Springsteen e gli altri. Playlist della protesta nell’epoca di Trump

In Musica

Il Boss è il primo della lista. Ma in questa sontuosa rassegna della canzone americana della ribellione e del dissenso (48 brani) non manca nulla, o quasi. Procedendo a ritroso dalle canzoni ispirate dal Black Lives Matter (“I Can’t Breathe”  della Sarmiento) e passando per “Freedom” di Beyoncé si ripercorrono le note e i versi dolenti e roventi delle varie tappe della contestazione USA. Indietro fino a classici immortali come “Hurricane” di Dylan o “Strange Fruit” di Billie Holiday per concludere con la remota (1929) “How Can A Poor Man Stand Such Times And Live?” del cantante e violinista cieco Alfred Reed, ripresa anche da Ry Cooder e Bruce Springsteen

«Tra il ghiaccio e il freddo dell’inverno / Lungo Nicollet Avenue / Una città in fiamme combatteva fuoco e gelo / Sotto gli stivali di un occupante / L’armata privata di Re Trump / Pistole allacciate ai loro cappotti / Sono venuti a Minneapolis per far rispettare la legge / O almeno così dicono loro / Contro il fumo e i proiettili di gomma / Alle prime luci dell’alba / I cittadini si sono schierati per la giustizia / Le loro voci risuonavano nella notte / E c’erano impronte insanguinate / Dove avrebbe dovuto esserci la misericordia / E due morti, lasciati a morire su strade innevate / Alex Pretti e Renee Good». 
Bruce Springsteen dedica Streets Of Minneapolis alle due vittime dell’ICE (Immigration Customs Enforcement), la brutale polizia che dà la caccia agli immigrati per conto di Trump. E la conclude facendo diventare ritornello lo slogan dei manifestanti: “ICE out”, fuori i criminali mascherati da poliziotti dalle città americane. È soltanto l’ultima di una nutrita serie di canzoni che hanno per oggetto la violenza e le discriminazioni negli Stati Uniti. Ne abbiamo scelto altre 47, ma potrebbero essere molte di più.

1 / 3. H.E.R., I Can’t Breathe (2020) 
Gabriella Sarmiento Wilson nota come H.E.R., 25 milioni di dischi venduti e un Oscar per la miglior canzone nel 2021, è la più popolare tra le esponenti dell’ultima leva R&B. «Non riesco a respirare / Mi stai prendendo la vita / Non riesco a respirare / Qualcuno combatterà per me?» è esplicitamente dedicata a George Floyd, nero di Minneapolis ucciso mentre era disarmato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che gli ha premuto per nove minuti il ginocchio sul collo. L’assassinio di Floyd ha dato vita al movimento Black Lives Matter, titolo anche di numerose canzoni (segnaliamo qui quelle eseguite da BeBe Winans e Dax).

4. Denzel Curry e Terrace Martin, Pig Feet (2020) 
«Gli hanno sparato, gli hanno sparato / Oh mio Dio non aveva nemmeno una pistola… / Elicotteri sul mio balcone / Se la polizia non può molestare, vogliono fumare ogni grammo di me… / Vai in prigione e fatti uccidere … / Dieci anni più quattro, i bambini muoiono in guerra… / Chiudi le scuole per aprire negozi di droga e armi…». Sono solo alcuni campioni del lungo flusso verbale orchestrato dal rapper Denzel Curry e dal produttore e polistrumentista Terrace Martin. “Pig”, come si intuirà, è il termine dispregiativo usato per i poliziotti.

5. Trey Songz, 2020 Riots: How Many Times (2020) 
«Quante madri dovranno piangere / Quanti fratelli dovranno morire / Quante altre volte ? / Quante altre marce? / Quanti altri cartelli ? / Quante altre vite?» dice la dolente canzone di Tremaine Aldon Neverson, classe 1984, cantautore, produttore e attore con il nome d’arte Trey Songz.

