Un libro (non) si giudica dalla copertina

In Letteratura

Non giudicherai un libro dalla sua copertina: è questo che ci insegnano fin da piccoli, ma forse non è del tutto vero. Una copertina può dirci molto.

Nel 1927 Fortunato Depero pubblica Depero futurista, un oggetto-libro passato alla storia come “libro bullonato” perché tenuto insieme da due grandi bulloni. Il ’34 è l’anno de L’anguria lirica, di Tullio d’Albisola, con la copertina e le pagine di latta, uscito dalle Edizioni futuriste di poesia. Nel 1937 la folle visionarietà di Marinetti ci consegna il Poema del vestito di latte, in cellophane.  Alla realizzazione degli ultimi due ha partecipato anche Bruno Munari che ha avuto una grande importanza per la storia della grafica italiana (e non solo). All’idea del libro come espressione d’arte, Munari affiancava l’idea dell’arte da trasferire in qualsiasi libro, nella consapevolezza della continuità e contiguità dell’arte e della tecnica. Nel corso del Novecento realizzò molte copertine per importanti collane di Einaudi e Mondadori:

“La copertina di un libro è un piccolo manifesto, e ha lo scopo di comunicare all’osservatore che, in quel libro, c’è qualcosa di interessante per lui” (B. Munari).

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Certo, quelli su citati sono esempi radicali nati da furori avanguardistici, ma credo che bastino – senza dover necessariamente ricorrere al Genette di Soglie – per iniziare a mettere in crisi quel comandamento che sin dalle elementari le maestre ci insegnano come un mantra: non giudicherai un libro dalla sua copertina. Mi ricordo che addirittura alcuni miei compagni di scuola mi rimproveravano e ammonivano a non prestare troppa attenzione ad una cosa fatua come la copertina, che a me, invece, affascinava.

Di certo dietro una copertina ci sono, oggi più di ieri, molti studi di marketing: deve catturare l’attenzione del possibile acquirente, deve far risaltare il libro in mezzo a tanti altri fra gli scaffali (e come non pensare alla nuova grafica Mondadori de Il piacere di D’Annunzio in stile 50 sfumature?). Il desiderio di andare contro questa logica porta Salinger a volere una copertina tutta bianca per il suo Giovane Holden: i suoi lettori dovevano scegliere il libro unicamente per il suo contenuto.  Eppure una copertina, come aveva intuito giustamente Munari, può dirci molto di un libro: se togliamo ai libri futuristi quella copertina così innovativa, riportiamo la materialità dell’oggetto allo standard del libro comune rimane ben poco.

Ma prendiamo un libro più tradizionale: Questa storia è un romanzo di Alessandro Baricco pubblicato dall’editore Fandango nel 2005 con quattro copertine diverse (e, se non consideriamo l’Overture e l’Epilogo, il testo è composto proprio da quattro parti distinte), ciascuna delle quali con disegni di Gianluigi Toccafondo. Il romanzo narra la vicenda di Ultimo Parri, appassionato di automobili, prima e dopo la Prima Guerra Mondiale (fino agli anni ’60). Ognuna delle quattro copertine genera attese differenti nel lettore: quella con gli uomini in arme, per esempio, potrà portare il lettore a dare maggior risalto alle parti incentrate sulla guerra, in particolar modo la seconda parte Memoriale di Caporetto.

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Insomma: le copertine non sono così pacifiche come si potrebbe credere, creano delle attese nel lettore, indirizzano in qualche modo la lettura. Non a caso Alberto Moravia pagò a proprie spese la copertina della prima edizione de  Gli Indifferenti per avere un’immagine che rappresentasse senza ombra di dubbio il contenuto specifico del suo romanzo d’esordio: così nell’edizione Alpes del 1929 abbiamo un disegno che, con tratti eleganti, raffigura i personaggi del romanzo seduti a tavolino in atteggiamento svogliato e annoiato.

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Andrea Cortellessa recensendo la raccolta poetica Il rovescio del dolore di Luigi Socci (Italic pequod, 2013) parte proprio dalla copertina stabilendo un legame fra l’immagine e la scrittura dell’autore:

“In copertina – così discreta da poter passare per un logo astratto – c’è un’immagine che vale invece, per il libro, come un’impresa perfetta. Una caffettiera rossa, dipinta col sussiego anodino di Magritte, che ha però manico e beccuccio dallo stesso lato.
La Caffettiera per masochisti fa parte degli Oggetti introvabili dell’artista francese Jacques Carelman: oggetti non solo antifunzionali ma deliziosamente persecutorî [..]. Così è la scrittura di Luigi Socci: masochista perché nel rovesciare il fiotto bruciante dell’esistere, ben lungi dal liberarsene, se lo versa ogni volta addosso.”

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Ma la copertina di un libro raramente rimane sempre uguale a se stessa, ogni edizione ne propone di nuove e quindi, molto sottilmente, propone anche diverse chiavi di accesso al libro.

Prendiamo per esempio La Storia di Elsa Morante. È nota la cura maniacale che la scrittrice aveva per i propri romanzi, voleva essere presente in ogni fase del processo editoriale per assicurarsi della perfezione (anche materiale) dei suoi libri; nel caso de La Storia riuscì, straordinariamente, a convincere Einaudi a far uscire il romanzo direttamente in edizione economica.
La copertina della prima edizione (1974, collana “Gli Struzzi) presentava su uno sfondo bianco un quadro rosso e nero raffigurante un cadavere su delle macerie. L’impatto visivo era molto forte, i contrasti netti e il sottotitolo del romanzo – posto sotto l’immagine, quasi a didascalia – recitava: uno scandalo che dura da diecimila anni. Entrando da questa porta, allora, ci si aspetta un romanzo di accusa alla storia, una storia cruenta, ingiusta, scandalosa, con le mani piene del sangue rosso – come la copertina – dei morti. Si può immaginare, su queste basi, un romanzo per alcuni aspetti violento.

