Mentre la Mahler Academy raccoglie il filo dell’Abbado “sperimentale” elaborando un progetto speciale: mettere a lucido l’orchestra che il compositore austriaco usava a Vienna, la Filarmonica della Scala, eredità dello stesso direttore, si prepara a commemorare i duecento anni dalla morte del grande Ludwig
Filarmonica, Mahler Academy Orchestra. Alla Scala la Sinfonia gioca di anticipo sull’Opera. Mentre i giovani dell’Accademia scaldano il palcoscenico con L’elisir d’amore di Donizetti – divertente: c’è un Nemorino che si chiama Zizhao Chen, un Belcore Chao Liu, un Dulcamara Misha Kiria – la Filarmonica ha già messo sul tavolo le carte del suo 2027 e la Mahler Academy Orchestra ha regalato un sorprendente concerto a teatro pieno di giovani, conclusione del festival di Stresa e inizio di una tournée che la porta in Europa con un programma fatto per riflettere sulla storia. E ancora e sempre siamo costretti a misurarci con la stessa, inevitabile presenza: Claudio Abbado.

Claudio Abbado
La Filarmonica della Scala e la Mahler Academy hanno in comune l’identica eredità, quella di un direttore che plasmò l’orchestra dell’allora suo teatro (la Scala), per replicare il modello dei Wiener Philharmoniker, che trecentosessantacinque giorni l’anno suonano in buca alla Staatsoper e quasi altrettanti fanno stagione di musica pura al Musikverein. A coté, nel 1997 Abbado sentì il bisogno di creare un’orchestra giovanile per superare, aggirare, riformare lo stato solido (e solidificato) delle orchestre istituzionali. Con la European Community Youth Orchestra prima, e con la sua filiazione Mahler Chamber Orchestra poi, Abbado realizzò integrali sinfoniche, come quella di Schubert, che prendevano sul serio gli studi filologici di Harnoncourt e della nascente scuola storicamente informata: inizio di una vera rivoluzione nell’interpretazione moderna del sinfonismo classico-romantico. Il concerto di venerdì 9 settembre alla Scala ne era un perfetto esemplare.
2027
Un’altra presenza inevitabile ci aspetta nell’anno che verrà, quella di Beethoven nei duecento anni dalla morte. Ci sono autori che delle ricorrenze non sanno che farsene. Verdi riempie i cartelloni dei teatri ogni anno, ogni mese, ogni giorno, come Ludwig le sale da concerto. Anche inventare festival per loro è un’impresa. Ma, che fare? Dimenticati di un anniversario e volano proiettili. Importante è inventarsi un “come”.
Per la stagione 2027 la Filarmonica ha trovato una formula astuta e provvidenziale, legata al suo essere quel che è, una formazione da buca d’orchestra. I nove concerti “di casa” (tranne il decimo, con gli ospiti Münchner Philharmoniker) avranno come primo pezzo obbligato una delle nove ouverture composte da Beethoven per il teatro: Coriolano, Per l’onomastico, Fidelio, Egmont, Leonora 3, Le rovine di Atene, Le creature di Prometeo, La consacrazione della casa, Re Stefano. Un ciclo completo e l’ombra di Beethoven su ogni programma e ogni autore, da Mozart a Prokofiev, da Schubert e Šostakovič, da Brahms a De Falla, da Bruckner a Debussy.

