Il Minotauro vuole vittime e sangue, nella guerra e nella cinica vita borghese

In Cinema

Il nuovo, straordinario film di Andrey Zvyagintsev, gran premio della giuria a Cannes, scava impietoso nella miserabile retorica bellica di Putin come nella bancarotta morale della famiglia tradizionale russa. Dove un tradimento porterà risvolti thriller (come in un classico di Chabrol), senza mettere però in secondo piano il dramma di un paese in conflitto: soldati non equipaggiati che salutano madri addolorate, mentre l’ideologia del potere entra nelle case, senza bussare, proclamando lo slogan “Gloria eterna agli eroi”. Dmitry Mazurov e Iris Lebedeva sono gli ottimi protagonisti

Difficile vedere, dopo le commedie di Cecov, la borghesia russa al cinema o a teatro. Uno dei meriti di questo magnifico Minotaur di Andrey Zvyagintsev, gran premio della giuria di Cannes, è quello di riportarla in primo piano, ma sotto la lente dell’ipocrisia e dell’arrivismo etico di oggi in un paese “senza”, direbbe Arbasino. Non sono più i possidenti di campagna che si annoiano e sognano Mosca, ma una famiglia che ci vive a Mosca, durante l’infinita l’operazione speciale in Ucraina. Una famiglia di alto tenore, in tutto simile a quelle che conosciamo nei film classici europei. Tanto che a un certo punto Minotauro, che esige sempre nuove vittime, diventa, pur con un finale diverso, il remake del bellissimo Stèphane una moglie infedele girato nel ’69 da Claude Chabrol.

Il miracolo dell’operazione è che il film mescola perfettamente e coraggiosamente la storia di un tradimento coniugale (marito manager con moglie, pedinata, che ama un fotografo senza precisa collocazione sociale) con un paese turbato dalla guerra: mai al cinema si sono visti davvero i manifesti che invitano a partire per l’Ucraina, con premio di seimila euro per chi si arruola, i poster di pettorali con divise gonfie di medaglie, ma anche i vigorosi “vaffa”, “fuck”, a un conflitto che, dice l’autore, manca delle più elementari risorse, in cui i soldati sono senza divise.

Si vede come questo conflitto diventi parte integrante della vita russa di cui si inquadra il pacifismo falso di una famiglia borghese: i discorsi ufficiali nelle parate dicono che si combatte anche per loro, per la famiglia tradizionale, per bloccare i diritti civili, confermando la nota omofobia del regime. Falsità in grande e in piccolo che si specchiano, mentre il Minotauro ha bisogno di vittime e di sangue e quindi il desiderio di spiare, denunciare, uccidere, diventa comune e contagia anche i civili. Si cercano, promettendo seimila euro scarsi, nuovi soldati, 15 volontari in ogni azienda, anche in quella di Gleb, il nostro protagonista amico dei potenti che porterà la storia delle sue corna in thriller-tragedia (Dmitry Mazurov e Iris Lebedeva sono i perfetti interpreti) e si vendicherà più volte, protetto dal sindaco. Tutto finisce in una bellissima, aerea sequenza sopra le nuvole, al di là di tutti i guai terreni.

Ma intanto la guerra sparge lacrime e vive nei mezzi zeppi di soldati non equipaggiati che salutano madri addolorate, mentre nelle famiglie l’ideologia del potere entra nelle loro case senza bussare proclamando lo slogan “Gloria eterna agli eroi”. Viene mostrato un paese sommerso dalla bancarotta morale e sociale e da un disperato cinismo (con una magnifica scena tra marito e amante che ripete quella di Chabrol con Bouquet e la Audran), che serve come perfetto movente del giallo che scorre parallelo e si allarga in questo film doppio ma di chiara, algida e univoca lettura.

Minotaur, di Andrey Zvyagintsev, con Dmitry Mazurov, Iris Lebedeva, Boris Kudrin, Yuriy Zvalnyouk, Varvara Shmvkova, Anatoliy Belvy, Anton Lytvynov, Juris Zagars, Vladimir Friedman