Il lettore curioso: marzo 2026

In Letteratura, Saggistica, Weekend

Molta storia, italiana, tragica e nera, tra il gran ripasso degli anni Ottanta firmato da Deaglio e Carozzi e la Milano dei delitti di Paternò Raddusa. E poi le avventure amate di Salgari e Verne, i migliori incipit, tanta poesia che scorre tra Pascoli e Kavafis e, per chiudere, la straordinaria Jane, indagatrice di microcosmi e relazioni

RECENSIONI

Mezzo secolo di diari. Tra il 1922 e il 1974 il fotografo inglese Cecil Beaton, 1904-1980, ritrattista eletto di monarchi premier dive e artisti (è anche disegnatore, costumista e scenografo: tre Oscar per Gigi e My Fair Lady) riempie 145 quaderni di diario. Scrive come fotografa: catturando (o camuffando, quando conviene) l’essenza dei volti e dei corpi, mostrando gli illustri soggetti della sua attenzione sotto una luce spesso benevola e qualche volta cruda, quasi sempre sorprendente. Se il diavolo si annida nei dettagli, Beaton è in qualche modo il diavolo. Così Jackie Kennedy «sembrava proprio una caricatura sovradimensionata di sé stessa. Spalle ampie, fianchi da giocatore di baseball, grandi mani e piedi mascolini; occhi scurissimi, belli, ricettivi che paiono maliziosi o tristi – a volte un po’ troppo sporgenti – bocca larga e generosa, il sorriso che si piega agli angoli in una risata capovolta; un sospetto di baffi, capelli neri neri». E Karen Blixen, a pranzo da Beaton, «era un ragno medievale, tutta in nero».
 In una visita parigina del 1954 «una vecchia gitana cotta dal sole stava spingendo la sua faccia inverosimilmente imbellettata a un paio di centimetri dal mio naso. Si vedeva che le guance erano state tirate fino alle orecchie da un chirurgo violento, e c’erano rughe profonde dal grande squarcio della bocca, quasi priva di labbra, fino alle narici davvero ampie del naso a fungo». È quel che resta di Coco Chanel. Marlene Dietrich nel 1973, settantaduenne, in un recital al Drury Lane è colta così: «Non rimane granché di una voce mai stata melodiosa, ma l’abilità di intrattenere persiste. Marlene è diventata una specie di bambola meccanica. La bambola sa mostrare sorpresa, camminare, sistemare con un colpetto frusciante la coda della pelliccia bianca. Il pubblico applaude ogni movimento, ogni gesto. La bambola sorride incredula. State davvero applaudendo per me? Un altro gesto semplice, magari un battito di mani, e di nuovo l’applauso, non solo da parte degli anziani che ricordano i suoi film dozzinali, ma anche da parte dei giovani, che la trovano sexy. Lei è equivoca e non le dispiace ammiccare un po’». 
Il dettaglio crudele lo soccorre anche quando gironzola nei dintorni di Buckingham Palace: «The Mistress of the Robes, la guardarobiera della regina madre, duchessa di Northumberland, alta come un gigante e con stupendi gioielli, indossava un vestito di Knightsbridge che era un orrore, una crinolina di grossolano tulle di nylon color violetta di Parma con salsicciotti della stessa tonalità, così audace nel suo cattivo gusto che l’effetto era strepitoso». 
Il gusto, già, il gusto. Esteta e snob, affascinato da belle case, begli arredi, bei parafernalia e “bella gente”, Beaton galleggia su una vita indaffaratissima tra le due sponde dell’Atlantico, divertito e di rado annoiato, nascondendosi dietro la mondanità. Narciso e bisex (ma di sesso non parla mai, si fa ma non si dice), con qualche stravizio taciuto (i biografi hanno discretamente accennato all’uso dell’oppio, lui sorvola anche quando si appunta gli incontri con Jean Cocteau), si lascia andare, ma non troppo, soltanto in vecchiaia, quando confessa di avere provato l’Lsd assieme a un giovane amante californiano. Ma è in là con gli anni, un solido conservatore inorridito dalle tasse dei laburisti, e “quel che resta del giorno” non lo capisce più, tutti quei negri che schiamazzano e quei giovani vestiti strani e Mick Jagger che «ha una pelle bianca come un petto di pollo». 
Resta l’impressione di un professionista non di rado geniale, ma tutto superficie: la cultura come “conversation piece”, gli artisti incontrati più che letti, visti e ascoltati. Una maieutica di cene e cocktail party. La stessa amicizia è un sentimento blando e tiepido: il duca e la duchessa di Windsor, fascistoidi e amici di mezzo secolo, Beaton confesserà alla fine che non sono poi questo granché, che sono aridi e che forse non c’è stata amicizia ma frequentazione. 
C’è un solo grande amore, confessato: Greta Garbo, che Beaton frequenterà a strappi per oltre vent’anni, e che invano chiederà in moglie. Lui è estasiato da lei, passeggiano mano nella mano, si baciano, si massaggiano, si scrivono e si telefonano. E se la selvatica e scontrosa Garbo appare, nel racconto di Beaton, simile al ritratto che ne offre David Niven nel delizioso memoir C’era una volta Hollywood, i due sono però troppo presi dal loro narcisismo per allestire qualcosa di diverso da una recita amorosa inconcludente.
I diari di Beaton, pubblicati in Inghilterra in sei corposi volumi, sono stati sforbiciati, tradotti e stipati in 560 pagine dalla bravissima Laura Grandi, con Marco Vigevani dell’Ali la più autorevole dei nostri agenti letterari. La piacevolezza della lettura, non esente dal rischio di leziosaggine al desco degli aristocratici, si sprigiona con maggiore intensità quando Beaton racconta un aneddoto. Come quello sulla nobildonna veneziana Annina Morosini: «Correva voce che la Morosini fosse stata ammirata più di ogni altra donna in Italia, e avesse avuto molti amanti importanti, tra i quali il Kaiser tedesco che, nel periodo in cui lei abitava alla Ca’ d’Oro, le aveva indirizzato una lettera scrivendo solo: “Alla donna più bella / Nella casa più bella / Nella città più bella / del mondo”. Si dice che la lettera giunse a destinazione».
O quando lancia l’affondo. Su D’Annunzio leggerete nelle citazioni, su Evelyn Waugh leggete qui: «E così Evelyn Waugh è in una bara. Morto di snobismo. Non voleva lo si considerasse un uomo di lettere, non si accontentava di essere ritenuto un maestro della prosa inglese. Ambiva a essere un duca, e non sarebbe mai stato possibile, da qui una vita di delusione e farsa. Beveva brandy e porto e ne aveva una cantina piena. Non era un gourmet come Cyryl Connolly, ma gli piacevano il buon vivere e i sigari in quanto tipici dello stile di vita aristocratico. Divenne borioso a vent’anni ed elaborò quella boria al punto da avere un grosso stomaco e un cornetto acustico a quarantacinque».
Cecil Beaton, Molto dipendeva dal futuro. Diari 1922-1974, a cura di Laura Grandi, Neri Pozza, 2025

La macchina del tempo. La foto di copertina commuove: Giovanni Falcone e la sua non ancora moglie Francesca Morvillo, giovani e innamorati, lui con i capelli lunghi e la barba incolta, lei vestita di cotonina estiva, sognano a bordo forse di un aereo, forse di un aliscafo. La mafia li ucciderà, noi non li abbiamo dimenticati. Per gli anni in cui furono attivi, incarnarono con un pugno di altri eroi civili il nostro sogno quasi mai realizzato di un paese dove la legalità vincesse sul crimine organizzato e sulla zona grigia, su un potere opaco e spesso colluso. Giusto scegliere loro come simbolo alto di un decennio al tempo stesso efferato e frivolo, teatro delle ultime battaglie e delle prime smemoratezze.
Arriva, tre anni dopo i capitoli inaugurali sui Fab Sixties e i terribili Seventies che ancora ci tornano negli incubi, il terzo volume della serie C’era una volta in Italia, dedicato agli anni Ottanta. L’hanno allestito Enrico Deaglio e Ivan Carozzi, con dovizia di narrazioni e apparati. Una prodigiosa macchina del tempo che mischia alto e basso, una pietra angolare dell’annalistica che restituisce le opere e i giorni, un teatro della memoria che mette in scena tutte le sfaccettature della nostra vita che fu: la P2 e i fagioli di Raffaella Carrà, la nascita di Rai Tre e la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, il casco obbligatorio e la miserabile epopea di Sindona e Calvi. 
L’avvio dà i brividi: nel 1980, a inaugurare il decennio, arrivano in rapida successione l’assassinio di Piersanti Mattarella e la mattanza della colonna genovese delle Br in via Fracchia, l’aereo di linea Itavia che si inabissa a Ustica, i licenziamenti di massa alla Fiat di Torino, l’arresto dei brigatisti Anna Laura Braghetti e Patrizio Peci (un anno dopo i brigatisti, per ritorsione mafiosa, rapiranno e uccideranno suo fratello Roberto), gli assassinii di Guido Galli, Walter Tobagi e Mario Amato, la strage alla stazione di Bologna, Elisabetta d’Inghilterra ricevuta a Palazzo Gangi dove Visconti girò il ballo del Gattopardo dal principe in odore di mafia Alessandro Vanni Calvello senza che nessuno la avvisi, per concludere con il devastante terremoto dell’Irpinia. Nel mondo, muore il maresciallo Tito e diventa presidente Usa Ronald Reagan. Il 1980 è anche l’anno di American gigolò e del besteseller globale Il nome della rosa, di Altri libertini che lancia con successo di scandalo Pier Vittorio Tondelli. È l’anno della Panda, del telecomando e dell’air bag. In altri tempi, 365 giorni così turbolenti e affollati ce li saremmo fatti bastare per un decennio.
E invece si continua, tra poteri occulti e edonismo reaganiano, cadaveri eccellenti e trionfi calcistici (l’Italia campione del mondo, Maradona re di Napoli), socialisti a cui affezionarsi (Pertini al Quirinale) e socialisti da non rimpiangere (Craxi che sdogana Berlusconi). Poi, alla fine del decennio, cade il Muro di Berlino e comincia a venire giù tutto, c’è chi parla di fine della storia ma è solo l’inizio di un’altra storia.Enrico Deaglio è giornalista e saggista tra i nostri maggiori. Direttore del quotidiano Lotta Continua (per avere un’idea della sua bravura fin dai primi passi, si legga in questo libro il reportage sul funerale del dirigente comunista Pio La Torre assassinato dalle cosche) e in seguito di Reporter e del settimanale Diario del quale eravamo tutti innamorati, ha scritto articoli e libri memorabili: peccato che in questi anni ‘80 non abbia trovato posto il suo racconto dell’ipogeo funerario che Berlusconi fece costruire per sé e per i famigli ad Arcore, vero pezzo di bravura: lo trovate in Besame mucho (Feltrinelli, 1995), non ve lo lasciate sfuggire. Altrettanto bravo il suo partner Ivan Carozzi, felice rabdomante che bordeggia fra la vita quotidiana e quella che oggi viene definita “cultura pop”: del suo recente Cronache dall’Italia nascosta (Blackie, 2025) ho già scritto tutto il bene possibile il mese scorso.
I loro anni ‘80 sono un mare in cui nuotare, un rendiconto netto e senza sconti ma ricco di sfumature, sorretto da un’etica salda ma privo di moralismi, da leggere pagina dopo pagina aiutati anche dai molti inserti: quello fondamentale sulla guerra di mafia passata nel dimenticatoio, che fece allora diecimila morti; quelli sui soprannomi dei malavitosi e sulle scoperte scientifiche e tecnologiche; quello irriverente sui “guru e paraguri”, all’Espresso di allora li chiamavano “maestrini del pensiero”: Scalfari e Vattimo, Moana e De Crescenzo, Verdiglione e Fagioli che avevamo dimenticato. E poi Wanna Marchi e Giucas Casella, Costanzo e la Carrà, Jotti e Anselmi, Moretti e Barbara Bouchet con la sua aerobica, Oliviero Toscani e Heather Parisi, dulcis in fundo gli allenatori Osvaldo Bagnoli e Arrigo Sacchi.
E soprattutto il civilissimo, necessario e ahimè lungo elenco delle vittime: dei terrorismi e delle stragi, degli attentati, degli incendi e dei mostri. Per non dimenticarli, per non dimenticare.
Enrico Deaglio con Ivan Carozzi, C’era una volta in Italia. Gli anni Ottanta, Feltrinelli, 2025