6. Carrie Underwood, The Bullet (2018) 
«Le limousine se ne vanno, hanno detto le preghiere e battuto le mani, il mascara è colato dagli occhi ma le lacrime non si arrestano. Puoi incolpare l’odio e le armi, ma le madri non dovrebbero seppellire i loro figli. Le ha lasciato un buco nel cuore che si allarga, perché il proiettile continua a scavare». Tra il kitsch e il melò, anche il country di Nashville condanna le sparatorie nei campus e nelle scuole che falciano decine di adolescenti. Lo fa Carrie Underwood, 95 milioni di dischi venduti e una stella nella Hollywood Walk of Fame.

7. Beyoncè, Freedom (2016). 
La più influente e popolare cantante nera del terzo millennio, 200 milioni di dischi venduti e 35 Grammy conquistati, sorprende tutti con la potente Freedom, affiancata da Kendrick Lamar. «Continuerò a correre / Perché un vincitore non si arrende / Dieci Ave Maria, medito per esercitarmi / I notiziari di Channel 9 mi dicono che sto andando indietro / Mancano otto isolati, la morte è dietro l’angolo / Sette false affermazioni sulla mia persona / Sei fari che ondeggiano nella mia direzione / Five-O (la polizia, ndr) mi chiede cosa ho in mano / Sì, continuo a correre, salto negli acquedotti / Schivo idranti e pericoli / Allarmi antifumo dietro di noi… / Avrei potuto essere più di quel che devo essere / Mi ha derubato, mi ha mentito, l’ipocrisia della nazione … / Sì, apri i cancelli della galera nel deserto / Sì, apri la nostra mente mentre scacciamo l’oppressione… / Libertà! / Non posso muovermi / Libertà, liberami! / Dove sei? / Spezzo le catene da sola».

8. Xenia Rubinos, Mexican Chef (2016) 
Nata nel Connecticut nel 1985 da madre portoricana e padre cubano, diplomata in composizione jazz al prestigioso Berklee College of Music, Xenia Rubinos è cantautrice urticante. Come dimostra in questo Mexican Chef, più che mai attuale sotto Trump. «Bistrot francese / E chef dominicano / Ristorante italiano / E chef portoricano / Cinese da asporto / E chef messicano / Musica bachata in sottofondo / Quello con la pelle bruna / Porta a spasso il tuo bambino / E porta a spasso il cane / Ha assistito l’America trascurando sua madre / Quello con la pelle più bruna / Ti pulisce la casa / Butta giù la mondezza / E pulisce anche il culo a tuo nonno / Attacca i bottoni alla tua camicia / E raccoglie la frutta / Caduta dagli alberi / Quello con la pelle più bruna / Guida i tuoi autobus / E ti porta a spasso in taxi / Quello con la pelle più bruna / Ti porta il cibo in bici mentre ti rilassi / Voglio tutto, voglio tutto adesso / Abbiamo costruito i ghetti e li butteremo giù».

9. YG, FDT (2016) 
YG sta per “Young Gangsta” ed è lo pseudonimo del rapper californiano Keenon Dequan Ray Jackson. E FDT è l’acronimo di “Fuck Donald Trump”, non c’è bisogno di traduzione. La canzone, con il ritornello che immaginate, ha alle origini l’allontanamento del pubblico nero da un comizio di The Donald, e la solidarietà con i messicani presi di mira dalla polizia. La canzone salì al decimo posto nella classifica di Billboard.

10. Kendrick Lamar, Alright (2015) 
«Andrà tutto bene, andrà tutto bene / Staremo bene, mi sentite, mi ascoltate? / Staremo bene». Il californiano Kendrick Lamar, classe 1987, è il rapper più influente della sua generazione. Musicista e cantante eclettico e complesso, che incorpora nella sua musica hip-hop, R&B, rock, jazz, gospel, classica ed elettronica, ha pubblicato Alright nel 2015, singolo di successo dall’album acclamato To Pimp A Butterfly. E il suo ritornello ha scandito tutte le manifestazioni del Black Lives Matter.

