Lei è l’unica donna. a capo di una fornace. Lui un aspirante mastro vetraio. Vengono da due mondi differenti, ma sono allo stesso modo liberi battitori, hanno entrambi fame di futuro.
La storia del loro amore, perennemente fuori tempo, è la storia della città attraversata da mezzo secolo di celebrità e ferite: Peggy Guggenheim e i cunicoli malsani di Castello, Cary Grant e i divi del Lido, l’Università e i veleni di Marghera.
Venezia è fastosa, brulicante di esistenze, spudorata e capace di sogno, durissima e sospesa.
Il nuovo romanzo di Giovanni Montanaro: fatto di piccole vite, presenze memorabili, azzardo e bellezza.
Siamo a uno degli incontri più importanti e assurdi della nostra vita di scrittori. Emanuela Bassetti, Marsilio Arte.
Non sapevamo ancora se il progetto a cui stavamo lavorando in quel momento sarebbe stato accettato (ora sappiamo di sì) però eravamo sicuri di essere andati all’appuntamento con tutta l’impreparazione che si può avere quando se ne scopre l’esistenza con un paio d’ore d’anticipo. Arriviamo accompagnati da un taxi e da un quadernone ad anelli arancione comprato alla Coop pochi giorni prima, per contenere una prima stesura ancora in lavorazione, che stavamo usando per confronti interni.
Stiamo raccontando il nostro racconto, il filo rosso che inseguiamo tra vetro, arte contemporanea e Murano. Stiamo cercando di inquadrarne la natura quando gli occhi della Bassetti si illuminano, mentre ci dice che hanno appena pubblicato, con Feltrinelli, un meraviglioso romanzo sull’isola e sul vetro.
Non resistiamo, lo compriamo appena usciti dall’ufficio. Un libro che si intitola Il fuoco di Venezia non può certo aspettare, non può affievolirsi nell’inedia dell’acquisto tardivo.
Scopriamo un libro che avremmo da tempo voluto leggere. Non solo perché ci fa respirare, parlando di Venezia come si deve saper fare, se se ne vuole scrivere. Siamo distanti dalla narrativa alla Tracy Chevalier, che dopo le prime dieci pagina mette in scena l’anguilla cotta sull’ara della bocca del fuoco, qui si ricostruiscono, decennio dopo decennio, le tappe che questa città ha attraversato, dai suoi strati più popolari all’aristocrazia cittadina, troppo antica per essere definita radical chic, e troppo vera per poter cedere il posto a qualcosa di leggero e inconsistente.

Andiamo avanti pagina dopo pagina e, cosa che non accadeva da tempo, ci contendiamo il libro. Scriviamo a quattro mani, ma abbiamo sempre avuto un tacito rispetto per le letture condivise, prima uno e poi l’altra, o viceversa. Questa volta invece scatta il moto d’orgoglio quando l’altro, per un’insonnia improvvisa, ha accelerato di troppe pagine e quindi deve rimontare. Poi, quando uno ha finito e l’altro no, i giochi si invertono: sbrigati altrimenti non possiamo parlarne, c’è bisogno di commentare.
Le parti degne di nota sono moltissime, però a volersi focalizzare su un aspetto che ci ha coinvolti più degli altri c’è il fuoco, la passione creativa, quell’amore che trascende nella purezza della creazione condivisa. Non c’è colpa nell’adulterio, perché quello che accade è a suo modo puro, e generativo. Nel confronto c’è il desiderio di trovare una soluzione, quando si ferma l’altro nel suo volo pindarico non si fa per un qualche sentimento sbiadito di rivalsa, ma perché l’istinto dice che la strada non è quella giusta, che se ne deve imboccare un’altra per trovare veramente la chiave. Questo abbiamo amato, soprattutto, di questo meraviglioso libro, la sua non mistificazione di una realtà che qui a Venezia, negli anni, è stata proprio così come è narrata. E, dall’altro lato, l’essere riuscito a catturare l’alchimia della creazione che scatta e che porta fuori dal senso comune per sbocciare in piccoli miracoli possibili. Appena le ali della farfalla vengono sfiorate da sentimenti opachi, che non si è in grado di arginare, di tenere a bada, di allontanare, allora la meraviglia svanisce e il fuoco si spegne.
Una luce c’è, in fondo a questa storia, e forse è lì proprio per ricordare che i figli, e i figli dei figli, e i figli dopo di loro, sono spesso quelli che hanno la possibilità di correggere gli errori che sono rimasti incastrati nei complessi alberi genealogici di cui siamo la risultante.
Davvero bravo, Giovanni Montanaro, avevamo bisogno di un libro così per ricordarci come distinguere i sentieri bui da quelli in cui il terreno è abbastanza fertile da poter far crescere qualcosa di nuovo.
Di solito i nostri articoli parlano di arte contemporanea, di politiche culturali, di mostre o di artisti ma anche di maestri vetrai, di un’isola che è più viva che mai, anche se se ne vuole sempre ricordare solo il passato. Questo libro d’inciampo, però, ci ha costretti a non distogliere lo sguardo dalla cosa davvero importante. Che si tratti di arte contemporanea, che si tratti di design, che si tratti di produzione, quello che conta è sentire intimamente il momento preciso in cui tutto combacia e si armonizza al punto da poter assurgere a una dimensione che ha ben poco di umano.
Nell’isola di problemi ne abbiamo molti, una scuola che non decolla, l’essere strozzati da un guinzaglio energetico che qui è più pesante che altrove, un turismo distratto non più in grado di distinguere il vero dal falso, un’aria ancora appesantita dal cadmio, la difficoltà di trovare giovani con una tempra adatta a sfidare il fuoco. In questo libro non ci sono soluzioni a questi problemi, ma una sorta di spirito guida, la ferma convinzione che la salvezza sia stata resa possibile solo quando alla grettezza dei sentimenti umani più miserabili si è riusciti ad anteporre non il puro istinto, ma l’istinto più puro.