I”t’s never over”. Buckley, il grande cantante rock morto prematuramente a 30 anni nel lontano 1997, è sempre nella nostra memoria con la sua voce di cristallo e le sue canzoni così intense. Il documentario di Amy Berg torna ad alimentarne il mito
Era puro cristallo, quando cantava e suonava. Era davvero il futuro del rock n roll. Aveva una sensibilità totale, che lo rendeva a volte imprevedibile e altre volte una roccia sicura a cui appoggiarsi. Era Jeff Buckley, che ha lasciato la vita terrena quasi trenta anni fa e su cui ora esce un dolce e bellissimo documentario, It’s never over: Jeff Buckley ancora questo mercoledì 18 marzo.
Diretto da Amy Berg, il film è un racconto fatto soprattutto da voci femminili: la madre, le due ex fidanzate (la seconda è Joan Wasser, alias Joan as a Police Woman) e altre voci che recuperano con commozione, divertimento e lucidità la personalità di un ragazzo con un talento infinito che amava il rock, ma anche il sufi pachistano di Nusrat Fateh Ali Khan, Edit Piaf e ovviamente Bob Dylan.
La storia di Jeff è raccontata con affetto e rispetto, e soprattutto aiuta a capire meglio la genesi della sua arte, del suo dolore e della sua musica così tanto influenzata dalla rabbia e da quel dolore.
Buckley era figlio di Tim, cantautore americano intenso e amato che morì di overdose nel 1975. Jeff crebbe solo con la madre, che lo portò a conoscere il padre a un concerto a New York. Tim e Jeff passarono insieme solo una settimana, poi il padre rimandò il figlio (nove anni) in bus da solo dalla madre. Una rockstar tossica non può essere un buon padre, Tim morì di overdose due mesi dopo, e Jeff nei fatti non fece mai pace con l’ombra di suo padre. E in più era un cantante incredibile, con la voce come quella di suo papà – anzi meglio – e con un talento e una dolcezza infinita.
La storia è tutta lì: un ragazzo “senza pelle” che affronta la vita da cantautore, il successo, le pressioni, la gioia e la paura della vita da rockstar. Se si fosse protetto, probabilmente non avrebbe più scritto e cantato canzoni così “assolute”, ma forse sarebbe ancora vivo.
Jeff Buckley morì annegato nel Wolf River a Memphis, Tennessee. Si buttò vestito nel fiume, e una vera ragione ancora non c’è. Non era sotto effetto di sostanze, aveva giusto bevuto una birra. La storia che esce dal film è quella di un ragazzo che amava vivere e amava suonare e cantare, ed era una di quelle persone che nella vita avevano trovato il proprio posto nel mondo. Era sopra la media quando si esibiva: lirico, tossico e incazzoso, capace di volare e far volare. Ma dentro, il buco lasciato lì dal padre non si rimarginava, anzi. Per essere felice doveva cantare, ma cantando era sempre alle prese con il fantasma del padre.
Una vita complicata, che si è chiusa a trent’anni. Jeff diceva che non voleva morire come il padre, e si stupiva di essere vissuto più di lui: pensieri e tormenti che sono raccontati dalle testimonianze (fra cui anche quelle di Ben Harper e Aimee Mann) e dalla voce diretta di Buckley attraverso interviste e registrazioni alla segreteria telefonica della madre e non solo.
Nel film c’è naturalmente un sacco di bella musica, da quella degli esordi al pub dove si esibiva agli inizi fino alle ultime registrazioni prodotto da Tom Verlaine che dovevano diventare il secondo attesissimo album di Jeff. In ogni nota c’è purezza e talento, la voce di Buckley assume una dimensione di trasparenza quasi metafisica, grazie a quella sensibilità femminile che lo rendeva unico.
Da segnalare fra le tante belle canzoni presenti nel film Just like a Woman di Dylan, fatta solo per voce e chitarra, e la celeberrima Halleluja di Leonard Cohen. Ma anche il provino mai finito di Everybody here wants e poi i brani che mostrano l’incredibile duttilità di Jeff nell’affrontare mondi musicali molto diversi fra loro: Corpus Christi Carol per la musica sacra e la sua versione di Yeh jo halka saroor hae del leggendario cantante pakistano Nusrat Fateh Ali Khan.
Un film bello e difficile perché commovente, a cui manca però una piccola, meravigliosa cosa che vi aggiungo in link. Tra il 1994 e il 1995 Jeff Buckley incontrò a New York Elisabeth Fraser, incredibile cantante dei Cocteau Twins e dei This Mortal Coil e se ne innamorò (ricambiato). Lui aveva sentito una sua cover di un pezzo del padre e la cercò per dirle quanto le piaceva, lei si era appena lasciata con il suo storico compagno Robin Guthrie, chitarra dei Cocteau Twins.
L’aveva approcciata come un fan, ma scoccò la scintilla. E in quel breve tempo che hanno potuto vivere insieme trovano il tempo una notte di andare in uno studio e registrare una canzone semplicemente deliziosa. Si intitola All flowers in time e non è mai uscita su disco in forma ufficiale. E’ amore allo stato puro. Due voci che si amano e che se lo dicono in una canzone così intensa che si è quasi imbarazzati ad ascoltarla, perché quasi ci si vergogna a entrare in un intimità così dolce. Ma è una meraviglia assoluta, che spiega come Jeff Buckley fosse semplicemente unico.
Nel 1997 Elisabeth Fraser ricevette la notizia della scomparsa di Jeff mentre stava registrando Teardrop con i Massive Attack. La sua voce pensava a lui, mentre eseguiva quel capolavoro.