Bertoncelli: storia di una vita, storie di rock, jazz, blues

In Musica

Da decenni cronista e memoria di tante musiche (e musicisti) ora il critico novarese ha deciso di mettere nero su bianco la sua di storia, con quelle intimamente intrecciata. “Abitavo a Penny Lane” è uno scrigno di tesori (ricordi, aneddoti) nei quali è appassionante immergersi per ripercorrere le vicende di una stagione che ancora risuona di note indimenticabili

Ci voleva proprio Bertoncelli per farmi riprendere gli Spirit di Randy California, pura e vibrante West Coast, che non sentivo da chissà quanti anni. In particolare il loro album di esordio, Spirit del 1967: incuriosito da una sua annotazione, ho incominciato con Taurus per poi farmi scivolare addosso l’album per intero, gran bell’ascoltare con quell’originale mischione di prodezze rock, jazz e folk. Bertoncelli ha ragione: l’arpeggio di chitarra di Taurus Jimmy Page doveva averlo nelle orecchie quando ha dato vita al classicone dei Led Zeppelin Stairway to Heaven

Ci voleva ancora Bertoncelli per farmi scoprire il “farneticante” freak urbano David Peel di The Pope Smokes Dope, anno domini 1972, che non conoscevo, una sorta di Country Joe & The Fish della East Coast prodotto da John Lennon e Yoko Ono, con i suoi inni alla marijuana e le sue assicurazioni che sì, anche il papa la fumava. 

Per dire che il memoir Abitavo a Penny Lane (Feltrinelli), sottotitolo “Memorie di anni gloriosi di rock, jazz e blues” è uno scrigno del tesoro nel quale ho immerso le mani per pescare perle a profusione e qualche volta per ributtare in mare l’ostrica (“Pescare l’ostrica sperando nella perla / aprire l’ostrica e restare come un pirla / chiudere l’ostrica e in seno al mar riporla / questa è la vita del pescator”, Marcello Marchesi). Molte conferme, molte consonanze, non poche sorprese, qualche dissenso (sul David Bowie da lui ostracizzato devo ammettere che sì, accanto alle gemme ci sono state molte paraculate; su Bruce Springsteen, malgrado i molti album opachi, quel che di blue collar sopravvive in me resiste alla sua liquidazione). Ma soprattutto, mi sono tuffato in queste memorie per rivivere esperienze di ascolto, di vita, che sono state anche le mie.

Riccardo Bertoncelli, novarese del 1952, è stato il primo a fare della critica rock un mestiere vero e serio agli albori degli anni ‘70. Il suo Pop Story, pubblicato nel 1972 da Arcana, ci ha aperto gli orizzonti, e molto altro qui doviziosamente raccontato è venuto in seguito: riviste fondamentali come Gong, collane preziose che ha diretto dai ‘70 ad oggi per Arcana e Giunti, libri puntuali e scritti benissimo (Bertoncelli è anche un notevole stilista della prosa). 

Allora per noi giovani ascoltatori, provinciali come lui e più sprovveduti, meno appassionati e tignosi di lui, la galassia rock in espansione era fatta dai pochi pianeti e dai molti asteroidi che trasmetteva la radio (Bandiera giallaPer voi giovaniCount Down me lo sono perso, in compenso ascoltavo anche i programmi jazz di Adriano Mazzoletti e Io e il mio amico Osvaldo di Renzo Nissim, che bacchettava il beat italico salvando soltanto il mediocre Augusto Righetti con le sue cover dei Beatles) e dal pappone insulso di Sanremo dove Mike Bongiorno presentava i mitici Yardbirds di Jeff Beck come “I Gallinacci”. Capitava in quel periodo di leggere, la citazione di Bertoncelli è esilarante, Rita Pavone che recensiva i Beatles giurando che i brani più belli del loro capolavoro del 1967 fossero Sgt. PepperLonely Hearts e Club Band. Lo so che è come spiegare le barzellette ma, per i spero pochissimi ignari, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band è il titolo dell’album, le tre canzoni osannate da Rita non esistono. Fine della digressione.

Gli anni ‘60 del rock in Italia sono stati i ‘70, scrive Bertoncelli, e ha ragione. Prima c’era stato il modernismo più o meno cauto di Adriano Celentano, Rita Pavone e Gianni Morandi (io nel 1961, avevo otto anni, mandato al bar dai miei a giocare la schedina abbinata a Sanremo, invece di puntare sulla vincitrice Aldilà cantata da Luciano Tajoli e Betty Curtis come da istruzioni, puntai su 24.000 baci di Celentano e a casa me ne dissero di tutti i colori: avremmo potuto essere milionari e invece avevo scelto uno scalzacani). Erano i tempi del “melodico-moderno” (Bertoncelli, nelle sue escursioni extra rock, aveva scelto Gilbert Bécaud, io adoravo Charles Aznavour e molti dei francesi che cantavano in italiano trasmessi da Radio Montecarlo, ricordo ancora una Chez Laurette di Michel Delpech, tra gli italiani mi piaceva il Michele di Se mi vuoi lasciare e Dite a Laura che l’amo). Cambiò tutto con il rock inglese (il suo primo 45 giri fu She Loves You dei Beatles, il mio Pretty Flamingo dei Manfred Mann) e con il beat nostrano dei complessini. 

