In “Springsteen – Liberami dal nulla” di Scott Cooper”, con il bravo Jeremy Allen White, c’è la crisi attraversata dal musicista nel 1981. Dopo il doppio “The River” è già celebre, ricco, una vera rock star. Ma lui ne è paralizzato e si rinchiude in una grande casa, abitata dai fantasmi di un’infanzia proletaria avvelenata dal padre, per comporre “Nebraska”. Inevitabile il paragone con “A Complete Unknown”, dedicato a Bob Dylan da James Mangold, film che non cerca di spiegarci nulla, ma alla fine regala l’illusione di aver capito qualcosa, Qui si cerca invece di spiegare tutto, e l’esito è un onesto biopic
1981. Bruce Springsteen è già diventato The Boss ma forse non lo sa. È reduce dal doppio disco The River e dal lungo tour omonimo. È celebre, ricco, una rock star che deve solo fare ancora un piccolo passo per consolidare definitivamente a livello internazionale un successo ormai raggiunto: un nuovo album all’altezza delle aspettative del pubblico e della casa discografica. Ma Bruce sembra paralizzato davanti all’idea anche solo di lasciare il New Jersey per trasferirsi a New York. E così si rinchiude in una grande casa in mezzo al nulla, abitata dai fantasmi di un’infanzia difficile, proletaria, avvelenata da un padre alcolista e incapace di tenerezza. E lì comincia a creare i brani che andranno a comporre Nebraska, il suo lp più cupo e sorprendente, lontanissimo dall’immagine che i fan avevano di lui. Canzoni destinate a diventare celeberrime e che lui registra da solo, chiuso in una stanza, su un’audiocassetta priva persino di custodia. E quel suono sporco, ruvido, distorto, privo di ogni abbellimento, sarà esattamente quello che pretenderà di masterizzare, in un disco che uscirà nel 1982 senza il suo volto in copertina, senza interviste, senza singoli da mandare in radio. E senza neanche un tour.
Jon Landau, manager di Bruce, lo sostiene e protegge in ogni modo, però i dirigenti della CBS quasi svengono alla notizia. Ma Springsteen non molla di un centimetro, su niente. Come se ne andasse della sua vita. E in effetti ne va della sua vita. Non c’è altro modo per descrivere la situazione: una sorta di lotta strenua, struggente e feroce, fino all’ultimo respiro, tra un uomo e un bambino, tra l’adulto che Springsteen è diventato (nel 1981 ha 32 anni) e il ragazzino spaventato che era stato, in balia di un padre violento e imprevedibile, di cui era ben difficile interpretare gli sguardi, i gesti, le intenzioni.
Impossibile evitare il confronto con A Complete Unknown, dedicato a Bob Dylan e firmato da James Mangold. Un film che non cerca di spiegarci nulla, e proprio per questo alla fine riesce a regalarci l’illusione di aver capito qualcosa, del mistero glorioso del talento, dell’enigmatica identità di un uomo incapace di qualunque banale forma di umana empatia, eppure capace di raccontare il mondo, comunicare attraverso la musica, splendere e illuminare, pur mostrandoci ogni incertezza, ogni angolo buio, ogni piega oscura eppure scintillante di ciò che Nietzsche definiva “umano, troppo umano”.
Il film che Scott Cooper ha dedicato al Boss, Springsteen – Liberami dal nulla (su Cultweek ne scrive in questi giorni anche Eddie Berni, https://www.cultweek.com/springsteen-il-film-lanima-il-cuore-in-mezzo-le-canzoni/) tenta invece di spiegare tutto, dall’infanzia triste rievocata in una serie infinita di flashback in bianco e nero alla depressione che lo accompagnerà per tutta la vita, fino alla nascita di ogni singola canzone di un disco leggendario. Ma alla fine non spiega nulla. Non che fosse facile spiegare qualcosa! Raccontare per immagini la creazione artistica è qualcosa di maledettamente difficile. Ci hanno provato in tanti nella storia del cinema, mettendo in scena letterati e musicisti, pittori e scultori, e quando va bene il risultato è un onesto biopic. Nulla di più. Come in questo caso. Springsteen-Liberami dal nulla è didascalico fin dal titolo, che viene dal libro di Warren Zanes Liberami dal Nulla: Bruce Springsteen e Nebraska, su cu si basa l’intera sceneggiatura, di certo non spregevole ma neanche capace di spiccare il volo.
Meno male che al centro dello schermo c’è Jeremy Allen White (il Carmy Berzatto della serie The Bear), che riporta in vita lo Springsteen trentenne con un’energia inesauribile e struggente, cantando tutte le canzoni che compongono la colonna sonora e riproducendo con strepitosa capacità mimetica ogni gesto, ogni smorfia, ogni tic, immedesimandosi in un’anima ferita e rabbiosa, dolcissima e fuggitiva. Il film si appoggia in gran parte sulla sua formidabile performance, ma anche il resto del cast offre notevoli prove, a partire da Jeremy Strong nei panni di Jon Landau e Stephen Graham in quelli del padre di Bruce.
Springsteen – Liberami dal nulla di Scott Cooper, con Jeremy Allen White, Jeremy Strong, Paul Walter Hauser, Stephen Graham, Odessa Young