Myung-Whun Chung (Foto @ Gori)
Una stagione stabile ha due linee possibili: quella che stringe attorno all’orchestra una famiglia di direttori amici, per preservare l’identità; quella che rischia nomi nuovi per non lasciarla ferma, l’identità. La stagione 2027 (25 gennaio-24 ottobre) pende verso la prima. Innanzitutto con i due musicisti che giusto l’anno prossimo si passano le consegne alla guida della Scala: Myung-Whun Chung (25 gennaio) al Beethoven di Coriolano sceglie di accostare il Bruch della Fantasia scozzese per violino op 46 e il Berlioz della Symphonie Fantastique; Riccardo Chailly (24 maggio) risponde alle Creature di Prometeo con due autori del repertorio russo che ama e coltiva con forza: Rachmaninov (Concerto per pianoforte n.3, solista Kirill Gerstein) e Rimskij-Korsakov (Sheherazade). Ma rientrano nella linea conservatrice anche quattro direttori che con la Filarmonica hanno lavorato spesso: Lorenzo Viotti (8 marzo), assolto l’obbligo Beethoven con l’ouverture di Fidelio, divarica il programma con il Concerto per pianoforte n.2 di Brahms (Nicolay Lugansky) e Images di Debussy; Michele Mariotti (22 marzo), dopo Egmont sventaglia su Saint-Saëns (Concerto per violoncello n.1) e de Falla (La vida breve, El sombrero di tres picos); la rassicurante Simone Young, con la quale l’orchestra ha condiviso un Ring di Wagner, il 19 aprile si prende la preziosa Leonora 3 per lanciarsi poi sul doppio Webern della Ricercata bachiana e della Passacaglia n.1, e sullo Schumann della Renana; Gianandrea Noseda (10 ottobre) alla Consacrazione della casa affianca la Symphonie espagnole di Lalo e la Settima di Dvořák.
Anche nella linea più “di ricerca”, le scelte sono prudenti. Thomas Guggeis (22 febbraio) che dall’ouverture Per l’onomastico salta alla vasta Settima di Bruckner è un giovane trentatreenne che ha già lavorato (bene) in Scala. Così come l’americano Alan Gilbert, di altra generazione, che dalle Rovine di Atene torna a Mozart (Concerto per pianoforte K 491) e poi si allunga a Debussy (La mer) e a Ravel (La valse). Solido è Stanislav Kochanovsky (1981), che per l’ultimo appuntamento del 22 ottobre al Beethoven di Re Stefano risponde con due russi che conosce bene: Šostakovič (Concerto per violino n.1) e Rachmaninov (Sinfonia n.3).
Insomma, stagione giocata sull’affidabilità e le certezze, anche nel repertorio.
1912
Anche per questo l’apparizione della Mahler Academy Orchestra era di segno diametralmente opposto: una Sinfonia n.9 (di Mahler) così piena di chiaroscuri, di fraseggi osé, di accostamenti rischiosi, di sonorità a sorpresa, nessuna orchestra “normale” ve la farà sentire. La Mahler Academy che ha trovato casa a Bolzano, raccoglie il filo dell’Abbado “sperimentale” elaborando un progetto davvero speciale: mettere a lucido l’orchestra che realmente Mahler usava a Vienna. Un tuffo nel passato, lo dice Philipp von Steinaeker, direttore e anima del progetto, ma anche molto di più.

Philipp von Steinaeker (Foto @ Lorenzo Di Nozzi)
“Quel che chiedo è che tutto sia percepito esattamente come suona nel mio orecchio interiore, e io cerco di usare tutti i mezzi per ottenerlo. Ogni strumento può essere usato solo nel suo spazio appropriato e interamente nel suo carattere individuale”. Nell’imporre prescrizioni agli interpreti, Gustav Mahler metteva in cima alla lista un’affermazione “cameristica” che contraddice la pratica sinfonica stratificata nel tempo. Le orchestre si sono appropriate di Mahler pensando innanzitutto a sé stesse, ai loro organici stabiliti (anche sindacalmente). Il risultato è un’amplificazione sistematica del corpo strumentale e una omogeneizzazione del trattamento singolo. Il carattere a sé di questa esecuzione della Mahler Academy Orchestra consiste nel riportare la Nona Sinfonia (scritta a Dobbiaco nel 1909, eseguita nel 1912, un anno dopo la morte di Mahler) alle dimensioni, alle tecniche, agli strumenti che il musicista aveva, desiderava, pretendeva. Sotto la direzione di Mahler, gli archi della Filarmonica di Vienna adottavano tutti corde di budello. La meccanica degli ottoni era diversa da quella attuale, come quella dei legni. I fiati suonavano senza vibrato e gli archi andavano loro dietro. “Quando voglio produrre una nota dolce o trattenuta, non voglio che sia suonata da uno strumento che la realizza facilmente, ma da uno che l’ottiene con grande sforzo… spesso superando i suoi limiti naturali”. Insomma, un inedito Mahler capace di andare “contro” il suono.
Philipp Von Steinaecker e la Mahler Academy Orchestra non rinunciano al grande organico né alle ampie dinamiche, ma restituiscono alla scrittura di Mahler trasparenze e articolazioni interne che le orchestre istituzionali “piallano”, facendo affiorare lo spirito di ricerca ch’era così forte in Mahler.
In copertina: Philipp von Steinaeker dirige la Mahler Academy Orchestra alla Scala (foto: Lorenzo Di Nozzi @ Stresa Festival)