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Nel 1976 il libro viene ripubblicato nella collana “I millenni”, l’immagine resta la stessa, ma il passaggio di collana impone alcuni cambiamenti: la figura diventa in bianco e nero, con un contorno rosso, il titolo viene spostato sotto l’immagine e di conseguenza il sottotitolo viene eliminato. La copertina perde di incisività, ma il libro entra in una collana molto rinomata: i libri si presentano in una carta pregiata, sovraccoperta a stampa e seconda sovraccoperta trasparente e cofanetto. A solo due anni dalla pubblicazione il libro è già percepito come un classico: nello stesso anno “I millenni” pubblicavano Le commedie di Plauto, il testo critico della Divina Commedia a cura di Giorgio Petrocchi, le Sei giornate di Pietro Aretino e Le vite de’ pittori, scultori e architetti moderni di Giovan Pietro Bellori.

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Nell’86 il romanzo della Morante viene riedito nei “Supercoralli” e la copertina torna ad essere quella della prima edizione, ma anche questa volta senza sottotitolo (che non tornerà in nessuna edizione successiva). L’immagine di copertina cambierà, per l’ultima volta, solamente con l’edizione del 1995 (“Einaudi Tascabili”), salvo diventare in bianco e nero nella ristampa del 2013 (quella ad ora in commercio).
Questa volta abbiamo una copertina molto più pacifica: un bambino (vivo) su delle macerie: il bambino allude senza dubbio ad Useppe, di cui si narrano le vicende nel romanzo e le macerie dovrebbero essere quelle di Roma, città dove è ambientata gran parte della narrazione. Entrando da questa porta l’aspetto messo in evidenza è, questa volta, quello più umano della vicenda, meno traumatico; il bambino che guarda in cielo potrebbe quasi suggerire che alla fine della storia (e della Storia) ci sia un barlume di speranza: dello scandalo che troneggiava sulla prima edizione è rimasto ben poco. Entrambi gli aspetti sono presenti all’interno del romanzo e in questo caso due copertine così diverse creano delle aspettative e delle interpretazioni del testo quasi opposte mettendo in luce aspetti diversi.

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Ultima conferma dell’importanza della copertina possiamo trovarla in un post su Facebook di Giuseppe Genna del 26 giugno scorso:

Bambi è dunque pronto. Questa è la copertina definitiva. La statuetta in ceramica sarà appunto fatta in ceramica lucida. A me pare che le copertine de Il Saggiatore stiano raggiungendo un punto che, nella mia minima esperienza editoriale, mai ho ravvisato essere nemmeno avvicinato. Il responsabile artistico è, lo ho già detto in occasione di quel capolavoro che è la cover di “Io sono”, il grande Fabrizio Confalonieri di CReE. Questa immagine è davvero Bambi e, in quanto accade ciò, è oltre Bambi. Comprendere che Bambi è questo ed è ogni superamento di qualunque cosa si possa comprendere: ecco cosa significa la sintonia in un gruppo in cui, non casualmente, ognuno è una fucina e viene spiazzato dall’altro. Questa copertina è parte integrante della composizione Bambi. Non sto a dire quanto mi ha spostato nella composizione il coautore di Bambi, Andrea Gentile: mi sposta talmente tanto, che, giuro, io non ci sono più. C’è solo Bambi, il quale o la quale: bambeggia.
Con Io sono e Bambi ho toccato un apice del fare, del tutto mio, non sto parlando del valore eventualmente oggettivo. Direi che basta: finirei qui, io. Spiace che non sia così.”

 

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Di questo Bambi – che nel frattempo ha cambiato nome ed è diventato Etere divino, in uscita il 15 ottobre – non si sa quasi nulla; sempre Genna ci anticipa che “saranno prosette, scherzetti, raccontini, Alfredini, nascondini, coordinati in un racconto zero, con una prosa poetica che sarebbe intollerabile, se non l’avessero ingaggiata illustri e inarrivabili predecessori”, ma di fatto, di sicuro c’è solo questa copertina – di fortissimo impatto – che l’autore ci dice essere l’essenza del libro.  Genna quasi ci sfida ad immaginare cosa potrebbe essere questo libro partendo dall’interpretazione di un’immagine. Leggendo Etere divino allora sarà inevitabile confrontarsi costantemente con la sua surreale copertina, quasi in un gioco di decifrazione: trovare la statuetta nel testo e portare il testo nella statuetta.

La copertina, insomma, fa parte a pieno titolo dell’esperienza di lettura di un libro. Dietro la storia di una copertina c’è il grande lavoro di grafici e artisti (spesso molto importanti, come Munari), c’è il conflitto fra l’editore e l’autore, c’è una proposta di lettura, la volontà di rivolgersi ad un pubblico piuttosto che ad un altro. E ancora: alcune copertine sono belle, altre sono brutte e non rendono giustizia al libro che contengono, perché negarlo?Infine: più che imparare a non giudicare un libro dalla suo aspetto esteriore dovremmo imparare a giudicarlo questo aspetto, a capirlo, ad interpretarlo.

Immagine di copertina di Annie Spratt