Nelle performance della compositrice statunitense (che alla Biennale di Venezia ha ricevuto il prestigioso Leone d’oro) la musica assume toni solenni e arcaici, magici e sacri. Nulla in Monk ha una sola dimensione. In “Cellular Songs”, ultimo suo album, l’artista coltiva nuove polifonie alla ricerca di percorsi inediti. Non resta che seguirla
Sembra una contraddizione e non lo è: l’irrequieta Biennale elettronica e “giovane” appena conclusa, pensata da Caterina Barbieri, musicista trentacinquenne, il punto più alto lo ha toccato quando è apparsa Meredith Monk, ottantadue anni, genio quieto della Voce pura. Il Leone d’oro alla carriera era giusto e inevitabile, perché, come ha ricordato Meredith con le lacrime agli occhi, il suo fiore è sbocciato proprio a Venezia nel 1975, in una Biennale Musica diretta da Luca Ronconi.

(Foto @ Hartwig Art Foundation Oude Kerk)
Strabiliante. Al centro del festival 2025 (titolo: La stella dentro), fitto di computer, sintetizzatori, campionatori, MIDI, chitarre amplificate ed esplose, trasduttori, Nord Wave 2, HPD 20, con affondi ambient, techno, DJ e club, il 18 ottobre era sospeso con grazia su musica “antica” e acustica. La sera, al teatro Malibran, Meredith ha steso su un prato verde una carrellata di “songs” dai primi anni della sua sperimentazione sulla voce fino a pezzi recenti come Happy Woman, incluse nel suo ultimo album Cellular Songs, dove si alza anche la parola. Accanto, le fedelissime collaboratrici di una vita, Katie Geissinger e Allison Sniffin, unite a lei nel cinguettare note e suoni in sintonia con lo spirito della Natura. Strabilianti i “duetti per voce sola” che Meredith inventa da compositrice e canta come interprete virtuosa di sé dividendo la voce a metà; meglio, raddoppiandola con diverse emissioni simultanee (impossibile non ricordare le diplofonie di Demetrio Stratos, del quale è riemerso il nastro di un suo Satyricon al teatro dell’Elfo, e nel nome del quale Meredith ha ricevuto un premio nel 2007). Altrettanto geniale l’opposto: un “assolo per due voci” in cui Geissinger e Sniffin convergono l’una nell’altra come un sol corpo.
Senza tempo. Giornata in apparente dérapage, quella centrale del festival, rispetto alla corsia principale, ma di estrema coerenza. Come preludio al concerto di Meredith Monk spiccava uno dei set più geniali del festival: pezzi sacri di Guillaume de Machaut in dialogo con gli aforismi pianistici di György Kurtág (e finale bachiano a simboleggiare la continuità dei secoli). Nella vocalità perfetta di Graindelavoix, gruppo votato ai repertori antichi, e sul doppio pianoforte di Jan Michiels (peccato il troppo pedale), un maestro francese del Trecento e un genio del nostro tempo (che compie cent’anni nel 2026), si parlavano come coetanei. Nessuno scarto, nessuna frattura, nessuna lontananza. Due lingue sospese nel tempo perché senza tempo. Due pensieri fratelli immersi nell’acustica della Chiesa di San Lorenzo, paradossale luogo sacro in cui l’altare (monumentale) sta al centro di due navate divise per il lato lungo. Un cumulo di rinvii, anche per l’occhio.

Ascolto innocente. «Nella mia musica cerco di esprimere un senso di assenza del tempo, di tempo come cerchio o ciclo periodico». Meredith Monk, piccola, dolcissima donna anch’essa senza tempo – gli ottantatré anni che compie in novembre le si leggono un poco in volto, non in quel che fa – è entrata in punta di piedi nella musica portandole quello di cui ha sempre bisogno: rallentare i giri dell’orologio e coltivare un ascolto “innocente”.
