Le letizie delle donne senza artifici

In Teatro

Al teatro Giuditta Pasta di Saronno Agnese Fallongo e Tiziano Caputo, tratteggiando tre donne dentro le guerre, hanno portato un felice esempio di teatro popolare che dimostra quanto, lavorando in sottrazione, la precisione dell’interprete e delle intenzioni basti a se stessa.

“Non si può decidere come si nasce, forse un po’ come si vive, non certo come si muore”. Forse però si può inventare una vita e magari addolcire la morte di donne che, legate da un filo di destino, hanno attraversato le grandi guerre del Novecento e le loro macerie, e portano su di sé l’esserne state non solo le vittime, ma il campo stesso della battaglia. Lo sono stati i loro corpi, le loro speranze e le possibilità che il tempo — dal 1915 al 1958 — consentiva loro di immaginarsi. E forse non è una pagina chiusa, e non solo perché, nei giorni in cui Agnese Fallongo e Tiziano Caputo portano il loro spettacolo Letizia va alla guerra: la sposa, la santa, la puttana al Teatro Giuditta Pasta di Saronno, la guerra non è più soltanto un esercizio di memoria. È una storia ancora aperta perché la giovane donna che dalla Sicilia cerca il suo amore in trincea sul Carso, la giovane orfana diventata carne per i soldati della Roma occupata e sogno di un giovane goffo, la suora che ha protetto dietro al velo una giovinezza di vita vissuta tra la tragedia e la scoperta, hanno in comune, di fronte alla battaglia, aver scelto per se stesse. Donne che nella regia essenziale di Adriano Evangelisti si muovono dentro cornici che, mentre custodiscono una memoria, insieme si fanno soglia e apertura innanzitutto sulla storia stessa e sulle storie singole che la costruiscono.

Lo fanno con la verità di voci veraci ed evocative che suonano con gli accenti regionali che, molto oltre la coloritura o l’esercizio interpretativo, Agnese Fallongo riesce a rendere con intensità e che trovano una precisa corrispondenza in quelle che si appoggiano sulla musica, da Rosa Balistreri alle ninne nanne venete, disegnando gli stessi paesaggi e portando lo stesso sapore di antica e sapiente artigianalità che pervade tutto il lavoro. Una postura che si riscontra sia nella costruzione scenica tutta costruita intorno alla padronanza e credibilità degli interpreti, sia nel modo in cui i due attori scelgono di dar vita a ciò che accade in scena, con le chitarre che si trasformano in gocce di pioggia e suoni lontani. “Questo bisogna metterlo in canzone” si usava dire delle storie più importanti da tramandare nelle civiltà contadine, laddove per canzone, al di là della forma musicata, si intendeva il gesto della performance collettiva che fonda un racconto comune. Questo è il compito che si assume questo lavoro, rendendo evidenti i legami che fanno, di molte storie, una, e al contempo nobilitandole nella forma di una resa elegante, piena di vivace ironia e di commozione senza eccessi enfatici, che consente al mestiere del teatro di sperimentare solo laddove deve dar forma a tanti personaggi attraverso gli stessi due corpi, risultati tanto efficaci quanto a tratti esilaranti, come nel dialogo tra religiose incarnate tutte dallo stesso Caputo.

Un lavoro asciutto e coinvolgente nel suo aver restituito valore e senso al concetto di popolare applicato tanto alla forma del teatro quanto all’intreccio dei suoi protagonisti. Tutt’altro che una diminuzione, la scelta di raccontare con semplicità storie ricostruite con assoluta precisione documentale evoca invece la capacità anche dell’arte — soprattutto quando affronta ferite e tempi cupi — di spogliarsi di tutti gli artifici intellettualistici per raccontare la vita così com’è, e magari nel mezzo del buio anche l’amore come luce possibile, ma senza banalizzarlo o contrapporlo alla fatica. Uno spettacolo meritorio nel suo fare proprie lezioni oggi con ragione rubricate a classici, dal teatro popolare fino alle protagoniste radicalmente umane — proprio dentro la guerra — di Renata Viganò o di Elsa Morante. A dimostrare che spesso bastano due validi interpreti, una regia accuratamente al servizio della storia e un testo modellato su una realtà ricostruita con minuzia, a rendere non soltanto alla guerra il suo volto di donna e restituire alle donne la loro voce antiretorica, ma anche — prendendosi quella rivincita che arriva su questo palco dopo essere passata con la voce di Anna Melato da Film d’amore e d’anarchia — ad averle messe in canzone, come si diceva, con tutta la sua vena di rivendicazione e d’orgoglio, che queste donne le sa riscattare oltre la loro sorte: “Canto per chi non ha fortuna. Canto per me.”

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