Quando la guerra canta Dalida

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Al Teatro Fontana, Roberta Lidia De Stefano è una reporter chiusa in una stanza nel cuore delle Primavere arabe, tra Marie Colvin e Iolanda Gigliotti

«Non è la mia guerra, è la guerra di tutti». Quali pensieri attraversano una corrispondente di guerra rinchiusa in una stanza nel cuore della Primavere arabe, “protetta” soltanto da un muro di lattine di birra da una coperta termica e dal fuoco che la abita, la passione e la rabbia di chi vuol essere soltanto dove le cose accadono. Invece l’unica invasione che stavolta le viene concesso di raccontare è quella della musica di Dalida. Parte così “Hotel Dalida” al Teatro Fontana, in cui Roberta Lidia De Stefano accosta e sovrappone una donna con cui ha qualche tratto in comune – su tutte le origini calabresi – a una figura che, anche se è modellata su reporter che hanno fatto storia: Anna Politkovskaja, Oriana Fallaci e soprattutto Marie Colvin, uccisa in Siria nel 2012, è in realtà il doppio, in giubbotto antiproiettile, proprio della cantante nata in Egitto dalle origini calabresi, con cui condivide il nome Iolanda e una vocazione bruciante a stare dentro le cose da cui a nessuna delle due è stato mai possibile sfuggire.

Col procedere del racconto il fastidio della giornalista per la martellante presenza della voce di Dalida sfuma in una identificazione che ne evoca il fantasma sarcastico e aspro con cui litigare, la proiezione di un’angoscia di morte da parte di chi l’ha scelta, per liberarsi da un mondo che l’aveva imprigionata pur nei suoi lustrini, rivolta a chi a quel senso di fine non è disposto a cedere.

La Iolanda del presente è una donna ugualmente solida anche quando l’orrore che credeva di aver sempre avuto per gli strumenti per abitare sembra non darle scampo. Ma è in questo spazio chiuso e buio – rischiarato appena dai fasci immaginati da Serena Serrani prima dell’esplosione del rosso – che questa Iolanda può concedersi di confidare se stessa, la propria intimità privata, dai legami che prendono la forma di controllo e disequilibrio all’amore di un giovane collega che non può non chiamarsi Luigi, fino a una maternità che da ferita diventa per entrambe la scelta di dedicarsi al proprio lavoro e a ciò che viene consegnato al mondo.

Roberta Lidia De Stefano presta il suo corpo, e una voce di grande qualità anche attraversando un repertorio non certo semplice, all’urgenza testimoniale della sua protagonista. Restituendo con intensità il coraggio di affrontare verità incandescenti in bilico tra realtà e immaginazione che graffiano dal testo di Irene Petra Zani.

Un po’ in francese un po’ in arabo, in un pastiche che resta vivido anche quando a tratti i sottotitoli si perdono, anche le canzoni di Dalida diventano più di un espediente narrativo, che l’interprete maneggia con abilità. Ritornano invece ad essere un linguaggio a sé, che pure dialoga in modo molto preciso e doloroso col presente. «Cosa impedirà – si chiede la reporter – a bambini che hanno conosciuto la morte in guerra di diventare terroristi?» Si può parlare di questo cantando d’amore. Poi, in questo specchiarsi tra tempi e punti di osservazione, l’artista – come sempre – è un simbolo le cui suggestioni biografiche consentono di restituire invece a Iolanda, a entrambe, tutta la loro umanità anche quando è sfuggente, anche negli angoli bui della mente e del mondo che hanno dovuto vedere.

Roberta Lidia De Stefano si fa carico di un lavoro a suo modo visionario e intimo, che mettendosi con tutto il corpo, come farebbe proprio una reporter di guerra, dentro la realtà quando deflagra, riesce anche ad essere una confessione personale ed emotiva di come una donna attraversa, ancora una volta fisicamente, la propria percezione di non poter far altro che darsi totalmente a quello che ha fatto suo, sia su un palcoscenico o sotto le bombe. Qualsiasi cosa significhi. Perché «l’orrore della verità l’unica cosa che non mi fa sentire sola».