11. Ry Cooder, No Banker Left Behind (2011) 
«Mi è squillato il telefono una sera, chiamava un amico, mi ha detto i banchieri stanno tutti scappando, meglio che vieni giù a vedere. È una rivelazione impressionante, hanno derubato la nazione fino all’ultimo spicciolo e ora sono tutti alla stazione, non è rimasto indietro nemmeno un banchiere». Il grande Ry Cooder la butta sul sarcastico, in una canzone che commenta la crisi finanziaria del 2007-2008 e nell’album Pull Up Some Dust And Sit Down, solidarizza apertamente con il movimento di protesta Occupy Wall Street.

12. Green Day, American Idiot (2004) 
«Non voglio essere un idiota americano / Non voglio una nazione sotto la nuova mania / Riesci a sentire il suono dell’isteria? / La mente subliminale dell’America / Benvenuti in un nuovo tipo di tensione / Tutto attraverso l’alienazione / Dove non è detto che tutto vada bene / Nei sogni televisivi del domani». Nel 2004, il concept album American Idiot tiene a battesimo la svolta impegnata della punk band Green Day.

13. Black Eyed Peas, Where Is The Love? (2003) 
La canzone più venduta dell’anno, una delle 25 più vendute di tutti i tempi negli Usa. Il gruppo di alternative hip-hop losangelino telefona a Dio per chiedergli dove sia finito l’amore, mentre nelle strade di Los Angeles esplodono violenza e intolleranza.

14. Bruce Springsteen, American Skin (41 Shots) (2001) 
«È una pistola? È un coltello? / È un portafoglio? È la tua vita? / Non c’è alcun segreto / Non c’è alcun segreto / Nessun segreto, amico mio / Puoi essere ucciso solo perché vivi / Nella tua pelle americana / 41 colpi, 41 colpi, 41 colpi». Nel 2001 la canzone di Springsteen suscita polemiche roventi. Denuncia l’uccisione dello studente nero Amadou Diallo da parte di quattro poliziotti in borghese dello SCU (Street Crime Unit) nel 1999. Diallo è disarmato: all’intimazione di fermarsi dei poliziotti mette la mano in tasca per prendere i documenti. Uno degli agenti, pensando che stia per estrarre un’arma, gli spara. Balza indietro per il rinculo e i colleghi, credendo che sia stato colpito, crivellano il povero Diallo con 41 colpi. Il sindaco di New York chiede a Springsteen di non cantare la canzone e il Boss rifiuta, così come ignora il boicottaggio e gli insulti dei poliziotti. I quattro assassini vengono assolti dal tribunale, ma nel 2002 lo SCU viene sciolto per eccesso di violenza e razzismo.

15. The Coup, Ride The Fence (2001) 
Collettivo di political hip-hop nato nel 1991 a Oakland, California, e tuttora in attività, The Coup cita Marx e Mao, si dichiara zapatista e pro-cubano e, in questo Ride The Fence, anti-imperiale, antitrust, anti-armi, anti-azienda, anti-sniffare gli antidepressivi, ma anche anti-narcotici e anti-vizio. Nel loro flow, la polizia è l’antiCristo e gli Usa diventano United Snakes of America, i Serpenti Uniti d’America.

16. Bruce Springsteen, The Ghost Of Tom Joad (1995) 
Il ribelle Tom Joad in lotta contro l’ingiustizia è il protagonista di Furore di John Steinbeck e del film che ne ricavò John Ford. Due capolavori. Springsteen gli ridà voce per puntare il dito contro le diseguaglianze di fine millennio. Memorabile l’attacco della canzone: «Uomini a piedi lungo i binari / Diretti non si sa dove, non c’è ritorno / Elicotteri della stradale che spuntano dalla collina / Minestra a scaldare sul fuoco sotto il ponte / La fila per il ricovero che fa il giro dell’isolato / Benvenuti al nuovo ordine mondiale».

