È scomparso improvvisamente lo scorso 2 luglio, all’età di 67 anni, Saverio Simi de Burgis, storico e critico d’arte, docente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia per oltre quarant’anni. Penzo e Fiore ricordano la sua figura autorevole e insieme discreta nella vita culturale veneziana, nel ricordo di una presenza colta, generosa e unanimemente stimata.
La morte improvvisa di Saverio Simi de Burgis ha prodotto a Venezia una quantità di ricordi sorprendentemente concordi. Colto, semplice, disponibile, educato, sorridente. Tutte parole che tornano nei messaggi di chi lo ha conosciuto, quasi che la sua assenza abbia fatto affiorare, in luoghi e persone diverse, la stessa immagine. Noi ricordiamo soprattutto la sua presenza.
Saverio c’era ai nostri talk, spesso seduto tra il pubblico. Ascoltava e poi interveniva con la sua brillantezza, fatta di cultura, intelligenza e eleganza intellettuale. C’era alle mostre che organizzavamo. Veniva perché era curioso, perché voleva vedere, capire, incontrare le persone e il loro lavoro. Gli anni sembravano avere accresciuto questa disponibilità. A Venezia era una figura familiare. Apparteneva a quella parte della città che continua a incontrarsi alle mostre, alle conferenze, nelle aule, nei corridoi delle istituzioni culturali. Una comunità dispersa, spesso divisa, che pure finisce per riconoscere alcune presenze. Saverio era una di queste. Per oltre quarant’anni ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Aveva iniziato nel 1985 e da allora aveva attraversato generazioni di studenti, direttori, riforme e cambiamenti profondi nel modo di insegnare e pensare l’arte. Quarant’anni sono una misura difficile perfino da immaginare. Significano migliaia di studenti, discussioni, lezioni, tesi, corridoi percorsi ogni giorno. Significano diventare parte della memoria di un luogo. Saverio lo era.

E in una città come Venezia questo tempo assume un peso particolare. Qui le istituzioni culturali tendono a coincidere con le persone che le abitano a lungo. I loro volti finiscono per appartenere agli edifici, alle aule, alle abitudini di intere generazioni. Per moltissimi studenti l’Accademia ha avuto anche la voce di Saverio. La sua lunga permanenza aveva prodotto autorevolezza senza irrigidirlo. Continuava a frequentare i luoghi della cultura e a interessarsi al lavoro degli altri. La posizione raggiunta gli apparteneva con naturalezza. Poteva entrare in una stanza da professore ordinario, storico dell’arte, critico, uomo che aveva vissuto per decenni la vita culturale veneziana, e sedersi semplicemente tra il pubblico. Forse è anche per questo che tanti lo ricordano oggi con affetto. La Biblioteca dell’Accademia ha scelto di salutarlo attraverso una delle sue frasi abituali: «Buongiorno! E allora? Come va?». Un’attenzione quotidiana, capace di raccontarlo meglio di molti titoli. Dopo una vita trascorsa a studiare, insegnare e parlare d’arte, Saverio continuava a chiedere agli altri come stavano.

Aveva raggiunto qualcosa di prezioso. Era pacificato con il proprio ego. Per questo poteva essere curioso, brillante, autorevole e insieme lasciare spazio agli altri. La sua cultura entrava nella conversazione senza monopolizzarla. La sua esperienza rendeva più ricco un incontro. La sua presenza faceva piacere. Venezia perde una delle persone che per decenni hanno tenuto insieme, con discrezione, generazioni e luoghi diversi della sua vita artistica. Noi perdiamo qualcosa di più semplice e difficile da sostituire.
Ci mancherà incontrarlo alle mostre. Ci mancherà sapere che, da qualche parte tra il pubblico, Saverio sta ascoltando.