Peitho e la diserzione dai padri

In Teatro

In un evocativo lavoro, Irene Petra Zani – con la regia e l’immaginario di Federica Fracassi – accosta un giovane filosofo di inizio Novecento al greco di Oreste, per omaggiare la sua lotta disperata per la liberazione personale e collettiva dall’inganno dell’epica della guerra

Di cosa siamo fatti? Dei nostri miti fondativi o di quello che scegliamo di farne? Di certo, siamo fatti di simboli, a cui spesso abbiamo delegato la chiave per comprenderci. Vale per un intero pantheon – quello greco, da cui il resto discende, e per tutta la sua epica. Vale per Peitho, dea minore della persuasione che da il titolo e la colonna vertebrale al terzo appuntamento della rassegna Chiostri suite del Teatro Fontana. Vale forse anche per Carlo Michelstaedter, filosofo goriziano, che non a caso, sulla scena, diventa quasi ovunque semplicemente “il ragazzo”. Pensatore e inquieto, morto suicida nel 1910, in quella che il testo di Irene Petra Zani legge già come l’alba cupa delle guerre mondiali. In effetti, Zani inscrive la sua parabola nella guerra per antonomasia, l’Iliade che germina molto prima, ai tempi prima di crono e poi della mela d’oro, e allunga le proprie propaggini e le conseguenze fino a oltre la fine dell’Orestea, che risuona nell’assenza di tempo del suo tramandarsi e nella forza della sua lingua originale, affidata alla voce di Dimitrios Papavasiliu. Il testo di Zani fa dialogare la biografia del giovane e la rimemorazione delle radici del mito classico in un acuto procedere per giustapposizioni, per echi e rimandi saggiamente non lineari ma che ben ne chiariscono l’intenzione, unite da un’epica della guerra in un caso – quello novecentesco – rifiutata  e nell’altro – quello antico – svelata nella sua sostanziale finzione. Peitho, che avrebbe persuaso il destino del mondo a compiersi come si e compiuto, un passo dopo l’altro, nella voce e nel corpo di Federica Fracassi rivendica il suo non esistere, insieme a quello di tutte le potenziali divinità cui fin dall’antico le narrazioni hanno demandato le nostre scelte. Sono tutte nostre, le responsabilita di come ci muoviamo nella vita, come dentro al quadrato dei chiostri bramanteschi della chiesta di Santa Maria alla Fontana che diventa una specie di ring, dal danceflor elettronico di una festa che suona come la guerra, nel paesaggio sonoro pulsante di bassi disegnato da Shari DeLorian fino alla trincea della guerra negli occhi di Carlo di la da venire, e poi di nuovo dalla battaglia giocata prima di attraversarla al gioco della seduzione, complici o vittime i cani del Branco di Velasco Vitali.

Dentro il gioco scenico delle sovrapposizioni, il ragazzo-Carlo diventa cosi l’incarnazione di chi porta sulle sue spalle tutta l’eredità del mito e da essa decodifica il mondo, strappa il velo della retorica e del racconto per rendere evidente il potere che – da sempre, governa il male e le guerre. Nessuna bella tra le belle da riconquistare ma una Grecia incapace di tollerare potere e ricchezza che non fossero i propri, cosi come nella propaganda di oggi – mentre risuonano le voci dei grandi dittatori del Novecento, nel tempo dei loro eredi che non temono piu di richiamarvisi – nessuna età dell’oro da riconquistare ma soltanto una “continuazione del loro dominio sul mondo” da garantire ad ogni prezzo.

Al ragazzo che sa, e vede, più di quanto ad Oreste fosse concesso nel mito, non resta dunque che domandarsi se essere o non essere come suo padre, ripetere gli schemi che la tradizione ha gia scritto per lui. Forse e piu un Amleto riottoso che un Oreste, il ragazzo di questo spettacolo, che tuttavia col principe di Danimarca condivide un abisso della mente destinato ad apparirgli sempre piu profondo quanto più lo indaga, e la convinzione di non avere nessuna speranza per emergervi se non un estremo e radicale atto di volontà – o, mantenendo il linguaggio bellico, di diserzione – dal mondo della guerra che gli si stringe intorno. Un gesto che pero, forse, e una continuazione a sua volta, visto che fa eco a quello di un fratello, Gino, che nella New York di inizio secolo sembrava aver trovato la propria fortuna. In ogni caso, un gesto in cui poter affermare se stesso, scavando il solco da tutti i padri, quelli antichi e quelli prossimi.

Prende cosi forma uno spettacolo lirico e originale, che mantiene un lodevole equilibrio di chiarezza nella sua libertà espressiva, e trova spazio anche – per voce di una Federica Fracassi ammaliante anche quando e scomposta, un po’ dea e un po’ profetessa – per puntellare con coerenza le ipocrisie di una mitologia occidentale che del corpo della donne, in tutte le Ifigenie silenziose e devote ai padri ha fatto vittime sacrificali sull’altare di altra fame di potere, legate da un destino senza scampo che – ancora una volta – suggerisce Peitho – ha un volto tutto degli uomini. (maschile non sovraesteso); Quanti significati di uomo – potrebbe suggerire allora lo spettacolo – Carlo ha desiderato “non essere”? A quale tempo desidererebbe tornare? A prima dell’Occidente, prima del mito, perché quando la guerra entra nella storia nessuno vi sopravvive. A raccontarlo, un lavoro suggestivo e urgente per chi, come Carlo, non e persuaso dall’epopeea della guerra, e sa che persuasione non e una dea lontana, ma il sapere di chi “possiede sé stesso”.