Un viaggio nel cuore dell’Iran attraverso tre generazioni di donne della stessa famiglia. Un romanzo politico e poetico che si interroga sul significato più profondo di identità, emancipazione, libertà. Jina Khayyer entra nel catalogo di Iperborea.
Un racconto appassionato di una profuga iraniana, Jina Khayyer, che comincia con le grida: “Bisharaf, Bishraf, Bishraf”, Infami, Infami, Infami, urlato da bambini per mano alle mamme, bambine coi capelli sciolti che sventolano i loro veli come bandiere: donne, uomini, ragazzi, vecchi sfilano a braccetto lungo viale Valiasr a Theheran.
Jina sta seguendo da casa, a Parigi, su Instagram la prima rivolta contro gli ayatollah del 2022.
Il corteo è imponente, quasi gioioso, poi compare il corpo senza vita di una ragazza e legge: ‘A Teheran Jina Mahsa Amini è finita in coma per le manganellate della polizia. Ora è morta !’.
La vittima ha il suo stesso nome: è un nome raro, in curdo significa ‘sorgente di vita’, prima non lo sapeva.
La Jina narrante è figlia di profughi ed è nata in Europa, dove vive, ma i suoi sono tornati, sperando in una qualche apertura del regime. Jina cerca con Facebook la madre, la sorella Roya, l’adorata nipote Nika. Loro vivono a Teheran, sono appena tornate da una manifestazione, l’assassinio di Jina ha ridato forza al movimento: questa volta non si faranno intimidire, non si rinchiuderanno di nuovo nelle case.
Jina si sente impotente e in colpa, loro stanno combattendo , mentre lei se ne sta al sicuro a piagnucolare.
Ripensa alla prima volta che è andata in Iran a trovare la famiglia nel 2000, aveva venticinque anni. Ricorda il disagio in aereo di dover indossare il velo e il lungo soprabito fino ai piedi: non si doveva intravedere la sua figura.
Risente il trambusto dei bambini, le hostess velate che fumano una sigaretta dopo l’altra. L’odore della nicotina che si mescola con quello delle spezie.
Jina è nata e cresciuta in Europa e sa che dovrà stare attenta a come si muove, a come parla, le pare impossibile non poter neanche sentire musica, parlare con gli amici in pubblico.
Sua sorella Roya invece è nata Teheran negli anni sessanta, quando la mamma poteva portare ancora la minigonna. Fino ai primi anni ‘70 vivevano in una specie di età dell’oro, raccontava la madre.
Nel ‘63 le donne avevano avuto il diritto di voto, potevano abortire, divorziare, laurearsi.
Erano docenti universitarie, mediche, giuriste, politiche, c’è stata perfino un Ministro per l’Istruzione, Farroukhru Parsa, un modello per tutte. L’hanno impiccata nel 1980 gli ayatollah con la falsa accusa di corruzione.
“Prima della Rivoluzione islamica avevamo combattuto per rompere con gli stereotipi sulla libertà, adesso combattevamo per la nostra vita.”
Si potevano riconoscere gli islamisti dal loro aspetto esteriore, l’abbigliamento, i capelli diventarono una questione ideologica, le donne portavano il chador integrale, gli uomini si lasciavano crescere la barba, i mullah si inventavano dress code (come fossero stilisti, commenta sarcastica la mamma).
Così la famiglia si trasferisce in Europa, dove è nata Jina. Nel ‘90, a Parigi, Roya si sposa con un iraniano e torna in patria dove ha una figlia, Nika.
Con la sua storia Jina Khayyer ci porta nel cuore del suo amato, difficile, seducente paese, Nel cuore del gatto, appunto.
L’Iran è un gatto. L’orecchio sinistro segna il confine con la Turchia, sulla punta dell’orecchio sinistro c’è l’Armenia, sull’orecchio destro l’Azerbaigian, se il gatto si volta verso destra, l’orecchio si immerge nel Mar Caspio; la schiena si allunga fino ai confini con il Turkmenistan e l’Afghanistan, in prossimità della zampa posteriore destra inizia il Pakistan, sotto la pancia il Golfo di Oman si infila nello stretto di Hormuz, poi nel Golfo Persico, nel suo cuore batte il deserto, il più caldo della Terra. Davanti al petto c’è l’Iraq. Vedo che su tutto il suo corpo serpeggiano fiumi sgorgati migliaia di anni fa dal Tigri e dall’Eufrate, lungo i fiumi sorgono città dai nomi in parte famigliari: Nain, Kashan, Kerman, Tabriz.
Le conoscevamo come culla della civiltà Mesopotamica, le conoscevamo per i meravigliosi tappeti, dai fiori e dagli uccelli annodati si poteva riconoscere la tribù che li aveva tessuti, le conoscevamo per poeti, sufi e dervisci, ma oggi ci ricordano solo guerre e stragi.
Commuove la descrizione di questo Gatto, perché tradisce una tenerezza, un affetto che ci sembra impossibile ritrovare in un mondo così martoriato. Ed è proprio questo voler ritrovare e farci conoscere un Iran pieno di affetti, di dignità ,di voglia di divertirsi nonostante tutto, che è la cifra del racconto di Jina Khayyer: quello per cui è speciale.

C’è una frase bellissima che le dice la nipote per spiegarle come si sentono lei, la madre e la nonna, e tutte le donne iraniane sepolte nei chador:
“Cercano di seppellirci, non sanno che siamo semi”.
Sta in questa forza sotterranea, gentile e tenace, il segreto e la sicura vittoria delle donne.
Abbiamo letto altri racconti sull’identità femminile che non si arrende, che sguscia e si afferma in rivoli sotterranei, come nell’incantevole fumetto di Marjane Satarapi Persepolis , o il bellissimo romanzo di Azar Nafisi Leggere Lolita a Teheran.
Il tema è lo stesso, stesso l’eroismo e la creatività, stesso l’orrore e il disgusto per il regime che suscita in noi. Manca in Jina Khayyer una certa dose di ironia, di disincanto: in lei resta, nonostante tutto, (lo vediamo nella metafora dei semi), un tenace ottimismo, una gentilezza d’animo. La poesia persiana, la musica, la danza scorrono nelle sue vene, i fiori, i tramonti, i deserti, le antiche rovine, i tappeti, le fiabe, il cibo rivivono nelle sue righe e ci fanno amare quell’Iran che gli ayatollah sono quasi riusciti a cancellare dalla nostra memoria, ma non dalla vita nè dal pensiero di queste donne coraggiose, che non si arrenderanno mai.