Irene Serini e Marcela Serli riportano in scena uno spettacolo del 2009 con cui – raccontando la diva del porno, fanno i conti, allora come oggi, con un immaginario e una società che forse, da allora, ha fatto ulteriori passi indietro.
Che segno lascia, trent’anni dopo, l’icona di Moana Pozzi, al netto di aver spinto a cambiare il titolo di un cartone per bambini? Al tempo di Onlyfans e della rete, viene consegnata come una figura lontana e naif? Si direbbe di no se è bastato un titolo – Moana Porno Revolution, a generare un rimprovero da parte della parrocchia vicino al Teatro Fontana, dove lo spettacolo era in scene fino a giovedì 18. Si dimostra in ogni caso la sensatezza dell’invito della direttrice Yvonne Capece alla regista Marcela Serli e alla protagonista Irene Serini per riportare in scena quello che si può a buon diritto considerare un cavallo di battaglia, che ha tuttavia tagliato il traguardo dei diciassette anni dal debutto. Lo si vede anche dalla scelta di raccontare una figura simbolica, come nei fatti Moana Pozzi é stata – e forse, in certo immaginario è ancora – solo incidentalmente attraverso la sua voce, che appare come sintesi sul finale e come evocazione indiretta – frasi proiettate come massime – in una relazione su cui si incardina il racconto, quella col divino e col potere che se ne riveste.
A costruire l’immagine di Moana Pozzi, cioè a mettere insieme le componenti del suo significato, sono infatti soprattutto gli altri. Una galleria di personaggi utili a illuminarne le componenti, in questo senso in coerenza con un metodo di lavoro che Serli ha scelto spesso come misura della propria idea registica, soprattutto quando una molteplicità di voci era funzionale a tracciare un percorso identitario comune per quanto raggiunto per vie diverse, si pensi al lavoro con la compagnia Atopos. In questo lavoro, invece, Pozzi stessa si sfaccetta in un racconto che ha, innanzitutto, il pregio di molti livelli di lettura, compresenti, da raccogliere per poter coglierne pienamente la complessità e che, insieme, fanno di Moana Pozzi un simbolo: da un lato soggetto, che rivendica l’intenzione di appropriarsi di se stessa fin negli aspetti più intimi e personali, affrontando il tabu (spesso rimosso) di disporre fieramente di sè, anche quando si parli di lucarare sul sesso o sulla sua rappresentazione.
E, al contempo, oggetto del pensiero, del desiderio di uomini che costruiscono un immaginario: immaturi, ingenui, devoti o violenti: sono loro – e le lettere, varie quanto autentiche, che lo spettacolo porta in scena, restituiscono le loro differenze – a mettere sotto i riflettori il corpo di Pozzi, che anche in scena le luci della stessa Serli sostengono, frammentano e sagomano alla bisogna con una regia attenta, impeccabile nel dimostrare quanto basti poco, sul piano tecnico – come poco aveva a disposizione, questo lavoro, al momento della sua creazione – a dar forma a un lavoro compiuto che non avverte i segni del tempo. E lo fa anche grazie alla sagace scelta di autrice e interprete di adattare il testo originale a un momento storico mutato in modo radicale, non solo nell’universalizzazione e nella semplificazione dell’accesso alla pornografia attraverso i social, ma anche nel corpo e nell’attitudine della sua interprete. Il corpo, viene da se, e l’elemento cardine di questo lavoro, ma lo é anche della riflessione delle due autrici, di cui questo lavoro, riproposto oggi, finisce col rivelarsi una sintesi tanto quanto ne era stato radice.
La fisicità di Irene Serini, ad esempio, giocata sul filo dell’androginia, si rivela in questo lavoro estremamente utile a interpretare, con ironia, le figure che prendono vita sul palco, ma anche a restituire una riflessione sulla relazione tra i corpi, e sull’uso di quello delle donne, oggi più che mai attuale. Non solo: se nel momento del suo debutto, questo lavoro nasceva come il confronto di una giovane donna con Moana Pozzi e il suo immaginario, quella che arriva in scena oggi nell’alter ego di Anita, per interpretare (anche) Moana, e una donna – cui per altro e richiesto, in scena, un dispendio fisico notevole e una vitalità sorprendente, che riportano il lavoro dell’attore al suo essere corpo mai statico nello spazio – in un’altra fase della sua vita e della sua consapevolezza. Da ciò una prima parte fortemente riadattata al momento, in cui una donna esige di prendere il suo spazio di racconto e di militanza non solo per rappresentare Moana Pozzi, ma per farne l’oggetto di un discorso, tematizzato in una ottica transfemminista e politica, innanzitutto, pur sempre porto con intento artistico.
Nel susseguirsi di scene, dunque, attraverso una costruzione immaginifica e divertente, provocatoria e significativamente metaforica anche mentre e assolutamente esplicita, Irene Serini, con una prova d’attrice magnetica e completa, tutto: l’esposizione del feticcio dagli uomini e dalla società, nel suo insieme, la fatica di molte donne nel rapportarsi con una figura come una pornodiva, e le fragilità di Moana stessa – di cui si restituiscono con garbo i tratti biografici, dall’infanzia genovese alle ultime ore in una clinica di Lione, mentre muore tra le braccia della madre ad appena 33 anni, suggestivamente gli anni di Cristo – e poi il suo rapporto con Dio e l’estrema lucidità delle proprie scelte, ma anche il contrasto al potere giocato sul sesso e sul corpo femminile, soprattutto quando questo tipo di potere si traveste da perbenismo. Tra il quotidiano dei fili dei panni stesi e sedie come troni gestatori branditi sopra le teste delle prime file, sta tutto l’arco del possibile, di una vita individuale e collettiva. E si intravede allora quanto raccontare questa figura sia tutt’atro che una operazione nostalgica: sono ancora molti gli irrisolti e anzi, nel rapporto con il sesso, la pornografia e in generale i corpi, forse – nonostante le nuove tecnologie – abbiamo meno strumenti di prima.