Il “bitt” lo definiva il Riccardo, affettuosamente perfido, nell’Enciclopedia del rock anni ‘60 che curò per Arcana e che ancora conservo (anche se la mia bibbia per il rock che fu resta soprattutto  24.000 dischi, Zelig, 2004, che sempre lui curò con Cris Thellung e che andrebbe ristampato e aggiornato). Ed è vero, l’italico beat era cosa minore, fotocopia sbiadita dell’ecumene anglo-americana con musicisti spesso approssimativi e testi non di rado imbarazzanti (allora non c’era l’obbligo di tradurre letteralmente dall’originale), ma fu la prima alfabetizzazione, la prima porta varcata oltre la “musica di papà”. Bertoncelli giura di conoscere a memoria l’80-90 per cento di quella produzione e di avere amato più i Rokes che l’Equipe 84, concordo. E che il culmine di quella stagione fu l’album di esordio dei Nomadi, quello con Dio è morto, d’accordo anche qui. Nel mio piccolo ho frequentato intensamente quella stagione, e una decina d’anni fa mi sono creato una trentina di cd con le cover in italiano di quegli anni (c’è anche anche Claudio Villa che gorgheggia Yesterday con una trashissima Ieri sì, ma ogni discoteca che si rispetti ha il suo reparto degli orrori).

Le saracinesche si aprirono nei primi ‘70 e Abitavo a Penny Lane ricostruisce con un gran gusto per il dettaglio quel mondo di cospiratori, di quasi carbonari, che cercavano di non perdere un concerto, di tradurre i testi conoscendo male l’inglese, di procurarsi dischi mitizzati quanto irreperibili in Italia: il blues urbano e bianco di John Mayall (alla sua corte si formò Eric Clapton che B. ha in sospetto e concordo, anche se i Cream mi piacevano), il “duca delle prugne” Frank Zappa, la West Coast, i primi Pink Floyd, i Colosseum di Valentyne suite, i CSN&Y, mille altri. E Bob Dylan naturalmente, Bob Dylan. La caccia al disco andava di pari passo con la caccia alle informazioni, le riviste “per giovani” pasticciavano e/o inventavano e la stampa generalista era disinformata e reazionaria (ricordo ancora un editoriale di Paolo Bugialli sul Corriere della Sera che inveiva contro i Beatles invitando a rapare i capelloni). Bertoncelli, rievoca con un gusto spiccato per la gemma nascosta, per il disco spiazzante, per la “musica da non consumare”, per l’insolito e il perturbante. Quel che per lui fu quella galassia variopinta per me, agli inizi dei ‘70, fu il primo progressive. Vivevo in Sardegna, a Milano sarei arrivato soltanto nel 1974, e ricordo ancora le “riunioni di ascolto” nella soffitta di un amico che aveva portato dischi “dal continente”, con un giradischi Lesa a bassissima fedeltà: i primi King Crimson, i Gentle Giant, gli Uriah Heep, cose così. Anche i prodigiosi e ruspanti Ten Years After di Alvin Lee, la chitarra più veloce del West. Il prog mi avrebbe spesso stufato, con le sue ridondanze e il suo kitsch che andava a sinfoneggiare e a scempiare la classica (i detestati Vanilla Fudge con Beethoven, i Nice con Bernstein e poi gli Emerson Lake & Palmer con Musorgskij, da noi i New Trolls con un appiccicoso Concerto grosso che un mio amico di allora, povero lui, usava come musica da alcova).

Poi Bertoncelli ha proseguito da professionista della critica musicale, con stroncature epiche ed epocali (nel libro sono raccontate nel dettaglio quella che diede vita all’Avvelenata di Guccini, e una polemica con Demetrio Stratos degli Area) e una rutilante serie di imprese; io da ascoltatore dilettante che qualche volta scriveva di musica ma che nel giornalismo ha fatto altro. Però ho ascoltato tanto, grazie a lui, che ho incontrato meno di quanto avrei voluto (all’Unità nel 1984, dove io ero stagista della scuola di giornalismo e lui scriveva di sport; in una rivista di rock che ho diretto tra il 2006 e il 2008, avventura divertente e sciagurata a cui collaborò: ricordo una sua bellissima intervista a Carlo Feltrinelli su Dylan) e ho incrociato persone con cui anche lui ha lavorato: l’indimenticabile Franco Bolelli che fu collaboratore di Wired dove lavorai dal 2008 al 2015; il ruvidamente affettuoso Paolo Carù di Carù Dischi in quel di Gallarate con la sua “caverna di Alì Babà” (ricordo ancora la prima volta che ci misi piede, incapricciato di Ry Cooder, alla ricerca di un disco della Gabby Pahinui Hawaiian Band in cui Cooder aveva suonato: ce l’aveva, importato dalla Panini Records di Honolulu); l’ottimo bresciano Franco Zanetti prodigo di consigli e suggerimenti.

Intanto, negli anni, il rock si è fatto musica del passato con molte ripetizioni e pochissime novità, nei miei e nei suoi gusti sono arrivate le musiche del mondo e il ben più vitale jazz (Bertoncelli oggi scrive per Musica Jazz: e grazie a lui ho scoperto proprio in questi giorni Honora, il sorprendente album solista in cui Flea, bassista dei Red Hot Chili Peppers, si cimenta alla tromba), ed è arrivato questo libro scintillante. Che è anche storia di una vita e, insieme, storia di come il rock e le altre musiche si sono fatte strada in Italia. Ne ho ricavato molti ricordi, ne sto ricavando decine di ascolti, grazie.

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