17. Krs-One, Sound Of Da Police (1993) 
L’odio per le forze dell’ordine nella comunità nera è radicato. Ne dà conto il rapper, attivista e writer Lawrence Krishna Parker alias Krs-One, nel suo Sound Of Da Police: «Woop-woop, questo è il suono della polizia / Woop-woop, questo è il suono della bestia».

18. Rage Against The Machine, Killing In the Name  (1992) 
«Alcuni di quelli che lavorano nelle forze dell’ordine / Sono gli stessi che bruciano croci». Uccidere in nome di: del razzismo, del KKK, del suprematismo bianco. Contro di loro si scaglia la furente canzone del gruppo rap metal californiano di Zack De la Rocha e Tom Morello. Un classico.

19/20. Public Enemy, Fight The Power / 911 Is A Joke (1990) 
«La nostra libertà di parola è libertà o morte / Dobbiamo combattere i poteri costituiti». Nel 1990 i Public Enemy, gruppo seminale del political e dell’alternative hip-hop, lanciano un inno destinato a durare, Fight The Power. Tuttavia è con 911 Is A Joke (911 è il numero di emergenza per polizia, vigili del fuoco e ambulanze, ndr) che lasciano il segno. «Ho chiamato il 911 molto tempo fa / Non vedi quanto tardano ad arrivare? / Vengono solo quando vogliono / Quindi prendi il camion dell’obitorio e imbalsama il morente / A loro non importa perché vengono pagati comunque».

21. Dead Kennedys, Stars And Stripes Of Corruption (1985) 
Un punk rocker di San Francisco in gita a Washington per vedere il Campidoglio considera che «In qualche modo è bello vedere i senzatetto svenuti sul prato / Quindi è qui che succedono i giochi di potere e le tangenti / Tutti a fare pressioni per un pezzo di culo / Delle stelle e strisce della corruzione / Mi fa vergognare così tanto di essere americano». Così, si sbottona la patta e piscia sul venerando edificio.

22. Bruce Springsteen, Born In The USA (1984) 
Una canzone patriottica? Tutt’altro: la vita allo sbando di un reduce dal Vietnam: «Nato in una città di uomini morti / Il primo calcio che ho preso è stato quando ho toccato terra / Fai la fine di un cane che è stato picchiato troppo a lungo / Fino a che spendi metà della tua vita solo a nasconderti / Nato negli USA… / Mi sono infilato in un piccolo guaio nella mia città / Così mi hanno messo un fucile in mano / Mi hanno spedito in una terra straniera / Per andare a uccidere l’uomo giallo / Nato negli USA… / Tornato a casa alla raffineria / Il tizio delle assunzioni mi ha detto “Figliolo, se dipendesse da me…”».

23. MDC, Born To Die (1982) 
Gruppo hardcore punk di Austin, Texas, si impone con un brano dal refrain esplosivo: «No war, no KKK, no fascist USA». In anni più recenti lo slogan è stato aggiornato: «No Trump, no KKK, no fascist USA».

24. Bob Dylan, Hurricane (1975) 
«Nella notte del bar risuonano colpi di pistola / Entra Patty Valentine dalla sala superiore / Vede un barista in una pozza di sangue / Grida: “Mio Dio, li hanno uccisi tutti” / Ecco la storia di Hurricane / L’uomo che le autorità hanno incolpato / Per qualcosa che non ha mai fatto / Messo in una cella di prigione, quando avrebbe potuto essere / Il campione del mondo». Nel 1975 Bob Dylan scende in campo per difendere il pugile nero Rubin “Hurricane” Carter, accusato di triplice omicidio nel 1966 nel New Jersey e condannato da una giuria di soli bianchi in base a prove manipolate. Grazie a Dylan il caso si riapre e, dopo due nuovi processi, Carter viene rilasciato nel 1985 dopo quasi vent’anni di carcere.