Sandokan? Era Garibaldi. Lo scorso dicembre Kabir Bedi, il Sandokan della mia giovinezza, ha compiuto 80 anni. Era il 1976 quando apparve sul piccolo schermo, targato Rai e diretto da Sergio Sollima (ma io a Kabir Bedi preferivo l’ironico Gomez de Gomera che era Philippe Leroy, gli ulissidi mi sono sempre piaciuti più degli achillidi). E lo scorso febbraio il suo successore, il palestrato turco Can Yaman (due espressioni, con il turbante e senza il turbante: copyright by Alberto Mattioli, calco esplicito di Sergio Leone a proposito di Clint Eastwood), reduce dalla nuova serie tv, ha esondato conducendo senza lasciar traccia una serata del moscissimo Sanremo 2026.
Per dire che il pirata della Malesia, personaggio principe del rutilante universo salgariano, come puntualmente gli accade da oltre un secolo torna a riemergere dopo lunghe immersioni. Viene utile allora, per un ripasso generale che regala anche molte scoperte, questo vademecum stilato con amabile acribia da Danilo Gallo.
Sandokan, chi era costui? A chi aveva rubato i tratti? Scorrono, in pagine di accurata ricostruzione, figure di capi daiachi e signorotti locali che si opposero agli inglesi anche a suon di scorrerie: Raga, Sharif Osman (un suo luogotenente si chiamava Sindukung o Sandukur), Rentab, Matt Salleh, Masahor. Ognuno di loro potrebbe avere ispirato il principe pirata anche se, secondo Ernesto Ferrero, Sandokan sarebbe Garibaldi, la perla di Labuan Anita, Yanez avrebbe preso a modello Nino Bixio e i tigrotti della Malesia non sarebbero nient’altro che i Mille. Un altro personaggio storico, forse più avventuroso del pur avventuroso Bixio, potrebbe avere ispirato Yanez: il novarese Paolo Solaroli di Briona (1796-1878), esule in Inghilterra dopo i moti del 1821, poi soldato per il vicerè ottomano d’Egitto Mehmet Ali e per la regina del principato indiano di Sardhana. Rientrato in patria, avrebbe fatto in tempo a diventare generale e aiutante di campo di Vittorio Emanuele II.
Entusiasmi post-risorgimentali in una narrativa d’avventura che si scopre solidale con gli oppressi di ogni latitudine: gli inglesi come gli odiati austriaci (il francese Jules Verne farà altrettanto con il principe indiano Dakkar-Nemo) proprio quando l’Italia sta per avviarsi verso l’avventura ingloriosa di Adua e i francesi sono i padroni di mezza Africa: ur-terzomondismo o soltanto invidia per il più fortunato dei predatori, l’Inghilterra? È inglese, nel ciclo indo-malese di Salgari e nella realtà, il “rajah bianco” James Brooke, grande nemico dei pirati e quindi di Sandokan, al quale lo storico delle crociate Steven Runciman ha dedicato una bella biografia.
Molto altro apprendiamo dal lavoro di ricognizione di Danilo Gallo: le imprecisioni geografiche di Salgari (sono le imprecisioni dei cartografi e degli esploratori sui quali lo scrittore veronese si documenta), prima fra tutte l’ubicazione di Mompracem assai vicina alla costa e tutt’altro che imprendibile. Il metodo di lavoro dell’Emilio, che quando non scrive è in biblioteca a documentarsi e verga decine di quaderni d’appunti. La contraddizione fra la sua popolarità (i romanzi che dà alle stampe vendono fra le 80 e le 100 mila copie) e la perenne lotta per la sopravvivenza che ingaggia: frutto forse della taccagneria degli editori, forse anche della sua incapacità di gestire i contratti e l’economia familiare. Il libro offre infine una ricognizione della pirateria malese: di ieri e, altrettanto agguerrita, dei nostri giorni.
Danilo Gallo mi ha fatto venir voglia di tornare a Salgari e Verne: del primo ripubblico qui di seguito l’introduzione che feci nel 2007 all’edizione Rizzoli del Corsaro nero, del secondo la scheda della rilettura, recentissima, di Ventimila leghe sotto i mari. Mi sa che rileggerò I figli del capitano Grant e L’isola misteriosa. E magari anche tutto il ciclo di Sandokan: possiedo la magnifica edizione annotata da Mario Spagnol. Regressioni senili? Ma sì, va bene così.
Danilo Gallo, Sulle tracce di Sandokan, Magenes, 2025

Morte di un poeta. «La mattina del 17 febbraio 1912 Giovanni Pascoli stava per lasciare la casa di Castelvecchio alla volta di Bologna. Aveva cinquantasei anni ed era molto malato». Dopo un film asciuttamente commovente di Giuseppe Piccioni, Zvanì (se non lo avete visto in sala, potete recuperarlo su RaiPlay), arriva questa indagine toccante sulla morte di un poeta tra i nostri maggiori, ma conosciuto poco e male fuori dalle antologie scolastiche. L’ha scritta Osvaldo Guerrieri, critico teatrale e biografo affascinato dalle esistenze alla deriva (suo l’eccellente Col diavolo in corpo. Vite maledette da Amedeo Modigliani a Carmelo Bene). 
Qual è la malattia che sta uccidendo Zvanì, il Giovannino accudito con amore ossessivo e possessivo dalla sorella Mariù? È un tumore alla stomaco che ha intaccato il fegato, diagnosticano pietosi i medici amici, truccando i referti. «Sarebbe stato sconveniente che un poeta fra i più amati, un fanciullino che parlava con voce di cristallo, soffrisse di cirrosi, il male degli ubriaconi». E invece è così, il poeta contadino che con le sue onomatopee e le sue trame fono-simboliche ha traghettato la nostra poesia nel ‘900, fondendo l’infinitamente piccolo con il cosmo, la rondine che torna con un insetto nel becco per i suoi piccoli con “l’atomo opaco del Male” che è il mondo (X agosto), lavora come un somaro e combatte la fatica e l’infelicità con l’alcol. 
Pascoli beve all’osteria e in casa, dopo il lavoro di lima e cesello con cui rifinisce i versi che saranno la via italiana al simbolismo e le prose da professore nei tre tavoli da lavoro, uno per le poesie italiane dalle Myricae in avanti, un secondo per i componimenti latini con cui vince tredici medaglie ai concorsi internazionali, oro che fa fondere o impegna per mettere su casa con le sorelle e aiutare i fratelli, e un terzo per i saggi danteschi e le antologie che compila. «Vado a letto quasi sempre con la testa piena di cognac. Non sono sereno» lascia scritto.
Breve la vita infelice di Giovanni Pascoli, che muore nel sabato santo di quel 1912, dopo mesi di sofferenze atroci. Orfano e traumatizzato a vita a undici anni e questo si sa, chi ha la mia età e forse anche chi è andato a scuola dopo di me ha imparato a memoria La cavallina storna che portava colui che non ritorna: il padre Ruggero amministratore di una tenuta dei Torlonia, ucciso dai sicari di un possidente che gli succederà nell’incarico e che non verrà mai perseguito, tre processi senza colpevoli anche se la voce popolare fa i nomi degli assassini. Dopo il padre, muoiono la madre, una sorella e due fratelli e la famiglia si sfascia. Zvanì in un convitto, dispersi i fratelli e per dieci anni in convento le sorelle. Dopo un’università interrotta e poi ripresa a Bologna (nel frattempo Zvanì è diventato socialista rivoluzionario, patirà anche il carcere e decenni dopo detterà la lapide di Andrea Costa, compagno di battaglie giovanili, primo deputato socialista nel Parlamento delle oligarchie liberali e primo compagno di Anna Kuliscioff), la laurea con una tesi su Alceo e l’infinito calvario degli incarichi in mezza Italia.
L’elenco, a scorrerlo oggi, mette impressione: Matera, Massa, Livorno, Bologna, Pisa, Roma, Messina, ancora Bologna. Dal 1895 è diventato professore universitario, nel 1906 succederà a Carducci nella cattedra di letteratura italiana. Anni di camere ammobiliate, di appartamenti in affitto quando prende con sé le sorelle Ida e Maria-Mariù. Da Matera scrive al fratello Raffaele, ma questo il libro di Guerrieri non lo dice e le memorie di Maria lo tacciono, di spendere “65 lire al mese per mangiare, 25 per dormire, 7 alla serva, 2 al casino (necessità), 15 in libri (più che necessità)”.
Per tutta la vita Zvanì vorrebbe prender moglie, metter su famiglia: ma il fidanzamento con una giovane di Rimini, Imelda Murri, va a monte per la sorda e tenace disapprovazione di Mariù, che non accetterebbe un’intrusa in casa. E per un complesso d’inferiorità del poeta, che ha il mignolo di un piede più lungo, zoppica vistosamente e non osa confessare questa menomazione.
Il ripiego, che diventerà anche nucleo fondante della sua poetica, è il “nido”: la regressione infantile alla famigliola con le sorelle (ma Ida, mai perdonata, lo lascerà per sposarsi e il poeta diserterà il matrimonio, pur continuando a cedere alle sue pressanti richieste di denaro), il legame tenero e torbido, una sorta di incesto platonico, che lo vede vivere in simbiosi con Mariù. La casa a Castelvecchio in Garfagnana, acquistata con le medaglie dei carmi latini, che gli permette di fuggire la città mai amata e di ricreare il paradiso infantile di San Mauro. Il ripiego sono l’operosità poetica e l’alcolismo, il male oscuro di cui si nutre molta grande poesia, fino alla morte precoce. Da ragazzo figlio di contadini preferivo Pascoli a Leopardi, la mia professoressa d’italiano alle medie me ne rimproverava affettuosamente e io rispondevo che almeno Pascoli non faceva venire la donzelletta dalla campagna con il mazzolin di rose e di viole, che fioriscono in tempi diversi. Qui ritrovo, ritratto con affettuosa misura e con pudore, un poeta che continuo ad amare.
Osvaldo Guerrieri, Zvanì. Indagine sulla morte di Giovanni Pascoli, Gramma Feltrinelli, 2026