Nel minimalismo di Meredith Monk, idea usata per definire Glass come Satie, Sol Levitt come Mirò – cioè opposti – c’è qualcosa di solenne e arcaico, di magico e sacro. Meredith è americana ma ha vissuto molto in Centro America. Ciò che predilige, somiglia ai riti immaginabili fra le pietre di Stonhenge, come in Dolmen Music (1973), in un passato lontanissimo, come in Book of Days (1990), in una distesa di neve, come in Facing North (1992). Eppure nei Turtle Dreams (1983) si ascoltano anche sirene, clacson, onomatopee metropolitane: “Manhattan folk music” (parole sue). In Atlas, opera in tre parti andata in scena alla Houston Grand Opera nel febbraio del 1991, Meredith scrive anche una sua musica per aeroporti e viaggiatori con trolley: non le mancano laicismo e ironia. Nulla in lei ha una sola dimensione.
Il libro delle espressioni. Nel 1968, con la sua prima compagnia House, da poco laureata al College Sarah Lawrence, Meredith mette la musica al centro del suo Libro delle Espressioni, ma danza (Turtle Dreams, Facing North, Recent Ruins), teatro (Atlas, Vessel: an opera epic), video (Mercy) e cinema (Book of Days) ne sono parte. Né mancano le arti “fisse”, scultura e pittura, già nel suo primo lavoro, Break (1964): pezzo multimediale, chiamiamolo multistrato, che nasce in una galleria d’arte (la Washington Square di New York), culla termica dell’America contemporanea, da Cage a Pollock, da Cunningham a Lou Reed. Dopo il 1968, con la creazione della House Foundation for the Arts, Meredith inizia un cammino non solitario in cui decine di membri e affiliati hanno portato contributi che lei, sensibile e paziente, ha guidato e aiutato a nascere per cinquant’anni in più di cento lavori. Fra cui la musica prestata alla Nouvelle Vague di Godard.
Dall’acqua al cielo. Parliamo di un immenso anti-Ring che è danza, teatro, video e film per l’orecchio, come nell’installazione presentata in prima italiana alla Biennale, Songs of Ascension Shrine, performance registrata in un simbolico pozzo a spirale, sperso nella natura, che va dall’acqua al cielo. E mai (quasi mai) una parola: solo vocali, consonanti, dittonghi, triadi, canoni, contrappunti, vocalismi, gorgheggi e diplofonie, senza che alle labbra sfugga un significato. Gli strumenti non mancano nella musica di Meredith, e non pochi, – pianoforte, organo, flauti, violino, violoncello, dulcimer, cornamuse, didgeridoo, vibrafono, cimbali, glockenspiel, marimba, clarinetti, percussioni, synth -, servi di scena di una astratta disciplina del cuore. Quasi mai tutti insieme, ma dopo il 2002 invece sì, con il salto in una dimensione strumentale in cui la modalità, centro linguistico fino agli anni Novanta, lascia perfino spazio a cromatismi e atonalità (Mercy 2002, Impermanence 2008, Songs of Ascension 2011, On Behalf of Nature 2016). La missione non è tradita. Meredith Monk rimane l’unica, adorabile errabonda che non ricama il saio del canto nella sua più monacale naturalezza; impresa per la quale occorre virtuosismo. Il Centro è sempre la Voce, amata, coltivata, esercitata con infinita disciplina, restituita alla purezza delle origini. Cortese invito a guardare il mondo con occhi da bambina.
Libro e disco, Due strumenti si aggiungono in questi giorni per tenerci vicini a una delle voci più alte della musica di ogni tempo: un bel libro di AnimaMundi Edizioni – Meredith Monk Irradianze, curato da Piersandra Di Matteo –, raccolta di pensieri che disarmano la “frammentazione e la specializzazione del presente” (parole sue), la pochezza e la crudeltà dei nostri giorni diciamo noi; e un nuovo album ECM, etichetta di tutta la vita, che s’intitola Cellular Songs (no, non quelli), raccolta di brani recenti (2018) che appunto fa affiorare la parola cantata nella tenerissima Happy Woman, coltiva nuove polifonie e tocchi strumentali, e che dimostra, se non bastasse, quanto le vie di Meredith Monk non siano finite.
In copertina: foto © ChristineAlicino