Il cantautore salernitano dopo 8 anni dà alle stampe “Nei modi e nel pensiero”. Con il nuovo album l’artista ripropone la creatività e lo spirito critico contro un mondo appiattito e conformista. E alla prepotenza dilagante oppone una pacata resistenza umana. E poetica
Ennio Rega è un coetaneo (a dire il vero lui è di venti giorni più giovane di me) a cui mi lega una lunga consuetudine. Nato Ennio Venturiello nel 1953 a Roccadaspide in provincia di Salerno ma di casa a Roma, architetto praticante prestato alla musica, è dal 1994 cantautore di incisiva presenza con sette album all’attivo compreso quello del quale racconterò, più una decina di colonne sonore per il teatro. Io l’ho incrociato (e non l’ho più perso di vista) nel 2004 con il suo secondo lavoro, Concerie, che vinse il premio Carosone e il Lunezia, mentre l’esordio Due passi nell’anima del sorcio dieci anni prima lo aveva fatto conoscere e apprezzare dal pubblico del Premio Tenco.
In Concerie, prodotto da un nome di vaglia come Roberto Colombo (Vacanze romane dei Matia Bazar, Ivan Cattaneo, i brani di Fabrizio De André arrangiati per la Pfm, e decine di altri album importanti) c’era già la sua cifra di canzone d’autore impregnata di sud e irrorata da apporti rock e jazz (tra i musicisti rimarchevole il chitarrista svedese Lutte Berg, che compare anche nell’ultimo album Nei modi e nel pensiero, tra gli ospiti spiccavano gli attori Flavio Bucci, Giulio Brogi e Massimo Venturiello). E la sua poetica di vita e malavita, settentrione e meridione, vincitori e vinti con i quali solidarizzare, amori agri e lampi di felicità (Terrone, Ballata dell’accoltellatore, L’ultimo cantante di giacca, Michelina).

Poi sono arrivati Scritture ad aria (2006), Lo scatto tattile (2007, premio Charlot, con Sui gradini in piazza, Lucciole e Il mio amico del Novecento), Arrivederci Italia (2011, con La teppa dei marchettari e una riuscita cover di Ragazzo mio di Luigi Tenco) e, nel 2017, Terra sporca (premio Lunezia 2018) che fra umori mediterranei, progressive e britrock volava grazie a una scrittura affilata e a un’interpretazione teatrale. Quindici canzoni di vena libertaria e convinzioni nette ma senza nessuna concessione agli slogan: l’ambiente (Sgacio), la perdita del lavoro (Il quaderno di Angiolina), l’ignavia di chi non prende mai posizione (la dura e paradossale Tutto non è qualsiasi cosa che pareva quasi una risposta a Destra e sinistra di Gaber: “Preferirei essere fascista che non essere / né di destra né di sinistra… / Il non essere di destra o di sinistra / era di destra, era di destra, / ora è anche di sinistra”), il ritratto intenerito della vecchia professoressa sessantottina (Il condominio delle insegnanti), lo sguardo solidale ai migranti (Ripensa inventa), la questione meridionale che continua a riproporsi irrisolta (Cristo non è mai stato a Eboli).
Ora, a otto anni di distanza (Ennio Rega, lo torno a sottolineare, è architetto e sa bene che le canzoni, come le case, non si costruiscono in un giorno e con la sabbia) arriva un accorato e disilluso, ma non arreso album che ripropone la creatività e il pensiero critico contro un mondo appiattito e omologato. Nei modi e nel pensiero è questo, un volo di trascendenza laica che ha toni e accenti quasi alla Battiato, ma senza nessuna imitazione e nessuno spirito gregario, nell’invettiva civile di Trash («Vedo cretini in giro per il mondo / pericolosi imbecilli al comando») che all’arroganza arrembante contrappone una pacata e disarmata, perciò invincibile, resistenza umana: «La libertà che mi rimane / per essere me stesso / è nella solitudine dell’io / e di nascosto esistere». Il nemico oggi, e in molti lo sottolineano (anche l’ultimo esemplare romanzo di Ian McEwan, Quello che possiamo sapere), è anche la pervasività opaca e aggressiva della rete, ma «l’immaginazione simultanea / disorienta ogni algoritmo» (Simultanea). In questo mondo di conformismo piccolo-borghese (Uniformate) e di alienazione tecnologica (Altra abitudine) ci salvano gli amori (Marginale essenziale), i rapporti umani (Un amico per te) e l’attenzione a chi viene percepito come diverso e marginale (Porto sacro).
Accompagna Ennio Rega (voce, pianoforte e moog) in questo settimo lavoro un quartetto jazz con i fiocchi: lo svedese Lutte Berg (chitarra), Marco Siniscalco (basso), Pietro Jodice (batteria) e Paolo Innarella (fiati), quasi tutti vecchie conoscenze del nostro, a cui si aggiungono gli ospiti Giovanna Famulari (violoncello) e Lucrezia Venturiello e Daniele Adriani alle voci. Al missaggio e al mastering, oltre a Simone Sciumbata, un altro nome storico, quello dell’americana Marti Jane Robertson (Mango, De André, Fossati, Pfm). Bentornato Ennio.