Mappe del delitto. C’erano una volta gli atlanti, le mappe fisiche con i monti bruni, le pianure verdi e laghi fiumi e mari cilestrini, e le mappe politiche con un mosaico di colori che davano corpo a regioni, stati e staterelli. Oggi ci sono le mappe di internet e non è detto che sia meglio, la geografia è diventata conoscenza sfocata (“Gli americani fanno le guerre per imparare la geografia” ha detto Woody Allen, e non sembra che abbiano appreso granché). Qualche anno fa, con la mia compagna, abbiamo fatto il gioco delle carte mute, quelle senza scritte: non dico dell’Africa (dov’è il Togo, dove l’eSwatini?) ma almeno dell’Europa sapevamo individuare territori e capitali? Tutto bene fino al Caucaso, dove Transnistria, Azerbaigian e altri luoghi si nascondevano al nostro sguardo. E Milano crediamo di conoscerla, al di là dei monumenti, dei centri dello shopping e della movida? Uno dei non pochi pregi di questo atlante, allestito da Giuseppe Paternò Raddusa con diciotto capitoli e sei mappe, è fare affiorare una città interrata come un tempo lo furono i Navigli in centro, una città sotterranea di sangue, dolore e orrore. 
Certi luoghi sono noti: piazza Fontana dove la Banca dell’Agricoltura non c’è più ma aleggia il ricordo della strage, la questura di via Fatebenefratelli dove trovò la morte, cadendo dal quarto piano, l’anarchico innocente Giuseppe Pinelli. Ma il resto? So dov’è stato ucciso il povero Sergio Ramelli, ragazzo con una vita da vivere prima che missino, perché la lapide che lo ricorda è davanti al mio ferramenta, e so individuare il casamento popolare di via Amadeo, a cento metri da casa mia, dove nel 2015 un ecuadoriano decapitò una donna gettandone la testa in cortile. Ma quando mi accade di passare in via San Gregorio, in cerca di una giacca o di un paio di pantaloni da un grossista – oggi li chiamano outlet – non mi viene in mente Rina Fort, la “belva” che nel 1946 massacrò a sprangate la moglie e i tre figli dell’amante. Questo libro offre una topografia esatta dell’infamia, accompagnata da una rievocazione dettagliata ma intessuta di pietà e rispetto, equilibrata e senza concessioni alla morbosità. 
La “capitale morale” a partire dagli anni ‘60 è presa d’assalto da banditi e mafiosi che mandano in soffitta la vecchia pittoresca “ligera”, la delinquenza di mezza tacca cantata da tante strofette d’osteria – ma anche le osterie non esistono più, rimpiazzate dalle “hostarie”. Se n’era già accorto, in quegli anni, Giorgio Scerbanenco che scriveva: «C’è qualcuno che non ha ancora capito che Milano è una grande città… Non hanno ancora capito il cambio di dimensioni, qualcuno continua a parlare di Milano come se finisse a Porta Venezia o come se la gente non facesse altro che mangiare panettoni o pan meino. Se uno dice Marsiglia, Chicago, Parigi, quelle sì che sono metropoli, con tanti delinquenti dentro, ma Milano no, a qualche stupido non dà la sensazione della grande città, cercano ancora quello che chiamano il colore locale, la brasera, la pesa, e magari il gamba de legn… È qui a Milano che ci sono i soldi ed è qui che vengono a prenderli, con ogni mezzo, anche col mitra”. Vengono a prenderli con i mitra i torinesi della banda Cavallero, Renato Vallanzasca, Francis Turatello, Angelo Epaminonda detto il Tebano.
Fiumi di sangue, come quelli che fa scorrere la violenza politica negli atroci anni ‘70. Di Ramelli abbiamo già detto, qui converrà aggiungere l’assassinio del commissario Luigi Calabresi e del gioielliere Pier Luigi Torregiani, dei militanti dei centri sociali Fausto e Iaio e Davide Cesare “Dax”, delle decine d’altre vittime che questo atlante sottrae all’oblio.
La Milano bene non si sottrae: la modella Terry Broome che uccide il playboy e stalker Francesco D’Alessio, i due sanbabilini che tentano di rapire e sopprimono la sedicenne Olga Calzoni, Ruggero Jucker rampollo di buona famiglia e cuoco di catering – ne fece anche uno per la presentazione di un mio libro, ho un ricordo sfocato di zuppette pretenziose e amuse bouche – che massacra con il coltello da sushi la fidanzata Alenya Bortolotto, Patrizia Reggiani che commissiona a una “banda Bassotti” di balordi l’eliminazione dell’ex marito Maurizio Gucci.
E poi i “mostri”, i cold case archiviati senza colpevoli – le vittime omosessuali o strozzini, e Paternò Raddusa sottolinea giustamente l’omofobia della stampa; il delitto nei bagni dell’università Cattolica, vittima la quieta e irreprensibile Simonetta Ferrero, forse una delle tante uccise da un serial killer meneghino senza nome e senza volto.
Ancora non troppo distante da casa mia, in via Vanvitelli, lo psicopatico Gaspare Zinnanti abitato da voci che gli ordinavano di purificare il mondo, uccise un’ex professoressa con cui si era intrattenuto. Ecco, a leggere questo libro non guarderemo più le nostre vie con lo stesso sguardo. Perché, dice l’autore citando Domenico Bartoli, «se si scrivesse una storia del crimine, si vedrebbe subito che essa corre parallela alla storia della civiltà, della quale riflette e deforma i caratteri e le tendenza». La Milano nera di questo libro è altrettanto vera dei nuovi skyline.
Giuseppe Paternò Raddusa, Atlante della nera milanese, Utet, 2026

Il Corsaro Nero piange. Chissà se la regina Margherita, cugina e sposa di Umberto I il re cosiddetto buono, versò qualche lacrima di sovrana commozione nel delibare il mesto finale del romanzo di Emilio Salgari: «Cormaux si era avvicinato a Wan Stiller e indicandogli il ponte di comando, gli disse con voce triste: “Guarda lassù: il Corsaro Nero piange!..”». 

Corre l’anno di grazia 1898 e per Sua Maestà, che parla a stento l’italiano ma è graziosa protettrice delle lettere e ispiratrice di poeti come Carducci, Salgari è un autore più che familiare. Dal 1893, quando si è trasferito a Torino, il “selvaggio malese” le invia puntualmente la prima copia di ogni sua nuova fatica. La regina gradisce e nel 1894 si complimenta con lui per l’ «ammirevole operosità» e per «l’impulso dato in Italia a quel genere di letteratura che istruendo con diletto, giustamente si è meritata i favori del pubblico». Tre anni dopo, il 3 aprile 1897, a conferma che la sua popolarità presso la Real Casa non è scemata, l’infaticabile scrittore riceve la croce di cavaliere e indossa, per la seconda volta dopo le nozze, l’abito da cerimonia. 

Come ricambiare l’augusto favore? Con un personaggio che infoltisca l’albero genealogico e le imprese guerresche dei regnanti, «un gentiluomo dei cavallereschi duchi di Savoia», Emilio di Roccabruna o di Roccanera, signore di Ventimiglia e di Valpenta, che nella seconda metà del Seicento combatte gli spagnoli nelle Fiandre e si trasforma in scorridore dei mari, in Corsaro Nero, per punire l’abietto duca fiammingo Wan Guld, assassino a tradimento del maggiore dei suoi fratelli. Non pago di quel primo delitto Wan Guld, passato al soldo degli spagnoli e diventato nel frattempo governatore di Maracaybo nelle Americhe, ha fatto “appiccare” anche gli altri due fratelli del Corsaro Nero che si erano convertiti alla pirateria per dargli la caccia, il Corsaro Rosso e il Corsaro Verde. 
Sotto il segno della vendetta e del melodramma sepolcrale si apre dunque Il corsaro nero, ventisettesima opera a stampa di Emilio Salgari. 
Nato a Verona nel 1862, discendente di vinattieri e mercanti di tessuti, romanziere di professione dopo essere stato cronista per due quotidiani della sua città, Salgari è un navigatore mancato e un viaggiatore immobile. Ha frequentato soltanto per qualche anno l’istituto nautico ma per tutta la vita si farà chiamare capitano; in mare c’è stato una volta e niente più, a bordo di un mercantile che faceva la spola fra Venezia e Brindisi e in preda a un’acuta nostalgia per il minestrone della mamma, eppure millanterà viaggi come neanche Phileas Fogg, dalla Malesia al Messico, dal Sudan all’India, per giungle oceani e deserti. 
Non c’è trucco, non c’è inganno intenzionale in queste candide vanterie, in questa innocente e a suo modo sincera mitomania, perché lo scrittore è il primo a prestare fede alla propria fantasia, al punto da credere vere le sue invenzioni e da lasciare scritto, fra gli appunti: «Avevo 23 anni quando caddi prigioniero del pirata Sandokan».
Per i concittadini questo barone di Münchhausen cresciuto in riva all’Adige è “la tigre della Magnesia”, lui sfida a duello un collega insolente e lo infilza, ribattezza “Aida” la moglie Ida Peruzzi, potenza della lirica dove ogni dramma è un falso, e impone ai quattro figli nomi quanto mai esotici: Nadir, Omar, Romero e Fatima. E quando un giornalista si presenta al suo domicilio torinese per un’intervista, il capitano d’acqua dolce si traveste da malese assecondato da moglie e figli, sciorinando davanti agli occhi dello stupito gazzettiere turbanti e scimitarre, fucili e kriss. 

