Il terzo tempo e i conti coi desideri

In Teatro

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Lidia Ravera porta in scena — con una struttura collaudata e due interpreti di razza come Lucia Vasini e Paolo Hendel — una commedia che, ironizzando sui dubbi e le insicurezze del terzo tempo della vita, diventa un bilancio possibile sull’epoca che una donna che le somiglia ha vissuto e su quella che, arrivata al terzo tempo della vita, ha attraversato. Al Teatro Franco Parenti fino al 7 giugno

L’interpretazione, dicono i maestri del teatro, consente un contatto più profondo, e forse più vitale, con la verità. Per la narrazione, in molti casi, vale lo stesso. Lo dimostra, da tempi assolutamente non sospetti, Lidia Ravera, nelle sue pagine come nella versione teatrale del suo fortunato Terzo Tempo, in prima nazionale al Teatro Franco Parenti, come parte di assoluta coerenza del progetto La grande età, che da diversi anni il teatro dedica alla terza stagione della vita insieme alla Fondazione Ravasi Garzanti.

Un progetto che illumina un momento dell’esistenza di cui Ravera identifica con esattezza domande e sfide, numericamente, facendo sfumare da tempo i contorni per adattarsi alla scena: la Iris di Nuda proprietà aveva ottant’anni, ma ne perdeva parecchi incarnata nel 2014 da una vitalissima Lella Costa che saltava la corda, mentre qui, Costanza e Domenico ne hanno qualcuno di meno di quanti non ne portino con la stessa briosa freschezza altri due interpreti di fama, storia e spessore come Lucia Vasini e Paolo Hendel.

Il punto di congiunzione è, sicuramente, un’età matura piena di vita, ma anche — molto più prosaicamente — la regia e la struttura, affidata sempre a Emanuela Giordano, che di nuovo sceglie quattro interpreti, due artisti più che maturi (l’altro, allora, era Paolo Calabresi) e due giovani di sicuro avvenire, a misurare da quanto si è potuto vedere in scena. Nel 2014 erano Gusmano e Palvetti (nomi che si trovano in produzioni televisive), oggi sono due interpreti di solida formazione teatrale come Viola Lucio e Marco Mavaracchio.

Questo breve excursus storico, molto oltre la nota di colore, serve a restituire nomi e storie degli interpreti dietro ai personaggi, muovendosi sullo stesso confine che viene esplorato in scena. Vasini e Hendel, aprendo una finestra sull’officina dell’attore, giocano — in modo molto acuto e nell’entusiasmo del pubblico — sui loro punti di congiunzione col personaggio, sulla loro capacità di entrarvi e uscirne, e sulle fragilità che la grande età può imporre a chi abbia fatto del proprio corpo e della propria memoria uno strumento di lavoro che non conosce una data di pensionamento.

Così, il momento in cui un attore sembra perdere il filo di una battuta e dunque dell’intera matassa — che per un attimo si ripete e si aggroviglia — si sta di fatto aprendo una finestra su un secondo livello di lettura, che ha a che fare con la performatività, l’efficacia che sempre più spesso si pretende anche dall’età matura, ma anche sulla capacità di sostenersi, di riportare nel binario anche quello che potrebbe esser stato letto come un errore, con troppa naturalezza e mestiere per non essere accuratamente studiato.

Vasini e Hendel si sostengono, in un modo indipendente ma pieno di sapienza e tenerezza mascherata di puntuta ironia, esattamente come fanno Domenico, con la sua paziente bonomia solo apparentemente polemica, e la spigolosa lucidità di Costanza, che ha scelto di andare a vivere nell’ex convento ereditato dal padre — un ex partigiano comunista che si dilettava a giocare in borsa — in un borgo separato da un ponte pedonale che non nomina ma non nasconde Civita di Bagnoregio, proprio come accaduto all’autrice.

E in effetti, come lo era quello tra interprete e interpretazione, si rivela almeno nelle premesse sottile il confine tra autrice e personaggio: Costanza col marito vive una distanza fatta di impegni fissi alla cena settimanale del martedì, scelta non per mancanza d’amore ma per il bisogno di conservare quello spazio di autonomia e indipendenza che non logori un matrimonio pluridecennale, e che occhieggia apertamente ai modi liberi di vivere l’amore che Costanza ha sperimentato nella sua giovinezza negli anni Settanta, vissuta in una comune, e che adesso vorrebbe ritrovare e ricostruire, per i tempi nuovi.