25/26. The Honey Drippers, Impeach The President (1973) 
Un’oscura funk band balza agli onori della cronaca con un brano che chiede l’impeachment di Richard Nixon, in seguito allo scandalo del Watergate. Riedita nel 2017, durante il primo mandato Trump, la canzone è schizzata ai primi posti nello streaming. Da segnalare anche una Let’s Impeach The President di Neil Young (2006), destinatario George W. Bush.

27. Marvin Gaye, What’s Going On (1971) 
«Madre, madre / Troppe di voi piangono / Padre, padre, padre / Troppi di noi muoiono / Sai che dobbiamo trovare il modo / Di portare un po’ d’amore qui oggi». La prima canzone impegnata della Motown di Detroit, fino ad allora dedita a un soul festoso ed epidermico. Impegno all’acqua di rose, eppure la canzone rischiò di non essere pubblicata.

28. Crosby Stills Nash & Young, Ohio (1970) 
«Nixon arriva con i suoi soldatini di piombo / Alla fine siamo rimasti soli / Quest’estate sento i tamburi che battono / Quattro morti in Ohio / Dobbiamo occuparcene / I soldati ci stanno abbattendo a fucilate / Bisognava farlo già da tempo / Che diresti se tu la conoscessi / E la trovassi morta per terra / Come reagisci quando sai?». Il 4 maggio 1970 la Guardia Nazionale uccide quattro studenti durante una manifestazione pacifista alla Clark University. Neil Young compone la canzone in mezz’ora, dieci giorni dopo l’eccidio.

29. Gil Scott-Heron, Whitey On The Moon (1970) 
«Un topo ha morso mia sorella Nell / Ma il Bianco è sulla luna / Il suo viso e le sue braccia hanno cominciato a gonfiarsi / E il Bianco è sulla luna / Non posso pagare le spese mediche / Ma il Bianco è sulla luna / Tra dieci anni pagherò ancora / Mentre il Bianco è sulla luna / Sai, l’uomo mi ha appena aumentato l’affitto ieri sera / Perché il Bianco è sulla Luna / Niente acqua calda, niente servizi igienici, niente luce / Ma il Bianco è sulla luna». Ironico e aguzzo, il poeta e attivista chicagoano Gil Scott-Heron, dopo la tagliente The Revolution Will Not Be Televised, lancia i suoi strali contro il lato oscuro del progresso.

30. Creedence Clearwater Revival, Fortunate Son (1969) 
«Certa gente è nata per sventolare la bandiera / Oh, sono rossi, bianchi e blu / E quando la banda saluta il Presidente / Oh, loro puntano il cannone su di te, Signore / Non sono io, non sono io / Non sono il figlio del senatore / Non sono io, non sono io / Quello fortunato». Grande band di rock blue collar, i Creedence se la prendono con i privilegiati che scansano la guerra in Vietnam. Come il nipote del generale Eisenhower, fresco sposo della figlia di Nixon e imboscato. Una potente esecuzione del brano, su YouTube, vede assieme l’autore John Fogerty e Bruce Springsteen.

31. Jefferson Airplane, Volunteers (1969) 
«Guarda cosa sta succedendo fuori nelle strade / C’è la rivoluzione, vai alla rivoluzione / Sto ballando giù nella strada / C’è la rivoluzione, vai alla rivoluzione/ Siamo i volontari d’America / I volontari d’America». Con i Grateful Dead, i Jefferson sono il gruppo più popolare della West Coast, e questo è l’inno della stagione hippie di “pace e amore” che alla fine degli anni ‘60 invade San Francisco.

