In morte di Emma Bonino tra gratitudine femminile e difficoltà maschile a parlare di aborto e sessualità. E una coincidenza che dice dello spirito del tempo: correva l’anno 1975, in Italia lei si autodenunciava e veniva arrestata per il lavoro contro l’aborto clandestino mentre in Islanda si preparava uno sciopero femminista che fece epoca e che viene raccontato nel docufilm “Un giorno senza donne’
Ho letto molte cose in morte di Emma Bonino. Tanti i modi (delle donne) di dirle grazie per ciò che ha fatto, cosa è stata, cosa ha rappresentato per diverse generazioni. Gratitudine si chiama. Alcune lo hanno fatto con profondità di storica, come Vanessa Roghi su Internazionale o mettendo in fila i distinguo, le distanze, i disaccordi: penso al pezzo, elegante e affettuoso sui loro dissensi, di Luciana Castellina sul manifesto, per esempio. Ci sta, nulla da dire. Forse ci sta un po’ meno rileggere la biografia di Bonino per rivendicare un femminismo ‘migliore’, più ‘giusto’: si è letto anche questo, un po’ stona, ma tant’è. In generale però le donne hanno visto che in questa storia di vita e militanza c’è un’eredità, un lascito prezioso per tutte, vicine e lontane.
Ho anche letto molti commenti maschili, alcuni belli, informati, di giusta misura: perché ci vuole misura e politica a ricordare una donna dalla biografia così sfaccettata, senza cadere nell’univoca lettura della liberista che è andata con Berlusconi, per dirla rozzamente. E ci vuole misura, politica e cuore, nel dire di quella lotta – contro l’aborto allora clandestino, per l’autodeterminazione delle donne e per la liberazione sessuale – che Bonino, aldilà delle divisioni che pure al tempo si sono registrate dentro il variegato movimento delle donne e dentro i partiti, ha condotto con un coraggio da ammirare e un prezzo impossibile da dimenticare. In tanti (uomini) questa misura non l’hanno avuta e schiacciando Bonino sull’unica immagine di politica ultraliberista di cui si diceva, hanno mostrato ancora volta una specifica sordità maschile a questo tema: che li chiama in causa, che indica una corresponsabilità, che necessita di pensiero su come si vive la propria sessualità. Meglio sorvolare, andare di lato, buttarla nella politica ‘politicienne’, attaccare (Bonino) su un altro fronte. Parlare d’altro, perché non si è capaci. Molti anni fa – piccolo ricordo individuale – mi ero messa in testa di scrivere un saggio raccogliendo testimonianze e riflessioni maschili in tema di aborto: sicuramente non sono stata abbastanza brava ma ho incontrato molti dinieghi, lunghi silenzi, difficoltà a dirne, e quel progetto è rimasto nel cassetto. Inutile invece dire quanto tra donne abbiamo parlato, raccontato e vissuto in tema di aborto: quanto continuiamo, anche noi ormai in età avanzata, a sentire che quell’esperienza attraversa in tanti modi il nostro corpo, ci riguarda, ci interroga, ci smuove. Ci fa, parola abusata ma vera, sorelle.
Anche questo è parte di quel ‘sentimento di eredità’ che percorre i tanti articoli, post e interventi di donne in memoria di Emma Bonino: aldilà dei posizionamenti, delle differenze generazionali e politiche, è il sentirsi parte di una catena, di una storia, di una lotta che non finisce, che coinvolge e attraversa corpi e vite, ruoli, aspettative, destini. E’ la nostra storia, storia di ieri e di oggi, conflitti inclusi.
In questa lunga storia, se dovessi indicare un elemento che mi fa preziosa la biografia di Emma Bonino è la postura con la quale ha attraversato il suo tempo: il suo essere stata sempre consapevole che nulla viene regalato, che i diritti (o meglio le libertà) vanno tanto conquistati quanto ricontrattati costantemente con autonomia, coraggio, e capacità di essere quel soggetto imprevisto di cui dice Lonzi. Molti anni fa, in un’intervista che uscì su Elle Italia, mi disse che bisognava guardarsi dall’abitudine: niente è impossibile, ma niente è gratuito, bisogna esserci, mobilitarsi, occupare i posti, nessuno ci inviterà garbatamente. Una lezione, insieme ruvida e affettuosa, contro la soggezione femminile, l’accondiscendenza, il timore di essere assertive e dunque accusate, come spesso accade, di aggressività: un invito a scompaginare i copioni, anche quelli che contribuiamo a scrivere, ora che sulla scena pubblica ci siamo.
Scompaginare il copione è anche ciò che in un autunno lontano – il 24 ottobre del 1975 – hanno fatto le donne islandesi protagoniste di uno dei primi scioperi femministi della storia, ben raccontato nel doc di Pamela Hogan ‘Un giorno senza donne’ in questi giorni al cinema.
Chi avrebbe mai pensato infatti che il 90 per cento delle donne di quell’isola fredda avrebbero, per un giorno intero, smesso ogni occupazione, in casa e fuori, per mostrare come sia il lavoro nascosto, non riconosciuto o sottopagato delle donne, l’infrastruttura sulla quale si regge la convivenza umana? Le loro belle facce invecchiate insieme a quelle delle figlie orgogliose di questa eredità scorrono nel film di Hogan e raccontano di volantini fatti in casa e di riunioni in ogni dove per preparare il Kvennafrídagurinn, “il giorno libero delle donne”, di mariti increduli che si videro scodellare i bambini in ufficio da mogli pronte a manifestare per le strade di Reykjavík, di capitani di navi che inutilmente contrastarono l’equipaggio femminile che incrociava le braccia, di uffici, fabbriche e scuole che dovettero far fronte all’impensato, lo sciopero delle donne.
Anche questa è una catena, che andrebbe riscritta e riletta nella sua complessità e nelle sue pagine meno conosciute: un gesto collettivo di lotta contro le discriminazioni deciso dalle donne – segnalo per esempio ‘Le sardiniere’, il bel reportage su uno sciopero di donne in Bretagna di più di cento anni fa – e insieme un gesto femminista che arriva fino all’8 marzo di oggi con lo sciopero globale di Non una di meno che mette al suo centro la questione della violenza maschile. L’Islanda è oggi uno dei paesi che può vantare ottimi risultati in termini di eguaglianza di genere: una delle intervistate nel docufilm è Vigdís Finnbogadóttir, che pochi anni dopo quella giornata sarebbe diventata la prima donna al mondo eletta presidente del proprio paese. Ci dicevano che eravamo ridicole e sciocche, fu bellissimo, dice nel docufilm un’altra. Tutte sorridono, oggi come allora: lo stesso sorriso aperto di Emma Bonino il 15 giugno del 1975, giusto qualche mese prima dello sciopero islandese. Era il giorno in cui si costituì e venne arrestata per procurato aborto e associazione a delinquere per il suo lavoro al Cisa – Centro italiano sterilizzazione e aborto – una delle tappe importanti della lotta che portò al referendum indetto dai radicali e, nel tempo, alla legge che rese legale l’interruzione di gravidanza nel nostro paese. Disobbediva Emma e sorrideva.
In apertura: “Un giorno senza donne”