Si è chiusa il 30 settembre 2026 “Homo Faber Biennial” a Venezia con la sua quarta edizione, An Island of Light, diretta artisticamente da Es Devlin e ospitata negli spazi della Fondazione Giorgio Cini, sull’isola di San Giorgio Maggiore. Il percorso, articolato in 15 spazi espositivi, ha riunito centinaia di opere e maestri d’arte provenienti da tutto il mondo e si costruisce intorno al rapporto tra materia, luce e mano umana. Al centro non c’è soltanto la bellezza degli oggetti esposti, ma il valore dell’artigianato come patrimonio culturale da preservare e trasmettere: ogni oggetto diventa così anche un contenitore di memoria.
Dalla prima eiaculazione e dalle prime mestruazioni, l’adolescente diventa biologicamente capace di generare. Non assume più soltanto il valore di singolo, ma diventa la concreta possibilità di creare cultura, di tramandarla e di raccontarla. Nulla di più pericoloso. Questa piccola eredità familiare, che mi ha portato per la prima volta alla mostra, mi sembra oggi emblematica dello stesso approccio con cui Homo Faber si rivolge al pubblico. Proprio come una famiglia trasmette conoscenze, esperienze e cultura da una generazione all’altra, Homo Faber sembra porsi lo stesso obiettivo.
Pensando a questa idea di trasmissione, mi è tornata alla mente un’immagine quasi distopica: quella delle grandi celle frigorifere dello Svalbard Global Seed Vault, scavate nella roccia delle isole Svalbard, dove vengono custodite copie di sicurezza di semi provenienti dalle banche genetiche di tutto il mondo. Nel giugno 2026 il deposito ha superato 1,4 milioni di campioni di semi. Non si tratta semplicemente di conservazione. Significa custodire e proteggere la biodiversità nell’eventualità che guerre, catastrofi o altri eventi facciano scomparire altrove determinate varietà. Ecco che il seme assume allora un significato quasi simbolico: è un protagonista quasi invisibile, minuscolo, eppure capace di contenere la possibilità di un futuro.

E questa immagine conduce inevitabilmente a un’altra storia, molto diversa e molto più umana: quella di alcuni prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, il cui sperma deve uscire clandestinamente dal carcere affinché le loro mogli possano ricorrere alla fecondazione assistita e avere dei figli. Casi di questo genere sono documentati almeno dai primi anni Dieci. Al di là della complessità politica nella quale queste vicende si inseriscono, considero potente l’immagine in sé: il corredo genetico che attraversa un muro, perché una vita possa continuare fuori da quel muro. Anche qui ritorna il medesimo gesto: custodire qualcosa nel presente affinché possa esistere nel futuro.
L’estinzione della propria storia, della propria cultura e della propria continuità terrorizza l’essere umano da sempre. Scomparire non significa soltanto morire: può significare non lasciare più una lingua, una memoria, un gesto, una conoscenza capace di continuare dopo di noi. Ed è precisamente ciò che, in una forma completamente diversa, fanno gli artigiani di Homo Faber. Una tecnica di lavorazione, infatti, non è soltanto una tecnica. È un insieme di gesti imparati osservando qualcun altro. È la pressione esatta di una mano, il modo di utilizzare uno strumento, la conoscenza di un materiale, un errore che qualcuno ha già commesso prima di noi e che ci ha insegnato a non ripetere. Quando un maestro trasmette un mestiere a una nuova generazione non sta semplicemente insegnando come realizzare un oggetto: sta consegnando una parte della propria cultura.

Homo Faber celebra proprio questa continuità. Il progetto della Michelangelo Foundation dedica infatti particolare attenzione anche alla trasmissione delle competenze artigiane alle nuove generazioni. Di fronte agli oggetti esposti, quindi, ciò che interessa non è soltanto domandarsi quanto siano belli, ma immaginare la catena invisibile di persone, luoghi e conoscenze che ha permesso loro di esistere. In questo senso mi hanno affascinato particolarmente gli spazi che ricordano le antiche Wunderkammer, le “camere delle meraviglie”: sale nelle quali gli oggetti sembrano trasformarsi in trofei della curiosità umana. Oggetti strani, preziosi, minuziosi, talvolta apparentemente inutili. Proprio per questo irresistibili. La Wunderkammer nasce dal desiderio di raccogliere il mondo, o almeno di illudersi per qualche istante di poterlo fare.
Ed è forse qui che tutti questi elementi apparentemente lontanissimi finiscono per incontrarsi.
Una banca dei semi conserva la biodiversità.
Una famiglia cerca di conservare e trasmettere un patrimonio genetico.
Un artigiano tramanda una tecnica.
Una Wunderkammer custodisce oggetti che qualcuno ha ritenuto degni di sopravvivere al proprio tempo.
Sono gesti diversissimi, non sovrapponibili sul piano storico, politico o umano, eppure accomunati da una stessa tensione: opporsi alla scomparsa. Per questo Homo Faber ci ricorda che niente si tramanda automaticamente. Una tradizione può interrompersi. Una tecnica può essere dimenticata. Una varietà vegetale può scomparire. Un oggetto può andare perduto. Una storia può non essere più raccontata.
Conservare significa allora compiere una scelta.
Significa decidere che qualcosa del presente dovrà attraversare il tempo.
In copertina: Nason Moretti Atelier