32. Syl Johnson, Is It Because I’m Black? (1969) 
«Le sfumature marrone scuro della mia pelle / Aggiungono solo colore alle mie lacrime / Quello schizzare contro le mie ossa cave che scuote la mia anima / Ripensando ai miei sogni, che una volta conoscevo / Mi chiedo perché i miei sogni non si sono mai avverati / È perché sono nero?». Si autocommisera il bluesman e soulman Syl Johnson, e ne ha tutte le ragioni. Ma i tempi, e soprattutto il mood, stanno cambiando.

33. James Brown, Say It Loud, I’m Black And I’m Proud (1968) 
“Dillo forte, sono nero e ne sono orgoglioso”. Rispetto al Syl Johnson di Is It Because I’m Black, una rivoluzione copernicana. L’orgoglio nero negli anni dei diritti civili e del Black Power.

34. Country Joe McDonald, I Feel Like I’m Fixin’ To die Rag (1967)
«“E uno, due, tre, per che cosa combattiamo?” “Non chiederlo a me, non me ne frega niente, la prossima fermata è il Vietnam”». Tra le più celebri canzoni anti-war dei ‘60, musica che riprende Muskrat Ramble cavallo di battaglia di Louis Armstrong negli anni ‘20, l’inno beffardo di Country Joe & The Fish esplode al festival di Woodstock.

35/36. Phil Ochs, I Ain’t Marching Anymore (1965) 
«Ho ucciso la mia parte di indiani in mille combattimenti diversi / Ero lì a Little Big Horn / Ho sentito molti uomini mentire, ne ho visti molti altri morire / Ma non marcerò più / Sono sempre i vecchi a condurci alle guerre / Sono sempre i giovani a cadere / Ora guarda tutto quello che abbiamo vinto con la sciabola e la pistola / Dimmi, ne vale la pena?» Assieme alla furente Masters of War di Bob Dylan (1963: «Venite signori della guerra / Voi che costruite i cannoni / Voi che costruite gli aeroplani di morte / Voi che costruite le bombe / Voi che vi nascondete dietro muri / Voi che vi nascondete dietro scrivanie / Voglio solo che sappiate / Che posso vedere attraverso le vostre maschere») la più celebre delle canzoni pacifiste americane.

37/39. Nina Simone, Mississippi Goddam (1964) 
«Questa canzone si chiama quel dannato Mississippi / E, voglio dire, è dannato in tutti i sensi / L’Alabama mi ha sconvolta / Il Tennessee mi ha fatto perdere il sonno / E tutti sanno di quel dannato Mississippi… / Non ditemi / Vi dico / Non dite a me e alla mia gente di ciò che ci toccherà / Sono stata qui, e lo so / Continuano a dire: vacci piano! / Ma è proprio qui il problema / Andarci piano / Lavare le finestre / Andarci piano / Raccogliere il cotone / Andarci piano / Sei solo uno schifo /  Andarci piano / Sei una maledetta pigra /Andarci piano / Pensare è da pazzi / Andarci piano…». Reazione viscerale che non fa sconti, grido d’accusa che mette i brividi, Mississippi Goddam di Nina Simone costringe l’opinione pubblica, negli anni più incandescenti della battaglia contro la segregazione dei neri negli stati del Sud, a interrogarsi sulla morte di Medgar Evers, attivista per i diritti civili ucciso con un colpo di fucile alla schiena nel 1963 da un militante del Ku Klux Klan (l’assassino, assolto in due processi da giurie di bianchi, verrà condannato all’ergastolo soltanto nel 1994) e sulle quattro bambine saltate in aria in un attentato, sempre nel 1963, alla chiesa battista nera di Birmingham (anche in questo caso, i suprematisti bianchi autori della strage saranno condannati con quarant’anni di ritardo). La morte di Evers ispirerà canzoni a Phil Ochs, Malvina Reynolds e Jackson C. Frank: la più nota è Only A Pawn In Their Game di Bob Dylan, che inoltre dedicherà una canzone (The Lonesome Death of Hattie Carroll) a una cameriera nera uccisa da un bianco benestante, che la solita giuria compiacente di suoi pari manderà assolto.