Nel 1898, l’anno in cui il generale Fiorenzo Bava Beccaris placa con le cannonate la fame dei milanesi insorti contro il rincaro del pane, Emilio Salgari ha trentasei anni, è sotto contratto presso l’editore genovese Donath, sforna quattro-cinque romanzi e dozzine di racconti all’anno, conduce un’esistenza perennemente in bilico fra il decoro piccolo-borghese e la miseria e ha già creato il più popolare dei suoi eroi, Sandokan. Con il Corsaro Nero perfeziona il modello, portando a sintesi un secolo di byronismo profuso a piene mani nella letteratura alta come in quella popolare. 
Rispetto all’impeto e al furore del pirata malese, il cavaliere di Roccabruna è più rifinito e, al tempo stesso, possiede un’aria più familiare, rimanda a decine di aristocratici che, prima e dopo Dumas, hanno disertato la loro classe. 
Salgari lo fa entrare in scena così: «Portava una ricca casacca di seta nera, adorna di pizzi d’egual colore, coi risvolti di pelle egualmente nera; calzoni pure di seta nera, stretti da una larga fascia frangiata; alti stivali alla scudiera e sul capo un grande cappello di feltro adorno d’una lunga piuma nera che gli scendeva fino alle spalle. Anche l’aspetto di quell’uomo aveva, come il vestito, qualche cosa di funebre, con quel volto pallido, quasi marmoreo, che spiccava stranamente fra le nere trine del colletto e le larghe tese del cappello, adorno d’una barba corta, nera, tagliata alla nazzarena ed un po’ arricciata». 
Come non ravvisare in lui, fin dal primo istante, un dandy infiltrato fra i rudi pirati dei Caraibi e, soprattutto, un “bel tenebroso”, un uomo fatale? Del bel tenebroso, eroe maschile romantico per eccellenza nel corso del XIX secolo, il Corsaro Nero porta più di una stimmata. Il pallore marmoreo, innanzitutto, quasi a evocare il monumento funebre, l’urna cineraria. Il contrasto fra la corporatura atletica e il volto femmineo («Aveva però i lineamenti bellissimi: un naso regolare, due labbra piccole e rosse come il corallo, una fronte ampia solcata da una leggiera ruga che dava a quel volto un non so che di malinconico, due occhi poi neri come carbonchi, d’un taglio perfetto, dalle ciglia lunghe…»). La predilezione per la solitudine, che lo accomuna a Ernani e al Conte di Montecristo facendogli disertare feste e svaghi e mettendolo a fianco dei bucanieri, anzi alla loro testa, soltanto nel momento dell’azione. 
Ma anche l’inappetenza con cui pilucca distrattamente, commensale svogliato nei banchetti in cui si scatena l’appetito gagliardo dei complici di scorrerie, il francese Carmaux e l’amburghese Wan Stiller. 
La posa eroica con cui impugna il timone della sua nave durante gli uragani più violenti, ancora e sempre solo contro il mondo e il destino, come a chiamare i “temporali desiderati” di Chateaubriand. L’esotismo, che fa sentire a casa sua l’eroe soltanto nei luoghi più impervi e disertati dalla modernità. Il singolare destino dell’aristocratico che, sulla scia di Byron, si intruppa fra i ribelli e i diseredati in una sorta di terzomondismo ante-litteram: Sandokan contro gli odiati inglesi, il Corsaro Nero solidale con gli indios contro i conquistadores spagnoli (sarà un caso se, fra le letture giovanili di Ernesto Che Guevara, figurano decine e decine di romanzi salgariani divorati con devozione e trasporto?). 
E poi l’emotività incontrollata che a lampi, a folate, sgretola l’impassibilità virile: singhiozzi, gemiti, «un grido rauco che aveva qualcosa di selvaggio, ma allo stesso tempo di straziante», lacrime, sospiri. Ancora una volta come l’archetipo Byron il quale, scriveva Victor Hugo, «ha dei sospiri che raccontano tutta una vita». 
Del bel tenebroso il Corsaro Nero possiede anche la sventurata sorte amorosa: è fatale alle donne almeno quanto le donne lo sono a lui. 
E qui, oltre che debiti cospicui con la tradizione romantica andata in eredità al feuilleton, troviamo anche vigorosi rimandi all’opera lirica (il melodramma, per esempio, ispira in maniera uniforme i dialoghi, dove i personaggi declamano più che parlare). Al prode cavaliere di Roccabruna una zingara ha predetto che il primo amore gli sarà funesto. Honorata, nobile spagnola finita prigioniera del corsaro in seguito all’abbordaggio di un galeone, è quel primo amore vaticinato dall’indovina. «Era una bella figura di giovane, alta, slanciata, flessuosa, dalla pelle delicatissima, d’un bianco leggiermente roseo (…). Aveva lunghi i capelli, d’un biondo pallido, con riflessi più d’argento che d’oro, che le scendevano sulle spalle, raccolti in una grossa treccia fermata da un grande nastro azzurro adorno di perle; occhi dal taglio perfetto, d’una tinta indefinibile che avevano dei lampi dell’acciaio brunito…».
Nel drammatico finale del romanzo, Honorata si rivelerà figlia dell’odiato nemico Wan Guld e il corsaro, che ha giurato di ucciderlo e di sterminare la sua famiglia, con la morte nel cuore la farà calare in mare su una scialuppa, abbandonandola ai flutti impetuosi dell’oceano in burrasca. 
Vendetta e pianto: a volerlo sintetizzare in due parole, Il Corsaro Nero sta tutto qui. Vendetta come rifiuto del futuro, in nome di un presente vissuto come torto del quale esigere riparazione. Pianto come presagio dell’autodistruzione che la vendetta reca con sé. Mandando a morire la donna amata, il cavaliere di Roccabruna uccide anche sé stesso, estremo atto di fedeltà ai fratelli assassinati i cui lamenti fantasmatici, risalendo dalle profondità degli abissi marini, gelano il sangue ai pirati che li odono. 

L’unico elemento prosaico, in tanto superominismo cimiteriale, è il puntiglio con cui il Corsaro Nero rivendica, a più riprese, i suoi nobili natali e le sue virtù («Il Corsaro Nero è un gentiluomo, sappilo, ed un gentiluomo non ha mai mancato alla parola data»). Lui volgare razziatore, lui che ha terre e beni in patria? No, lui è corsaro per motivi d’onore, abborda le navi spagnole ma non tiene per sé il bottino, combatte coraggiosamente ma non si abbandona ad atti di ferocia. In controluce, sembra di vedere nel cavaliere di Roccabruna una proiezione dell’autore, incerto sulla propria identità, piccolo-borghese che si inventa avventuriero.
Il bel tenebroso si batte e combatte, comunque. Singhiozza, è vero, ma soprattutto agisce. E nell’istinto sicuro di Salgari per il romanzo d’avventura, per il meccanismo a orologeria dell’azione, risiede il fascino più duraturo di questo come di altri suoi romanzi. L’assalto e il saccheggio di Maracaybo, le traversie dell’eroe isolato dal resto dei pirati e a più riprese assediato dai nemici, le spettacolari fughe e gli altrettanto spettacolari abbordaggi, il costante e costantemente infruttuoso inseguimento di Wan Guld, a oltre un secolo di distanza, non hanno perso un briciolo della loro presa sul lettore. In questo, il piccolo capitano veronese è stato un caposcuola: basta studiare con attenzione il più fortunato ciclo narrativo italiano degli ultimi sessant’anni, la saga a fumetti del ranger-capo indiano Tex Willer, per rendersi conto di quanti debiti abbia contratto con il piccolo grande stile di Salgari. 

L’altro motivo di fascino, oggi appannato dal bombardamento intensivo d’immagini a cui siamo sottoposti, i lettori d’un tempo (e a suo tempo anche noi, lettori bambini in un’età di poca televisione e poco cinema) lo trovavano nelle frequenti digressioni naturalistiche, nelle descrizioni di piante e animali che interrompevano il flusso dell’azione. Quelle digressioni, al pari dei personaggi e delle loro gesta, nascevano sotto il segno dell’eccesso. Il Corsaro Nero e i suoi prodi abbattevano decine di avversari, i pirati scolavano senza battere ciglio cinque o sei bottiglie di pregiato amontillado in mezz’ora? Bene, anche la natura si doveva adeguare. 
E così, in un tratto di foresta, trovavi giaguari e caimani, pappagalli, tribù di scimmie e lucciole immense chiamate “vagalume”. Una fauna così impressionante per varietà stava acquattata tra aroidee e bromelie, enormi eriodendron e grosse liane, boschetti di laransia, gigantesche foglie di pomponasse e graziose palme “assai”.
Più che descrizioni, Salgari allestiva tableaux vivant, come certe teche dei musei di storia naturale o certe tavole dei dizionari illustrati che, allora, erano tra le poche immagini esotiche con cui il pubblico comune avesse dimestichezza. E poi, ripetute più volte, c’erano piante e animali che si caricavano di un fascino fonetico e fantastico al tempo stesso, parole come “paletuviere” (che era la mangrovia) e “lamantino”, da succhiare come caramelle, da fare rotolare fra lingua e palato senza bisogno di immagini. 

Con gli eroi e i personaggi di Salgari molte generazioni di italiani medi, senza muoversi di casa, hanno trovata aperta una finestra sul mondo. È un merito non piccolo. E i più fantasiosi fra loro hanno potuto vagheggiare i loro personalissimi altrove, viaggiatori sedentari ma esigenti nelle rotte, prima che il Belpaese si arrendesse al turismo formato charter. Come in una celebre canzone di Paolo Conte: «Cerco un po’ d’Africa in giardino, fra l’oleandro e il baobab».
Emilio Salgari, Il Corsaro Nero, Rizzoli, 2007