Un’aspirazione che il marito accoglie con condiscendenza velata di sarcasmo, ma che invece viene molto peggio registrata dal figlio Matteo, arrivato dagli Stati Uniti a sua volta per ricostruirsi dopo una rottura, e per adattare le fortune ereditate dalle generazioni passate sotto forma di proprietà immobiliari alle forme necessarie alla precarietà ineluttabile dei trentenni di oggi: a fare, cioè, dell’ex convento un B&B.

Lo sviluppo narrativo a prima vista sarebbe anche piuttosto lineare: una moglie che si vuole libera e un marito che nel suo paziente pragmatismo ha trovato altrove la tenerezza che la spigolosa moglie non riesce più ad avere, e un figlio che — venuto da lontano — si incapriccia delle comodità che non può avere perché la madre ha portato in casa una giovane donna con un figlio piccolo, e soprattutto che non si capacita del desiderio dei genitori di avere ancora voglia di vivere, fosse anche nel tentativo di ricostruire una giovinezza perduta.

Si potrebbe allora scrivere di tradimento — anche se a ben guardare Domenico, che la separazione di fatto la subisce, non sta tradendo nessuno — di infantilismo, nostalgia e vecchie coppie borbottanti, cui Vasini e Hendel danno corpo con un ritmo perfetto, che fra le convinte risate del pubblico restituisce però anche tutto il valore della prova di due interpreti di razza. A cui, va detto, si affiancano anche due giovani convincenti, che si misurano — senza farle diventare eccessive — con due personaggi un po’ a rischio di macchietta, tra il figlio scrittore con le sue insicurezze e la divertente donna di servizio con la sua vena di spagnolo nelle parole.

Ci si prende gioco di noi. Delle idiosincrasie di una famiglia normale, forse ai limiti del disagio quando le fragilità diventano palesi, quando sembra di avere davanti l’ennesima ripetizione quasi stereotipica della commedia e del triangolo lui-lei-l’altra molto più giovane. Eppure, a ben guardare, la sensibilità e l’acume dell’autrice di Porci con le ali stanno forse cercando di raccontare una verità più sottile, e ancora più struggente: l’oggetto dello scherno non è tanto la relazione in sé, quanto la distanza tra la libertà che la protagonista vorrebbe avere e quella che effettivamente ha?

Così, il pubblico non sta ridendo — e mancando, qualcuno direbbe, di empatia — su una donna invecchiata che si confronta con la riscoperta di un amore ancora vivo e il terrore di averlo perso per orgoglio e poca cura. Sta osservando una donna che ha creduto di poter cambiare il mondo fare i conti con le memorie degli anni in cui tutto sembrava prendere una forma nuova, con quello che avrebbe allora voluto essere e con quello che, nel terzo tempo della sua vita, si trova a desiderare.

A chiedersi — senza mai fare l’errore didascalico di esplicitarlo — non tanto dove fossero allora le scelte giuste, ma dove si incarna, nella grande età della vita, la libertà. E se — davvero — scegliersi con una persona con cui si è condivisa una vita sia una scelta di libertà o meno.

In una commedia divertente e ben interpretata, si può allora andare più a fondo. Ironizzando, ma senza per questo mettere in discussione la validità di un percorso comunitario che — nel tempo della grande età — riscopre anche la sua valenza di prendersi cura dell’altro, quando anche l’altro sconta il passare del tempo e deve avvicinarsi — come Anna, l’amica di un tempo — con dignità alla fine dell’esistenza.

Cos’è rimasto, nel terzo tempo, del primo tempo della vita — quello della giovinezza e della comune — e del secondo — quello del marito, dei figli, dell’apparente stabilità? Quanto ho davvero imparato — sembra chiedersi Costanza — a cambiare, e quanto desideravo davvero farlo? La risposta, malgrado il finale, resta aperta e personale. E dopo aver riso, aleggia, come una nota di sottofondo: malinconica o consolatoria?