40/42. Woody Guthrie, Deportees (1948) 
«I raccolti sono tutti caricati e le pesche stanno marcendo / Le arance sono tutte impacchettate in ammassi di creosoto / Vi stanno riportando indietro in volo verso il confine messicano / Perché voi poi spendiate tutto il vostro denaro per guadare di nuovo/ Addio Juan, addio Rosalita / Addio amici miei, Jesus e Maria / Non avrete un nome quando sarete su quel grande aeroplano / Il solo nome che vi daranno sarà deportati». Sembra Trump, è storia di sempre. Il 28 gennaio 1948 un aereo che sta espellendo in Messico dalla California 28 braccianti stagionali si schianta contro un canyon. I giornali danno i nomi dei quattro americani a bordo, mentre i messicani vengono citati come “deportati”, e Woody Guthrie scrive questa canzone. Sette anni prima aveva scritto 1913 Massacre, su una festa di Natale delle famiglie dei minatori in sciopero finita in tragedia: un falso allarme di incendio dato da sorveglianti ostili allo sciopero, le porte del salone bloccate, la calca che causa 73 vittime, 59 tra loro sono bambini. E otto anni prima Vigilante Man, sui sorveglianti prezzolati tanto simili all’ICE di oggi che impediscono ai poveracci in fuga dalle tempeste di sabbia del Midwest di raggiungere la California.

43. Bille Holiday, Strange Fruit (1939) 
«Gli alberi del Sud danno uno strano frutto / Sangue sulle foglie e sangue alle radici / Neri corpi impiccati oscillano alla brezza del Sud / Uno strano frutto pende dai pioppi». Scritta dall’insegnante ebreo Abel Meeropol contro la pratica disumana del linciaggio, Strange Fruit sfidando le censure diventa un cavallo di battaglia dell’immensa Billie Holiday.

44/45. Leadbelly, The Bourgeois Blues (1938) 
«Io e mia moglie abbiamo girato tutta la città / E dovunque andavamo quella gente ci cacciava via / Signore, in una città borghese / È una città borghese / Ho i blues borghesi / E diffonderò dappertutto questa notizia». La prima volta del texano Huddie Leadbetter detto Leadbelly, bluesman e songster, a Washington, in una canzone ripresa da molti. Sullo stesso tema Black, Brown & White del bluesman Big Bill Broonzy: «Se sei bianco è tutto ok / Se sei marrone aspetta / Ma se sei nero, vattene». 

46. Bing Crosby, Brother, Can You Spare A Dime? (1932) 
Il veterano del Vietnam di Born In The USA, in questa struggente canzone del 1932, è un veterano della prima guerra mondiale che la Grande Depressione ha costretto all’elemosina. «Una volta costruivo ferrovie, ho costruito torri che salivano fino al cielo, ora sono terminate, fratello, hai qualche spicciolo per me?» Portata al successo da Bing Crosby, in anni più recenti è stata riproposta da Dr. John & Odetta, in una versione “militante” per gli homeless, e da George Michael.

47. Alfred Reed, How Can A Poor Man Stand Such Times And Live? (1929) 
«Ci sono corpi che galleggiano nel Canale e gli argini sono andati all’inferno / Martha, prendimi il fucile e un po’ di giubbotti impermeabili / Alcuni sono riusciti a scappare e altri sono stati lasciati ad affogare / Dimmi come può un pover’uomo sopportare tutto questo e continuare a vivere? / Ho una famiglia dispersa tra il Texas e la strada per Baltimora / E non ho più una casa in questo mondo / Ci sarà un giudizio, questo è sicuro, il treno dei giusti è deragliato dai binari / Dimmi come può un pover’uomo sopportare tutto questo e continuare a vivere?». La miseria e i disastri della Grande Depressione in una canzone del cantante e violinista cieco Alfred Reed, ripresa anche da Ry Cooder e Bruce Springsteen.



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