Nemo alias Dakkar. Fa una strana impressione rileggere le imprese del capitano Nemo e dei suoi involontari prigionieri mentre il nostro mondo vacilla. La pagina celebra l’apogeo dell’Occidente e dei suoi miti – il progresso, la conoscenza senza limiti e senza ostacoli, il mondo che si offre come un frutto da cogliere allo scienziato, all’esploratore, al colonialista – con le sue prime incrinature, mentre sugli schermi scorrono le immagini delle guerre e delle crisi. Ieri, in Verne, i “selvaggi” di Papua fulminati dalla corrente mentre cercano di introdursi nell’inaccessibile Nautilus. Oggi a Teheran e Kabul e Kiev, a Gerusalemme e Washington e Mosca, il fanatismo trionfante da una parte e dall’altra e la risorta politica delle cannoniere.
Da bambino amavo Verne, che preferivo a Salgari. Leggevo versioni asciugate e ridotte dei suoi romanzi, che trattenevano l’essenziale delle molte descrizioni: il dugongo, il lamantino, il narvalo. «Che stile Jules Verne, nient’altro che nomi» commentò Apollinaire, e aveva ragione. Ventimila leghe sotto i mari è avventura e catalogo, le traversie e i prodigi del mondo di sotto e, assieme, il compendio delle “meraviglie della scienza e della tecnica”, pagine e pagine con elenchi di pesci, alghe, navigatori, scoperte. Fascino e noia mano nella mano.
La storia è nota: convinti di dare la caccia a un immenso cetaceo, le marinerie di mezzo mondo si mettono sulle tracce di quello che si rivelerà il sottomarino Nautilus creato e assemblato – anche questo viene spiegato nel dettaglio – dal misterioso capitano Nemo. Per il quale il mondo non esiste più da quando si è immerso, e che nel suo “mobilis in mobile” vive circondato da compagni devoti che parlano una lingua misteriosa. Ha una libreria ben fornita – dodicimila volumi, come precisa con puntiglio –, inestimabili capolavori d’arte, invenzioni futuribili che lo aiutano, un organo dal quale cava melodie strazianti neanche fosse Erich von Stroheim in Viale del tramonto, e trae cibo bevanda vestiario e piccoli piaceri – il fumo – soltanto da quel che il mare gli offre.
A bordo del Nautilus il capitano Nemo accoglie il naturalista professor Pierre Aronnax, il suo domestico fiammingo Conseil (“Come piacerà al signore”) e il fiociniere canadese Ned Land. Gli intellettuali e l’uomo d’azione, i riflessivi e l’impulsivo, piccole macchiette semicomiche e niente più. Erano sulla nave americana Abraham Lincoln che ha tentato di “catturare” il Nautilus ed è stata speronata. Sbalzati in mare, vengono salvati da Nemo e dai suoi. E assieme a lui gireranno il mondo: la Polinesia e lo stretto di Torres, Ceylon (qui Nemo salverà un povero pescatore aggredito da uno squalo e gli farà dono di un sacchetto di perle, rendendolo ricco: «Quell’indiano, signor professore, vive nel paese degli oppressi; e a un simile paese io appartengo ancora e apparterrò fino all’ultimo respiro»), un tunnel che corre sotto il canale di Suez non ancora completato, Atlantide e il Polo Sud, il Mare dei Sargassi e il terribile maelstrom dei mari del nord che consentirà ai prigionieri di riacquistare la libertà.
Il capitano Nemo è un eroe byroniano, un prometeide, un “superuomo di massa” per dirla con Umberto Eco: pensatore e uomo d’azione, scienziato e vendicatore. Nel corso del romanzo sarà di volta in volta cortese, erudito, inflessibile. Piangerà almeno due volte, come il Corsaro Nero di Salgari, per un compagno morto e per la sua famiglia sterminata da un’innominata potenza alla quale ha giurato odio eterno e della quale affonda una nave con il suo equipaggio. Inglesi con ogni probabilità, come lo era il Rajah bianco avversario di Sandokan: il capitano Nemo, apprenderemo nel successivo L’isola misteriosa che ce lo presenta anziano, invisibile e ubiquo protettore dei naufraghi protagonisti, è il principe indiano Dakkar. Occidentalizzato e amante dell’Occidente, non dell’Inghilterra. Un primo ribelle, una prima incrinatura nelle certezze dei padroni del mondo. 
Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari, traduzione di Enrico Lupinacci, Mondadori, 1995

CITAZIONI
Al Vittoriale, nel 1971. «Una visita interessante al luogo dove visse D’Annunzio: un complesso di edifici, teatro, auditorium, mausoleo, colonnati, archi, terrazze, scale e giardini che non ispirano particolarmente. La casa dove lavorava è indescrivibile. Per cominciare, era così buia, tranne per una stanza, lo studio, che si riusciva appena a procedere a tentoni. Nell’oscurità le cose sembravano fantastiche e macabre: oro e nero; l’orientale mescolato al Rinascimento fiorentino e al Dantismo vittoriano; bambole, figure cinesi, calchi in gesso dorati malamente addobbati di gioielli e drappeggiati con lamé d’oro. Si direbbe il nido d’aquila di un mago nero o il sogno nel cassetto di una checca furiosa.
In ogni punto c’erano file di enciclopedie, migliaia di libri con i suoi motti, sedie per leggere e studiare. Si era divertito a comprare oggetti inutili e magari acquistava quaranta cianfrusaglie in una volta. Dato che era basso, anche i vani delle porte erano bassi e le stanze minuscole.
La mancanza d’aria, la patina un po’ polverosa e l’odore di palline di naftalina causavano una specie di dolore al petto. Dopo due ore a fotografare, ero completamente e assolutamente esausto. Di solito non sono sensibile alle vibrazioni e all’atmosfera, ma questa mi ha dato una sensazione piuttosto maligna».(Ceil Beaton, Molto dipendeva dal futuro).

Berlusconi e l’Utopia. «Nella realtà, il Cavalier Fulvio Lombardoni (il proprietario della tv in cui si esibiscono i ballerini Mastroianni e Masina in Ginger e Fred di Fellini, ndr) è il cavalier Silvio Berlusconi, che supera l’immaginazione di Federico Fellini. Nell’estate del 1986 concede un’intervista a Canale 5, di cui è proprietario.
INTERVISTATRICE: Lei è anche un grande studioso dei classici.
IL CAVALIERE: Ma no, non dica così.
INTERVISTATRICE: Sì, invece, non faccia il modesto. Lei, dottore, ha appena pubblicato un’edizione pregiata dell’Utopia di Tommaso Moro, con una bellissima prefazione e una perfetta traduzione dal latino.
IL CAVALIERE: Be’, in effetti il latino non lo conosciamo tutti, bisogna tradurlo.
Luigi Firpo, 71 anni, studioso di storia rinascimentale, monumento di erudizione, cattedra di Storia delle dottrine politiche all’Università di Torino, è in vacanza e sta facendo zapping. Quando l’intervistatrice legge alcune righe della prefazione di Berlusconi, l’anziano professore la riconosce immediatamente come sua, appena data alle stampe per l’editore Guida di Napoli.
Riesce ad avere una copia edita dalla Silvio Berlusconi Communication e osserva che Berlusconi ha copiato interi brani della prefazione e della traduzione dal latino. Gli scrive intimandogli di ritirare tutte le copie. Berlusconi telefona scusandosi e accusando una segretaria disattenta.
Il vecchio professore minaccia di portarlo in tribunale. Berlusconi cerca di blandirlo, gli telefona un giorno sì e uno no, per sei mesi, raccontandogli barzellette. Lo invita a Canale 5 per parlare del papa. Berlusconi è dietro le quinte con una busta di denaro “per il suo disturbo e per l’onore che ci fa”, busta che il professore sdegnosamente rifiuta. Berlusconi continua: per Natale gli regala una valigetta ventiquattro ore in pelle di coccodrillo con le cifre LF in oro, un enorme mazzo di orchidee e un biglietto: “Per carità, non mi rovini”. Firpo manda tutto indietro con un biglietto: “Preferisco la mia vecchia borsa sdrucita. Quanto ai fiori, per me e mia moglie i fiori tagliati sono organi sessuali recisi”».
(Enrico Deaglio con Ivan Carozzi, C’era una volta in Italia. Gli anni Ottanta).

Enzo Tortora. «Ancora oggi, che siamo in un altro secolo, il solo cognome Tortora evoca abissi in cui il nostro paese si immerse, ma senza uscirne lustrato. Tortora è associato, come spesso succede, a un’altra etichetta, il “caso” (il “caso Tortora”, così come cinque anni prima c’era stato “l’affaire Moro”), come si fa quando comunque bisogna mettere un’etichetta vaga che non scandalizzi troppo. In realtà fu non solo un errore giudiziario clamoroso, ma anche il sintomo di una febbre maligna ben presente in Italia, ma che qui ebbe l’occasione di mostrarsi in tutta la sua ferocia: la tracotanza degli inquisitori, il “plebeismo” nel vedere un potente nella polvere – e siamo mezzo secolo prima dei “leoni da tastiera” dei social network –, il servilismo della stampa, la codardia della politica, la facilità della manipolazione dell’opinione pubblica. Se tutte queste cose vi fanno pensare al tempo presente – gli anni venti del XXI secolo –, ricordiamoci che erano già presenti nelle tragiche e grottesche avventure di Enzo Tortora, che adesso andiamo a raccontare».
Il racconto ve lo andate a leggere, questo è l’inquadramento, il giudizio netto e non sottaciuto sulla vicenda. Il massacro di un innocente nel 1983, la gogna pubblica dell’arrestato predisposta a beneficio di giornalisti e fotografi che si avventano contro il potente nel fango, il credito dato a criminali psicopatici che si “pentono” a caccia di notorietà e sconti, gli svarioni clamorosi durante il processo. Uno solo ne citiamo, esilarante se non mostrasse in maniera tragica l’inadeguatezza dei giudici che, per questo linciaggio, non si sono scusati e non hanno pagato. Su un “pizzino” trovato addosso al vice di Cutolo è appuntato il numero di telefono di un certo Tortora, o forse Tortona. L’accusa non indaga, porta il pizzino come prova a carico dell’imputato. Indaga l’avvocato Raffaele Della Valle, difensore di Tortora, scoprendo che il numero appartiene a un Enzo Tortona di Salerno, che conosceva il luogotenente di Cutolo per via di un’amica comune. Tortona accetta di testimoniare e il presidente del tribunale, diffidente, rivolge al teste una domanda di madornale idiozia: “Scusi signor Tortona, lei che prova ci dà che questo è il suo numero?” E Tortona, serafico: “Presidè, facit ‘o nummr!”.
Inutile dire che Tortora, dopo molte umiliazioni e non poco carcere, ne uscì pulito e con un anno di vita davanti a sé. Contro gli orrori di allora (e di oggi), una rievocazione e una prova di giornalismo civile che dà fiato ai fatti senza separarli dalle opinioni.
(Enrico Deaglio con Ivan Carozzi, C’era una volta in Italia. Gli anni Ottanta)

INCIPIT
Nel 2006 il bimestrale American Book Review ha stilato una lista dei cento migliori incipit di tutti i tempi. Si può leggere online (americanbookreview.org/100BestLines.asp). Trascrivo i primi dieci cominciamenti: 
1) Chiamatemi Ismaele. (Herman Melville, Moby Dick).

2) È una verità universalmente riconosciuta che a uno scapolo, se provvisto d’un certo patrimonio, ciò che manca è una moglie… (Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio). 

3) Un grido s’avvicina, attraversando il cielo… (Thomas Pynchon, L’arcobaleno della gravità).

4) Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva portato a conoscere il ghiaccio… (Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine).

5) Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia… (Vladimir Nabokov, Lolita).
6) Tutte le famiglie felici sono felici allo stesso modo; ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo… (Lev Tolstoj, Anna Karenina).
7) fluidofiume, passato Eva ed Adamo, da spiaggia sinuosa a baia biancheggiante, ci conduce con un più commodus vicus di ricircolo di nuovo a Howth Castle Edintorni… (James Joyce, Finnegan’s Wake). 

8) Era un luminoso, freddo giorno d’aprile e gli orologi battevano l’una. Winston Smith, che teneva il mento contro il petto nel tentativo di ripararsi dal vento gelato, s’infilò rapidamente nel portone dello stabile… (George Orwell, 1984). 

9) Era il tempo migliore di tutti, era il tempo peggiore di tutti, era l’età della saggezza, era l’età dell’idiozia, era l’epoca della fede, era l’epoca dell’incredulità, era la stagione della Luce, era la stagione delle Tenebre, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione…
(Charles Dickens, Racconto di due città). 

10) Io sono un uomo invisibile… (Ralph Ellison, Uomo invisibile).
È una lista opinabile, dite? Certo, come tutte le liste. Gli incipit indiscutibili o, se volete, i meno incongrui in vetta alla lista, sono secondo me i numeri 1, 2, 4, 5 e 6. Per tutti gli altri esistono alternative più soddisfacenti. Posto che ci si metta d’accordo su quali requisiti un incipit debba possedere. Lo fanno, con esiti divertenti e soddisfacenti, Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi e Antonio Stella in Incipit. 2001 modi per iniziare un romanzo (Skira, 2018), il più bello dei libri dedicati agli inizi dei romanzi.
Nella classifica di ABR c’è un solo italiano su cento, al quattordicesimo posto: Italo Calvino, con una scelta modaiola («Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino…»). Si poteva fare di più e si poteva fare meglio, anche soltanto con Calvino («Amerigo Ormea uscì di casa alle cinque e mezzo del mattino. La giornata si annunciava piovosa», La giornata di uno scrutatore). 

Così, dopo aver confessato il mio incipit preferito («Il sole splendeva, senza possibilità di alternative, sul niente di nuovo», Samuel Beckett, Murphy) propongo, e continuerò nei prossimi mesi, dieci incipit italiani che mi sono piaciuti.
1) Gli ho detto: “Dimmi la verità”, e ha detto: “quale verità”, e disegnava in fretta qualcosa nel suo taccuino e m’ha mostrato cos’era, era un treno lungo lungo con una grossa nuvola di fumo nero e lui che si sporgeva dal finestrino e salutava col fazzoletto. Gli ho sparato negli occhi.
(Natalia Ginzburg, È stato così).
2) Per la fame. Siamo venuti giù per la fame. E perché se no? Se non era per la fame restavamo là. Quello era il paese nostro. (Antonio Pennacchi, Canale Mussolini).
3) Alle 7 del mattino Carl’Alberto entrò nella stazione di Roma e gridò: “Facchino!”.Un facchino si voltò risentito. “Dice me?” fece. “Facchino sarà lei”. (Achille Campanile, Ma cos’è questo amore?).
4) La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba. Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo. (Beppe Fenoglio, Una questione privata).
5) L’amore ha lo stesso meccanismo del gratta e vinci. (Aldo Nove, Puerto Plata Market).
6) A tredici anni non conoscevo più l’altra mia madre. (Donatella Di Pietrantonio, L’Arminuta).
7) Si fa presto a dire: quella è una slandra, una donna da rifiuti. (Alberto Bevilacqua, La Califfa).
8) Il procuratore Varga era impegnato nel processo Reis, che durava da circa un mese e si sarebbe trascinato per almeno altri due, quando in una dolcissima sera di maggio, dopo le dieci e non oltre la mezzanotte secondo testimonianza e necroscopia, lo ammazzarono. (Leonardo Sciascia, Il contesto).
9) Se ne stava rannicchiato fra due auto in sosta e aspettava il prossimo colpo cercando di coprirsi il volto. (Giancarlo De Cataldo, Romanzo criminale).
10) C’era una volta… “Un re!” diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. (Carlo Collodi, Pinocchio).

POESIA

Samuel Taylor Coleridge. Da ragazzo, Beppe Fenoglio l’ho incontrato per la prima volta come traduttore. Della Ballata del vecchio marinaio, che Samuel Taylor Coleridge (1772-1834) pubblicò nel 1798, a ventisei anni, nelle Ballate liriche scritte a quattro mani con William Wordsworth. Quella raccolta, questo poemetto (e una celebre introduzione di Wordsworth) furono il manifesto del romanticismo inglese. Di Coleridge non ho letto molto: ricordo la visionaria Kubla Khan in cui incontrai Xanadu (ma non era la prima volta, da ragazzo leggevo più fumetti che poeti romantici e Xanadu era anche la residenza di Mandrake) e la magica Christabel.
Allora non ci feci troppo caso, ma il vecchio marinaio mi è entrato sotto pelle. Lo rileggo ogni tanto con lo stesso incanto della prima volta, e ogni volta con qualche sorpresa supplementare: se da ragazzo mi affascinavano le assonanze con le ballate popolari inglesi e scozzesi (Sir Cauline e Sir Patrick Spens), in seguito ci ho visto anticipata la fascinazione orrorifica del ghiaccio (dal Gordon Pym di Poe a Cristallo di rocca di Stifter), la putredine che sarebbe stata tanta parte dei Fiori del male, il vascello fantasma di Wagner, l’albatros (ancora Baudelaire), il bateau ivre di Rimbaud, i pirati nichilisti del giovane Brecht che marciscono vivi in una deriva infinita.
Questa bella versione di Fenoglio, pubblicata nel 1964 da Einaudi (ma lo hanno tradotto anche Praz, Luzi e Giudici) abolisce le rime ma rende bene il ritmo della composizione originale (quartine di tetrapodie e tripodie giambiche, ad essere pignoli). E cerca, nella struttura narrativa del poemetto, un clima diverso dalla serra un po’ soffocante della lirica italiana (qualche decennio prima Pavese aveva cercato altri climi e altre metriche in America, specchiandosi in Whitman).
Lo affascina quell’atmosfera da sagra paesana in cui irrompe il soprannaturale: il vecchio marinaio, un po’ Caino e un po’ ebreo errante, che blocca l’invitato a una festa nuziale per raccontargli la sua storia di colpa, sortilegio ed espiazione.

«Salutati alla voce, fuori del porto,
Allegramente ci lasciammo a poppa,
La chiesa e la collina
E la torre del fanale.
Il Sole spuntava a sinistra,
Usciva dritto dal mare!
Splendeva forte e quindi sulla destra
Si rituffava in mare.
Alto, di giorno in giorno più alto,
Finché fu a picco sul maestro a mezzodì». –
L’Ospite qui prese a battersi il petto
Ché gli arrivava il gran suono del fagotto.
Ecco la sposa comparire in sala,
Rossa come una rosa;
Le vanno innanzi, dondolando il capo,
Gli allegri chitarranti.
L’Invitato si picchia forte il petto,
Ma non c’era verso di staccarsi;
E il vecchio seguitò a parlare,
il Marinaio dall’occhio tizzone.
«Ci piombò addosso la tempesta, ed era
Forte e tiranna:
C’investì con le sue ali rapinose,
E giù giù ci cacciava verso sud. (…)

Il vecchio marinaio e i suoi compagni navigano verso l’Antartico. L’uccisione di un albatro da parte del Vecchio (un atto gratuito che sconvolge l’ordine naturale del creato) attira la sciagura sull’equipaggio. Incrociano una nave fantasma: a bordo ci sono la Morte e la Morte-in-Vita, che si giocano a dadi i marinai. Sopravvive soltanto il Vecchio, conteso tra angeli e spiriti. Si salva quando, alla vista dei serpenti di mare, scorge anche in loro la bellezza degli esseri viventi e li benedice (quando, fuor di metafora, allarga gli orizzonti della razionalità per accogliere in sé lo straordinario). Aiutato da uno stuolo di serafini che infondono un’apparenza di vita nell’equipaggio morto, il Vecchio arriva a casa. E davanti all’approdo, dove lo attendono un pilota e un Eremita che lo soccorrono, la nave si inabissa. A terra, il Vecchio Marinaio espierà narrando e rinarrando la sua storia, perché chi la intende abbia la stessa reazione dell’ospite al banchetto nuziale:

Il Marinaio dall’occhio fulminante,
dalla barba brinata dall’età,
Fa la sua strada; e adesso l’Invitato
Volta le spalle all’uscio dello Sposo.
Andava come colui che per un colpo
In testa brancoli fuor di sentimento;
L’indomani mattina si levò
Più triste e più saggio.

Coleridge rivide e limò la ballata per tutta la vita. E nel 1834 inserì, tra strofa e strofa, una serie di didascalie in prosa che ne accentuarono, contrappuntandolo, il tono insieme narrativo e sapienziale. Povera sapienza, infantile morale, si dirà, anche se oggi non spiacerebbe ad animalisti e adepti dei tanti idromassaggi dell’anima che circolano: rispettare anche la creatura più insignificante. Morale rispettabile, ma non è questo, credo, a fare il fascino della ballata.
Quanto piuttosto l’inglese primigenio e incantato, la musicalità delle ripetizioni, il fascino di una narrazione che si muove tra vaste zone d’ombra (come le ballate popolari) e, allo stesso tempo, vince la scommessa di raccontare con piglio realistico l’irraccontabile. Come quando dà voce agli angeli che abbandonano la nave:

Aleggiò intorno ognuno di quei suoni,
Quindi sfrecciò alla volta del Sole;
E adagio i suoni tornarono giù,
Ora frammisti ed ora separati.
Talvolta udivo gocciolar dal cielo
Il canto dell’allodola,
Un’altra tutti gli uccelletti che sono,
Talmente empiva e mare ed aria
Quel loro dialetto soave.
E un poco erano tutti gli strumenti
Insieme, e un poco un flauto solo;
E ancora un cantar d’angelo
Per cui si fanno muti i cieli.

Il fascino della ballata, in sintesi, sta nel romanticismo come lo concepisce Coleridge: «Gli avvenimenti e le azioni devono essere, almeno in parte, soprannaturali; e per ottenere l’eccellenza bisogna conferire alle passioni la verità drammatica di quelle emozioni che accompagnerebbero naturalmente le situazioni, se queste fossero reali». Dante avrebbe detto, con maggiore sintesi: «Trattando l’ombre come cosa salda».

