e sfortunata Sinead O’Connor).
Molte di queste canzoni Bubola le cita con affetto e competenza nel suo diario di viaggio. A partire dal Canto dell’anguilla che dà il titolo al libro, una ballata funerea in cui un giovane, tornato a casa, chiede alla madre di preparargli il letto perché ha “un’incudine sul petto”: è stato avvelenato dalla sua sposa, che gli ha servito un’anguilla arrosto. Mentre muore, il giovane spartisce i suoi beni tra madre, padre, fratelli, sorelle e figli. E alla sposa assassina lascia le fiamme dell’inferno. Non sono riuscito a trovare la versione originale della ballata, che vorrei ascoltare (è un tipico call and response, come il Lord Randal inglese che ispirò a Bob Dylan A hard rain’s gonna fall) perché il tema, e gli stessi dettagli, sono anche quelli di una celebre ballata popolare della nostra area settentrionale, Il testamento dell’avvelenato (qui eseguita da Sandra Mantovani, Nanni Svampa e La Piva dal Carnér fra gli altri), a conferma della circolazione ampia di molti temi folklorici.
Altra canzone bellissima e fondamentale, la piccola Marsigliese di un paese cattolico che non taglia la testa al re, è The foggy dew, scritta dal parroco irlandese Canon Charles O’Neill per ricordare la Pasqua di sangue del 1916, che vide l’ insurrezione indipendentista di Dublino stroncata dai fucili dell’esercito inglese e i capi della rivolta impiccati (il testo originale della canzone, con una traduzione accurata e ricca di note, la trovate nel sito “Canzoni contro la guerra”). Sei anni dopo, anche grazie a quel sangue versato, l’Irlanda avrebbe ottenuto l’indipendenza.
Accanto a queste, le mille canzoni da ballo e da brindisi, scegliete la vostra. Conoscevo Massimo Bubola come esponente centrale del nostro cantautorato (oltre alle canzoni scritte con Faber, provate a scoprire la stupenda Eurialo e Niso composta per i Gang). E come traduttore (Patti Smith) e scrittore a tutto tondo. Il canto dell’anguilla è una sapida, vivacissima conferma.