Pandora: i frammenti del corpo del mondo

In Teatro

I Gordi tornano al Franco Parenti con uno spettacolo che trasforma un non-luogo in un vaso di umanità: recuperando la lezione del teatro di gesto, ci raccontano, più di quanto le parole potrebbero farlo, mentre ci fanno ridere di noi. In scena fino al 12 luglio

“Leave me as you find me” recita un cartello appeso al muro del più simbolico e antipoeitico dei non luoghi: un bagno pubblico. Una frase che forse può valere, benché lo spettacolo sia precedente, come una strizzata d’occhio all’imminente debutto dei Gordi a New York? In realtà diventa una chiave di lettura, da stabilire se per coerenza o per contrasto, del ritorno di uno dei testi più noti della compagnia residente del Teatro Franco Parenti nel corso della lunga stagione estiva del teatro di via Pier Lombardo, il cui lavoro recupera, piuttosto che lodarsi in ottica futura, la forza di un certo classico. Il sapere antico del mimo, per evocare una risata a cui non servono parole, invece centellinate e tutte pronte ad affacciarsi come per caso in bilico fra le lingue: inglese, francese, spagnolo e tedesco. Ma prendono spazio soprattutto i gesti e le posture, in cui provano – o forse no – a farsi capire tutti i frammenti di varia umanità. La compagnia diretta da Riccardo Pippa la fa incontrare – o meglio tangersi – per qualche istante nel luogo più intimo e strutturalmente impudico che attraversiamo ogni giorno, e per questo diventa il più eloquente vaso di Pandora da cui liberare i tipi umani, pronti a disperdersi in un istante breve quanto quello in cui hanno diviso, e dato senso, allo  spazio anonimo tra orinatoi,  lavandini e bugigattoli costruito da Anna Maddalena Cingi. Allo spettatore ricostruire tutto quanto accade fuori, nelle vite di chi arriva con lo zaino dei camminatori, la valigia di chi viaggia o la ventiquattrore del dirigente d’azienda, intorno a quel momento e a quello spazio. A suo modo anche questa forse è un’evocazione dell’unità drammaturgica richiesta dal teatro classico – unico appiglio concesso dalla compagnia e quanto possono raccontare, oltre i corpi, gli abiti di Ilaria Ariemme.

Dentro una vastissima teoria di maschere, le stesse portate ogni giorno da ciascuno nel suo stesso volto, stiamo forse cercando di recuperare qualcosa che abbiamo gettato, terrorizzati come il germofobo di contaminarsi con la realtà. Non può che essere lui il primo ad entrare in scena. Per questo forse, i tic e le manie condensate in scena da Claudia Caldarano, Cecilia Campani, Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti, Matteo Vitanza, Ironici è perfettamente padroni del proprio mezzo espressivo, procurano la risata immediata e irrazionale dello spiazzamento. I Gordi stupiscono forse anche perché recuperano il corpo come linguaggio, il quale per essere anche grottesco e surreale deve, come nel loro lavoro, essere molto ben gestito, senza però pretendere di attribuire a quella lingua sovracostruzioni sterili.

Giocano e scherzano con i loro corpi, trasformati o nudi – valga per tutti la messa in scena, esplicita e letterale del concetto di canto a cappella – lasciando che ci si chieda dove volesse andare la scelta di fare attraversare lo spazio del bagno pubblico da sposi e ballerine di flamenco, senzatetto e trampolieri senza soluzione di continuità, proprio come succederebbe in un giorno qualunque in un punto di passaggio di una località senza nome. Con il loro tenere insieme scioglilingua, istantanee di solitudini, marginalità sottilmente disperate e figure demenziali, i Gordi generano l’enfatico entusiasmo da cui viene accolto il finale, ma anche una riflessione senza lezioni didascaliche. Uno spettacolo popolato da una enorme quantità del personaggi, forse persino sovrabbondante, tanto più che non si fa mancare nemmeno un affaccio sull’onirico e gli elefanti col singhiozzo, e – avvicinandosi al finale – un ritorno alle lingue che tutte insieme si trasformano in una sorta di grammelot, ma proprio come per chi lo sa far bene, il corpo è sufficiente a capire o a immaginare di averlo fatto. Pandora è uno spettacolo sorprendente che rinnova e rovescia i codici, li rimastica e poi trasforma in qualcosa di diverso e personale. Certo lascia più interrogativi che chiavi di comprensione, se non che forse per recuperare anche dalla spazzatura quanto sì era perso all’inizio, bisogna aver attraversato la vita nei suoi infiniti e inaspettati volti.

ph. Noemi Ardesi