Konstantinos Kavafis. Scelgo, fra le diverse traduzioni di Kavafis (1863-1933) – di Filippo Maria Pontani, di Nelo Risi – quella dell’ottimo Nicola Crocetti (la rivista Poesia, la più importante in Italia tra quelle dedicate ai versi, la fa lui), pubblicata da Einaudi nel 2015. La silloge è raccomandabile, meriti del traduttore a parte, perché propone il canone di Kavafis nella sua integralità: le 154 poesie scelte e “accettate” dall’autore, con una buona selezione di “Poesie nascoste” e di “Poesie rifiutate”.
Greco di Alessandria d’Egitto, ultimo di nove figli di un mercante costantinopolitano le cui fortune evaporarono, Kavafis trascorse la prima giovinezza a Londra. In seguito, a parte brevi soggiorni a Parigi, Istanbul e Atene, non si allontanò mai dalla sua città. Uomo coltissimo e lettore instancabile dei classici greci e bizantini, non fu però un letterato di professione. Dopo un esordio da broker, lavorò come impiegato all’ufficio irrigazione del ministero dei lavori pubblici: l’Egitto era allora colonia britannica. Apparentandosi così a un altro grande del ‘900, l’impiegato Pessoa che traduceva lettere per una ditta di import-export (ma formazione assai poco accademica ebbero anche molti dei nostri maggiori: Montale era ragioniere, Quasimodo geometra). 
Kavafis ebbe una vita priva di eventi, tutta riassunta dalla sua opera che venne pubblicata postuma. In vita, le sue poesie erano stampate una per una e distribuite a pochi amici; per creare le sue raccolte, il poeta le spillava in ordine cronologico.
Poco amato in patria agli inizi e diventato in seguito un monumento (alla sua fama contribuirono soprattutto gli inglesi: Forster, Bowra, Auden), Kavafis adopera, cito Crocetti, «un amalgama di lingua colta e popolare, che conferisce al suo lessico la levigatezza e le screziature del marmo». 
E costruisce verso dopo verso una sorta di Iliade rovesciata, ma anche una sorta di Spoon River dell’ecumene greca: i dimenticati e i vinti, gli eroi in ombra dalla madrepatria alle colonie, passando per l’Egitto e la Giudea ellenizzata, facendo scalo tra i fenici e in Persia, trascorrendo sulle sponde del mar Nero e negli effimeri regni successivi ad Alessandro Magno, risalendo le genealogie degli imperatori e dei cortigiani di Bisanzio.
“Poeta storico”, come si definiva, di forte e asciutta venatura etica. Poco propenso all’elogio della fuga e della smemoratezza.

Dicesti: «Andrò in un’altra terra, su un altro mare.
Ci sarà una città meglio di questa
Ogni mio sforzo è una condanna scritta; 
e il mio cuore è sepolto come un morto.
In questo marasma quanto durerà la mente?
Ovunque giro l’occhio, ovunque guardo
vedo le nere macerie della mia vita, qui
dove tanti anni ho trascorso, distrutto e rovinato».
Non troverai nuove terre, non troverai altri mari.
Ti verrà dietro la città. Per le stesse strade
girerai. Negli stessi quartieri invecchierai;
e in queste stesse case imbiancherai.
Finirai sempre in questa città. 
Verso altri luoghi – non sperare –
non c’è nave per te, non c’è altra via.
Come hai distrutto la tua vita qui
in questo cantuccio, nel mondo intero l’hai perduta.

Poeta consapevole del trascorrere del tempo e della vanità del potere, orgoglioso dello straordinario e sommerso lascito greco. E poeta di amori furtivi (“illeciti”, sono ancora parole sue), in un canzoniere omoerotico di nostalgica e trepidante bellezza.

Ieri, passeggiando per un quartiere
fuori mano, passai sotto la casa
dove giovanissimo entravo. 
Là si era preso il mio corpo Amore
con la sua forza prodigiosa.
E ieri,
quando passai da quella vecchia strada,
per l’incanto d’amore divennero più belli
negozi, marciapiedi, pietre,
e muri, e balconi, e finestre;
nulla di brutto vi rimase più.
E mentre stavo lì, guardando quella porta,
e mi attardavo lì, sotto la casa,
da tutto il mio essere sprigionava
l’emozione sensuale accumulata.

Alcune poesie di Kavafis sono molto note. Per esempio la straordinaria Aspettando i barbari. Oppure la profetica e spiazzante In una grande colonia greca, 200 a.C., che pare un presagio di nostri governi recenti. Io qui ne scelgo ancora due che lo rappresentano in maniera adeguata.

Termopili

Onore a quanti nella loro vita
si fecero custodi delle Termopili,
senza mai venir meno a quel dovere.
Integri e giusti nelle loro azioni,
ma sempre con pena e compassione; 
generosi se ricchi, e generosi
sia pur con poco se indigenti,
soccorrevoli quando possono;
pronunciando sempre la verità,
ma senza detestare i mentitori.
E sono degni di più grande onore
se prevedono (e molti lo prevedono)
che all’ultimo comparirà un Efialte
e comunque i Persiani passeranno.

Efialte era il traditore che nel 480 a.C. consegnò i difensori spartani comandati da Leonida ai persiani di Serse.

Itaca

Se ti metti in viaggio per Itaca
augurati che sia lunga la via,
piena di conoscenze e d’avventure.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi
o Posidone incollerito:
nulla di questo troverai per via
se tieni alto il pensiero, se un’emozione
eletta ti tocca l’anima e il corpo.
Non incontrerai Lestrigoni e Ciclopi,
e neppure il feroce Posidone,
se non li porti dentro, in cuore,
se non è il cuore a alzarteli davanti.
Augurati che sia lunga la via.
Che siano molte le mattine estive
in cui felice e con soddisfazione
entri in porti mai visti prima;
fa’ scalo negli empori dei Fenici
e acquista belle mercanzie,
coralli e madreperle, ebani e ambre,
e ogni sorta d’aromi voluttuosi,
quanti più aromi voluttuosi puoi;
e va’ in molte città d’Egitto,
a imparare, imparare dai sapienti.
Tienila sempre in mente, Itaca.
La tua meta è approdare là.
Ma non far fretta al tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni;
e che ormai vecchio attracchi all’isola,
ricco di ciò che guadagnasti per la via,
senza aspettarti da Itaca ricchezze.
Itaca ti ha donato il bel viaggio.
Non saresti partito senza lei.
Nulla di più ha da darti.
E se la trovi povera, Itaca non ti ha illuso.
Sei diventato così esperto e saggio,
e avrai capito che vuol dire Itaca. 

Primo Levi. Chimico, scrittore, ex deportato ad Auschwitz. Anche poeta, il grande e giusto Primo Levi (1919-1987). «In alcuni momenti, la poesia mi è sembrata più idonea della prosa per trasmettere un’idea e un’immagine. Non so dire perché, e non me ne sono mai preoccupato: conosco male le teorie della poetica, leggo poca poesia altrui, non credo nella sacertà dell’arte, e neppure credo che questi miei versi siano eccellenti. Posso solo assicurare l’eventuale lettore che in rari istanti (in media, non più di una volta all’anno), singoli stimoli hanno assunto naturaliter una certa forma, che la mia metà metà razionale continua a considerare innaturale» ha scritto nella premessa alla raccolta dei suoi versi (L’osteria di Brema, Scheiwiller, 1975; poi Ad ora incerta, Garzanti, 1998; infine in Opere II, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, 1997). Qui propongo la sua prima poesia, Crescenzago, datata febbraio 1943.
Crescenzago è un quartiere nella periferia nord-est di Milano. Ci ho passato vent’anni della mia vita lavorativa, dal 1987 al 2006, alla Rizzoli. Levi ci trascorse un anno tra il 1942 e il 1943, prima di essere arrestato in Val d’Aosta dov’era partigiano e deportato in Germania, presso la sede milanese della società svizzera Wander, quella dell’Ovomaltina: era incaricato di studiare farmaci contro il diabete. In una poesia giovanile dall’apparenza ironico-crepuscolare c’è già una zampata: “A Crescenzago ci sta una finestra”. Crescenzago come l’anti Marechiaro.

Tu forse non l’avevi mai pensato,
Ma il sole sorge pure a Crescenzago. 
Sorge, e guarda se mai vedesse un prato,
O una foresta, una collina, o un lago;
E non li trova, e con il viso brutto
Pompa vapori dal Naviglio asciutto.
Dai monti il vento viene a gran carriera,
Libero corre l’infinito piano.
Ma quando scorge questa ciminiera
Ratto si volge e fugge via lontano
Ché il fumo è così nero e attossicato
Che il vento teme che gli mozzi il fiato.
Siedon le vecchie a consumare l’ore
E a numerar la pioggia quando cade.
I visi dei bambini hanno il colore
Della polvere spenta delle strade,
E qui le donne non cantano mai,
Ma rauco e assiduo sibila il tranvai.
A Crescenzago ci sta una finestra,
E dietro una ragazza si scolora.
Ha sempre l’ago e il filo nella destra,
Cuce e rammenda e guarda sempre l’ora.
E quando fischia l’ora dell’uscita
Sospira e piange, e questa è la sua vita.
Quando nell’alba suona la sirena
Strisciano fuor dai letti scarmigliati.
Scendono in strada con la bocca piena,
Gli occhi pesti e gli orecchi rintronati; 
Gonfian le gomme della bicicletta
Ed accendono mezza sigaretta. 
Da mane a sera fanno passeggiare
La nera torva schiacciasassi ansante,
O stanno tutto il giorno a sorvegliare
La lancetta che trema sul quadrante.
Fanno l’amore di sabato sera
Nel fosso della casa cantoniera.

Primo Levi / 2Levi è anche autore di una bellissima versione della ballata scozzese Sir Patrick Spens che qui riproduco, risalente al 1600 e tra le fonti che ispirarono la Ballata del vecchio marinaio di Coleridge. Francis James Child (1825-1896), il grande folclorista e filologo americano al quale si deve la catalogazione dell’immenso corpus di ballate popolari inglesi e scozzesi (Sir Patrick Spens è la Child 58) ne rintraccia l’antefatto storico: un viaggio per mare del 1281 conclusosi con un naufragio, intrapreso per condurre Margaret, figlia di Alessandro III di Scozia, in Norvegia dove era destinata a diventare moglie del re Eric, anche se la ballata dice il contrario, una principessa norvegese che dovrebbe sposare il re scozzese. Sir Patrick Spens è stata incisa da molti illustri nomi del folk e del folk-rock inglese e si trova facilmente su YouTube: le versioni che preferisco sono quelle di Nic Jones, June Tabor, Martin Carthy e dei Fairport Convention (nel capolavoro Liege & Lief, voce solista la grande Sandy Denny).

