Attraversare, di corsa, le verità dell’amore. Come nei giorni migliori

In Teatro

Torna al Parenti fino al 3 maggio il testo giustamente più applaudito degli ultimi anni: due attori in stato di grazia e una scrittura matura e sapiente, per attraversare un amore nella più commuovente sincerità

Quale può essere il linguaggio del corpo di un amore che consenta di portarlo sulla scena senza farne un guscio vuoto retorico. Diego Pleuteri sceglie quello frenetico e vitale che è proprio degli inizi, ma non solo, Sceglie. con una prosa naturale ma ben cesellata la verità radicale che è propria dei ragazzi – al netto della loro anagrafe – che all’incontro con l’altro mettono sul piatto le proprie paure, e insieme tutte le incertezze della loro generazione. Non è certo un caso se Come nei giorni migliori, lo spettacolo forse – meritatamente – più applaudito delle ultime stagioni teatrali, che torna al Teatro Franco Parenti fino al 3 maggio inizia con un goffo quanto tenero orecchio teso dietro la porta nello studio di uno psicoterapeuta e con il terrore, dall’altra parte, di chi si sente stanato nelle proprie segrete angosce. Né è casuale che il racconto della fenomenologia di un amore passi prima da un reciproco spogliarsi, non solo simbolico, delle difese come degli abiti per provare a vestire i panni e camminare nelle scarpe dell’altro, vestendo però quelli dentro cui ogni giorno ciascuno recita la propria parte. 

Alessandro Bandini e Alfonso De Vreese – A e B, ma anche Jessica e Billy, nei soprannomi che ogni amore conia modellandoli sull’immaginario che l’altro ha fatto suo – la incarnano con la forza interpretativa di due attori di folgorante talento, e la sintonia di chi ha coltivato insieme il proprio progetto di futuro fin dalla scuola. Una conoscenza che restituisce alla interpretazione di un amore quella nota di credibilità artistica che rende ancora più pregnante il loro dirsi cose dense con leggerezza, quelle più importanti mentre l’altro finge di non ascoltare, e svelarsi come si può solo dentro un amore, come tanti,con l’assolutezza che assume quando ci “si è sentito lontano dalle cose belle come se non potessi meritarle”. Perché questo è soprattutto il ritratto di un amore che, diversamente da molti, riconosce – e sa esplicitare, elaborare e mettere in racconto, le proprie radici e i propri funzionamenti, proprio come dentro a una terapia che funziona. 

Ma è pur vero che ciascuno può trovare se stesso dentro questo corpo a corpo, che la regia di Leonardo Lidi, precisa e sobria, intorno alla panca che per lui funge da firma, fa rincorrere come si rincorrono i loro pensieri, con la rapidità senza posa con cui si affastellano gli anni di una vita, gli allontanamenti e i desideri spasmodici, i momenti in cui prendono traiettorie diverse e quelli in cui si cercano quando forse è troppo tardi. 

Un gruppo di lavoro che si libera dell’etichetta della propria giovinezza, e anche di quella del genere nel raccontare un amore universale, almeno fino a che la realtà della legge e del pregiudizio non cancella all’orizzonte di due uomini tutta una fetta di desideri possibili, la famiglia e i figli e una narrazione di quiete da cui è la società a espellerli. Con la libertà e l’intelligenza di chi riesce a toccare ogni nervo scoperto, un gruppo di lavoro di eccellenza assoluta porta sul palcoscenico le aspirazioni inconfessabili di un amore cui “non puoi costringere a vivere la vita che vorresti vivere con lui”. Quello che accade e che potrebbe essere corre  in mezzo alle macerie di un amore che prendono la forma degli abiti come delle stagioni  attraversate dal loro legame, ma diventano anche ciò che si è perso inevitabilmente diventando grandi e ciò che si potrebbe invece ricostruire, ma corre anche intorno a un pubblico trasformato non solo in scenografia vivente ma anche in interlocutore e parte attiva, divertita e spiazzata, di quanto sta accadendo sulla scena. De Vreese incarna in modo commovente una dedizione senza annullamento, che ha il coraggio dello strappo e quello dell’attesa, mentre Bandini interpreta con ironica franchezza l’ambizione di chi ha bisogno di allargare i propri orizzonti e insieme e la forza di portare l’altro e se stesso oltre la propria zona di conforto, ma nella sua apparente strafottenza sa anche ammettere più fame di non essere solo. Bisogna attraversare tutto, in amore, anche il deflagrare di un apparente odio in chi cerca solo le parole per trovarsi. Perchè un legame, quando tutto sembra perduto sa ricostruirsi, smette finalmente di correre perché si è guardato allo specchio – fosse anche quello di un vecchio telefilm – e sa riconoscersi. Come nei giorni migliori è il teatro nel suo esito migliore, quello che nell’abbondanza di talento non ha bisogno di nessun orpello scenico per raccontare le verità più intime, e sa toccare più a fondo, lasciando gli spettatori  uscire dal teatro sapendo di averne sperimentato la vera unicità. 

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