Giovedì 29 ottobre, da Fishead Lab a Milano, Manuel De Marco presenta la performance “Entropia esistenziale”, riflessione muscolare e diretta sul disordine come condizione umana e sociale, a cura di Fishead Lab con traccia sonora di Alessandro Serravalle e testo di Andrea Contin. “Entropia Esistenziale” nasce in un parcheggio abbandonato: il performer disperde una pila di gomme, creando caos, poi le visita e le ricompone. Il gesto diventa metafora del nostro tempo in cui, tra smarrimento e ricostruzione, l’uomo tenta di dare forma al disordine per ritrovare se stesso.
L’entropia, dal greco en-tropḗ, “trasformazione interna”, è un concetto della termodinamica comunemente associato alla misura del disordine di un sistema fisico. E nel disordine, come sostiene Georges Balandier nel suo Il disordine. Elogio del movimento del 1988, risiede anche una potenzialità generativa. Le società elaborano rituali grazie ai quali il disordine viene riconosciuto, temporaneamente ammesso e affrontato, per mantenere l’ordine costituito o per aprire a possibilità di riorganizzazione e cambiamento, anche se non necessariamente di progresso.

Se pensiamo alla conflittualità che esplode nelle piazze d’Europa e del mondo, mentre guerre e tensioni scuotono i punti cardine di equilibri geopolitici ormai logori, l’attualità di Balandier suona potente come un vaticinio. Che non è distante dalla visione di Antonio Gramsci secondo cui, in una celebre parafrasi, il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire e in questo chiaroscuro nascono i mostri. Ma se con l’idea del disordine come transizione Gramsci sottolinea i fenomeni patologici che possono manifestarsi nella crisi, Balandier riconosce nel disordine appunto quella quella forza di trasformazione che si esprime attraverso rituali che non necessariamente cancellano il disordine o rovesciano l’ordine costituito, ma provano almeno a renderlo governabile. Come un carnevale o un circo, in cui i ruoli si rovesciano, il peto sostituisce il ragionamento, la mazzata il dialogo, e la risata erutta in faccia alla morte.

È un rituale degno di Sisifo, quello di Manuel De Marco, che impila copertoni in un parcheggio abbandonato, li penetra con ritualità feconda e li abbatte, ciclo ininterrotto di calci alle gonadi e nuove erezioni, cadute e inciampi continui e fracassoni i cui suoni cupamente si ripetono, ridondanti e rimbombanti, mentre le immagini si sovrappongono e si compenetrano. Dove ogni volta tutto sembra uguale ma è diverso, dove diverso e uguale si confondono, e non si capisce cos’era, cos’è e cosa sarà. Qual è lo scopo di tanto horror vacui visivo, sonoro, corporeo, olfattivo (la gomma e il sudore e i nostri fiati non stanno in disparte), sinestesico e ammorbante? Non è “resilienza”, quel che eravamo non saremo più e non è questione di rialzarsi più forti. È questione di stare in piedi finché ce la si fa, che a ogni giro è più difficile. E a ogni caduta sei diverso ma sei sempre tu, più forte ma più stanco, più saggio ma più storto. Allora cosa vuole da me, da noi, Manuel? È un tentativo reazionario di tenere tutto com’è, pur sapendo che non è possibile? È invece lo slancio ad assecondare l’inevitabile cambiamento, che se devo tuffarmi tanto vale prendere la rincorsa e buttarsi? O è la rappresentazione disperata dell’entropia del titolo, quella dispersione di energie che andranno pure a trasformarsi ma, per quel che sono ed ero, sono irrecuperabili?

Non mi è chiaro, come non mi è mai stato chiaro perché i clown si prendano tutte quelle legnate e continuino a ridere invece che andarsene. L’antro abbandonato che Manuel ha costruito è carico di angoscia, ma anche di elegante vezzo estetico, cura da designer del dettaglio e dell’allestimento, tentativo inutile (quanto quello di non accettare il cambiamento) di indorare la pillola. Ma noi restiamo qui, vicini, assordati, ammorbati, angosciati, rassegnati anche, ma sollevati, che forse questa è la natura umana. Questa è la storia dell’umanità. Perché senza movimento non c’è vita. E la vita, senza conflitto, non sarebbe più.