LA PARTENZA

Il re tien corte a Dunfermline,
Tutti bevono a prova.
«Trovatemi un buon marinaio
Per la mia nave nuova».
Si leva e parla un cavaliere
Alla destra del re:
«Sir Patrick Spens è un marinaio
Che meglio non ce n’è».
Ha scritto il re una lunga lettera,
L’ha fatta sigillare;
Sir Patrick cercano, e lo trovano
Sulla riva del mare.
«In Norvegia, in Norvegia,
In Norvegia sull’onda.
La figlia del re di Norvegia
Portatemi a questa sponda».
Sir Patrick legge una parola
E gli si allegra il cuore,
E poi ne legge una seconda
E piange di dolore.
«Chi sarà stato che ha parlato
Al re del mio talento?
Ora ci tocca di partire
Nella stagione del vento.
«Sia pioggia o neve, vento o grandine,
La nave ha da salpare.
La figlia del re di Norvegia
Dobbiamo qui portare».
In tutta fretta son partiti
Ed era un lunedì.
Han preso terra là in Norvegia
ch’era mercoledì.

IL RITORNO

«Orsù siate pronti miei buoni compagni
partiamo domani mattina».
«Io temo, Signore, una grande tempesta
Sento che s’avvicina.
Ho visto ieri la luna nuova
Con la vecchia fra i corni.
Signore, se partiamo temo
Che nessuno ritorni».
Avevan forse fatto un miglio, 
Un miglio e forse no,
Si fece scuro e nacque un vento,
E il mare si arruffò.
Si strappa l’ancora si spacca l’albero
Si sfondano le murate:
Il mare dentro si precipita,
Son tutte sgretolate.
«Portate un panno di buona seta
E un rotolo di stoppa,
Stoppate bene tutto in giro
La falla che c’è a poppa».
Hanno portato del buon panno,
Han portato la stoppa,
Ma l’acqua seguita ad entrare
Dalla falla di poppa.
Ahi quanto spiacque ai cavalieri
Bagnare gli alti tacchi!
Ma presto l’acqua giunse a spegnere
I loro fieri pennacchi.
E quante coltri di piumino
Vennero a galleggiare,
E quanti figli di gran dame
Si videro annegare!
Ahi quanto a lungo aspetteranno
Le dame biancafronte
Prima che scorgano la nave
Spuntare all’orizzonte!
E aspetteranno le donzelle
Dai pettini dorati,
Perché mai più ritorneranno
I loro innamorati.
A dieci miglia da Aberdour
E fondo cento piedi,
E laggiù dorme Sir Patrick Spens
Con i suoi cavalieri.

Wallace Stevens. Che lavoro fanno i poeti quando non fanno i poeti di professione? Wallace Stevens (1879-1955) fece l’assicuratore. Meglio, l’avvocato di assicurazioni presso la Hartford Accident and Indemnity Company di Hartford, Connecticut, dove entrò nel 1919 e dove lavorò fino alla morte, divenendone vicepresidente nel 1934. Personaggio resistente a biografi e biografie, Wallace Stevens: un alto funzionario che scriveva nel tragitto da casa al lavoro, o di sera dopo aver sbrigato le pratiche della sua compagnia. Un repubblicano che ammirava Howard Taft, il più che massiccio conservatore che succedette a Teddy Roosevelt come presidente degli Stati Uniti. Un uomo dalla vita quieta e appartata, “uneventful”, in una cittadina del New England. 
Eppure qualcosa affiora, sotto la scorza dell’anonimato borghese: un matrimonio d’amore con un’ex dattilografa che fu modella per una moneta da mezzo dollaro e che il padre di Stevens, avvocato di grido, considerava inferiore di censo. Il poeta non la prese bene: ruppe i rapporti con la famiglia d’origine e non li riallacciò più. E il matrimonio non fu sciolto neppure a causa dei problemi psichiatrici di lei. 
Stevens polemico e mordace. Lo si intuisce dai giudizi bruschi: su Eliot che non amava, sul trascendentalismo, su Walt Whitman che pure fu uno dei suoi “demoni segreti” con Emerson ed Emily Dickinson. Lo si intuisce da alcuni aneddoti: le liti feroci con l’emersoniano Robert Frost, in Florida. Una scazzottata con Hemingway sempre a Key West, in cui Stevens ebbe la peggio e si ruppe una mano. 
Poeta privato che scriveva «in definitiva per un solo lettore», Stevens pubblicò la sua prima raccolta, Harmonium, relativamente tardi: nel 1923, a 44 anni. Ai margini della scena letteraria, considerato a torto negli anni ‘30-‘40 un dandy estetizzante, e subito dopo un nichilista, ebbe il riconoscimento più importante, il Pulitzer per i Collected poems, nel 1955, l’anno della morte. E una consacrazione postuma che gli ha fatto scavalcare d’un balzo (lo dice Harold Bloom, il suo critico più entusiasta assieme a Frank Kermode) Eliot, Pound e William Carlos Williams (che, sia detto per inciso, continuo a preferirgli). Qui in Italia arrivò (Mattina domenicale e altre poesie, Einaudi, prima traduzione in assoluto in un’altra lingua) portato dallo slavista e antifascista Renato Poggioli, al quale si deve la fondamentale antologia Il fiore del verso russo.
Stevens è il poeta del “qui ed ora”, della nuda essenza delle cose. Un negatore di mitologie e trascendenze, un metafisico dell’immanenza. Qui di seguito, una mia versione di Era quieta la casa, calmo il mondo.

Era quieta la casa, calmo il mondo.
Divenne libro il lettore, e la notte

estiva di quel libro era l’essenza.
Era quieta la casa, calmo il mondo.

Quasi senza più libro le parole
fluivano, anche se il lettore chino

sulla pagina voleva diventare
lo studioso a cui il libro dice il vero,

a cui la notte d’estate è perfetta
come un pensiero. Era quieta la casa.

Era parte del senso e della mente
la quiete, porta d’ingresso perfetta

alla pagina. Ed era calmo il mondo.
La verità in un mondo calmo, senza

altro significato, diventa essa stessa
quieta notte d’estate, diventa il lettore
che tira tardi chino sulla pagina.

UN AUTORE A PUNTATE / JANE AUSTEN (3)

Amore e quattriniRagione e sentimento, in inglese Sense and sensibility, è il primo romanzo che Jane Austen pubblica. È il 1811, l’autrice ha 38 anni e lo ha fatto stampare a proprie spese guadagnandoci 140 sterline. A conferma del favore con cui viene accolto, nel 1815 lo traducono in francese. La genesi è tuttavia più complicata: la prima stesura, in forma di romanzo epistolare alla maniera settecentesca (Clarissa di Richardson, ma non solo) intitolato Elinor and Marianne, è del 1794, quando l’autrice ha diciannove anni, il rimaneggiamento nel corso degli anni sarà costante. Scenario è la campagna inglese non ancora devastata dalla rivoluzione industriale, ambiente la piccola e media borghesia alla quale Austen, figlia di un religioso, appartiene. Pur nelle lievi imperfezioni dell’opera giovanile, nella formalità di certi dialoghi e nella rigidità di certi personaggi, Ragione e sentimento è romanzo acuto e double face, in cui sotto la buccia della commedia di costume (e del romanzo di formazione, di educazione social-sentimentale) emerge la “pacata osservazione dell’animale sociale che è l’uomo” (David Daiches). 
Protagoniste sono due sorelle, la savia e raziocinante Elinor e l’impulsiva e “romantica” Marianne Dashwood, che si ritrovano in ristrettezze alla morte del padre, un possidente che ha lasciato terreni e beni al figlio maschio John, egocentrico e manipolato dalla moglie ma non cattivo (“a meno che non si veda una cattiva disposizione in una certa freddezza e in un certo egoismo” annota perfida Austen) che le porta ad abbandonare la casa dove hanno vissuto per vent’anni.
Elinor si innamora di Edward Ferrars, mite pacato e all’apparenza incolore cognato di John Dashwood. Sentimento disapprovato dalla minore Marianne che anela all’amore passionale e “sublime” e lo troverà nel galante e seduttivo John Willoughby. Per le due ragazze le cose si mettono presto male: Edward è segretamente fidanzato con una giovane, Willoughby è un piccolo gaglioffo (Austen ne metterà in scena uno assai peggiore in Orgoglio e pregiudizio) che sparisce da un giorno all’altro per convolare a nozze con un’ereditiera. 
Elinor soffre ma non lo dà a vedere, Marianne si ammala di delusione e sta per soccombere. Si salveranno tutte e due. Edward, legato a una donna che non ama più da un’etica da gentiluomo (teme di disonorarla se la abbandona) si ritrova libero quando sua madre, disapprovando il fidanzamento, lo disereda e la fidanzata arrampicatrice lo lascia per il fratello minore, nuovo erede. Convolerà a nozze con Elinor e, dotato di una piccola rendita e di un beneficio ecclesiastico, sarà felice con lei. E Marianne, corteggiata dal maturo colonnello Brandon, che non saprà declamare in maniera magniloquente le poesie ma si rivela innamorato devoto e discreto e vicino soccorrevole, sarà traghettata nell’età adulta della ragione, conservando e affinando la gioventù del sentimento.
Detta così, sembra la trama di un Harmony. E invece il fascino sta tutto tra le righe, nello sguardo acuto dell’indagatrice di microcosmi Jane Austen, che mette in scena il conflitto tra spontaneità e convenzione, tra etica individuale e convenienza sociale. L’approdo alla maturità è ambiguo: forse resa o rassegnazione, per le donne che mantengono un posto nel mondo soltanto sposandosi, forse maturazione-ragione per un’autrice poco o niente affascinata dalla rêverie romantica. È un realismo antisentimentale, quello di Austen: che privilegia la concretezza, la vita di tutti i giorni; che tratteggia la crescita (o la stasi, o il regresso) degli individui dentro la loro cerchia. E prende di mira con affettuosa ironia, senza cattiveria (ma la mira è precisa, i colpi centrano sempre il bersaglio) le mode del momento: in questo caso l’entusiasmo per la bellezza pittoresca, il culto incontrollato del sentimento cari ai romanzi d’amore più corrivi; in altri romanzi (L’abbazia di Northanger) la fascinazione per il macabro e l’orrorifico della gothic novel anch’essa di moda. Da questo punto di vista, Marianne potrebbe essere una Bovary in fieri, Elinor è un’anti-Bovary.
C’è poi, nell’appartata Austen, una consapevolezza acuta (oggi potremmo dire premarxista, anche se a lei avrebbe fatto orrore) del potere del denaro, metro di misura di tutto e modellatore delle convenzioni sociale, struttura in grado di determinare le sovrastrutture borghesi. Si legga il primo capitolo del romanzo: un libro contabile, antiromantico ma illuminante. Attenti alle signorine, che ne sanno quasi sempre una più di voi.
Jane Austen, Ragione sentimento, traduzione di Stefania Censi, a cura di Malcolm Skey, Theoria, 1991

(Visited 21 times, 1 visits today)