La libertà della Gilda, oggi

In Teatro

Una convincente Barbara Apuzzo riporta - per Itaca - in scena il lavoro di Testori sulla giovane donna del MacMahon, consentendoci di rileggere con sguardo moderno una figura che resta emblematica e potente.

Una convincente Barbara Apuzzo riporta – per Itaca – in scena il lavoro di Testori sulla giovane donna del MacMahon, consentendoci di rileggere con sguardo moderno una figura che resta emblematica e potente.

La verità senza sconti dei marginalizzati, di quelli che sul confine sono stati messi dal mondo, e se portano poesia lo fanno per la loro indisponibilitá al compromesso. Il Testori del Ponte della Ghisolfa, della Maria Brasca, e forse soprattutto, della Gilda Del Mac Mahon, ha saputo fotografarla con un’esattezza senza eccessi patetici, così come la Milano ferita dell’inizio anni Cinquanta, che faceva ancora duramente conto con le cicatrici di un passato tutt’altro che lontano, più che affacciarsi su un boom economico che, ci lascia intravvedere, avrebbe poi lasciato tanti fuori. E forse è per questo che – spogliata dei riferimenti temporali in cui è nata, soprattutto Rita – che gli operai della Ghisolfa hanno chiamato Gilda evocando il mito di Rita Hayworth come farebbero oggi con la protagonista di una serie – parla ancora a una generazione, i millennials, che conosce il sapore delle promesse tradite del futuro anche se forse non vuole rinunciare del tutto ai suoi sogni. Non poteva, allora, rimanere fuori dai progetti della Bottega Amletica Testoriana di Latella, e poi di quella Itaca in cui arriva come studio, e col Deandreiano titolo Nei letti degli altri, in uno spazio che da sezione dedicata alla nuova drammaturgia che il Teatro Fontana sta per trasformare, con la stagione a venire, nel suo primo obiettivo, affidandole quasi la metà della nuova stagione sotto il nome di Fontana Studio.

Alla Gilda, alla sua procacità e ai capelli rossi, Barbara Apuzzo offre invece una fisicità più asciutta e nervosa, sostituendo gli altrettanto rossi abiti con una guaina di lattice che ne stringe il corpo con schiocchi di plastica, alimentando un immaginario decisamente più vicino a quello con cui oggi identifichiamo chi, come lei, vende il proprio corpo, quasi sempre con un margine di scelta molto inferiore a quello, già limitato, della Gilda, che pure rivendica la sua passione per gli uomini e il sesso. Per quanto a spingerla a farlo sia la disperante devozione al suo Gino, balordo da poco ma abbastanza furbo e fortunato, dall’averne accalappiato i sentimenti, i bisogni, e la solitudine, da costringere la Gilda a offrire a lui, per salvarlo dalle sue inettitudini, l’unico capitale che lei possiede, il suo corpo, e lo spazio in cui lei sola ne dispone. Oggi guardiamo con occhi diversi il Gino che si fa mantenere mentre si trova in carcere e appena fuori non ha altra capacità, per levarsi d’impaccio, che ingannare chi ha messo in gioco – completamente – se stessa.

Gino è un certo maschile, che scorre e fa scorrere figure possibili come vestiti sottovuoto e più ancora sotto un casco da motociclista, diventa più che mai tutti, preso a caso dalla platea per finire, goffo, sotto lo sguardo meno indulgente con cui oggi leggiamo quella che è, o potrebbe essere, anche un’istantanea di patriarcato, di manipolazione e sudditanza, da cui la protagonista si libera rivendicando la propria tagliente consapevolezza, il proprio desiderio e il proprio piacere. Una presa di parola che Testori racconta con una franchezza attenta, per i tempi, e una vena di ironia che Apuzzo fa ben aderire a se stessa. Non sono invadenti, gli echi e i riverberi di cui fa risuonare le sue parole, e il loro unirsi con la musica di allora traccia un ponte fra le epoche, per condurre verso un finale in cui – al momento in cui é stato scritto, e ancora adesso – non si era fatto ancora abbastanza per immaginare una consolazione definitiva, che non consideri complici del carnefice anche le donne che hanno subito la stessa ferita.

Ma Gilda, riletta e reincarnata in tanti modi da attrici di spessore, qui torna ad essere una giovane volitiva, radicalmente politica a partire dalla sua stessa postura. La convincente prova d’attrice di Barbara Apuzzo, e la sua Gilda ammaliante e indipendente, dimostrano che si può restare fedeli alle cose migliori del dettato testoriano facendole proprie, valorizzando le figure a cui l’autore di Novate ha voluto rendere dignità, e facendo sì che da loro, dal proprio racconto e dalla propria voce emergano nuove sfumature dei luoghi che ancora oggi – più o meno lontani dalla Ghisolfa, ma con gli stessi amori travolgenti e piccole meschinità, sono fuori dall’occhio di bue della storia. A cui rimane ancora poco oltre il teatro – con regie attente e minimali come quella di Joele Anastasi, per prendere spazio.