Il lettore curioso: fine d’anno 2025

In Letteratura, poesia, Saggistica, Weekend

Regalo di fine d’anno, ecco il nostro lettore rinnovato: non solo recensioni ‘classiche’ ma anche citazioni e incipit per stuzzicare la nostra curiosità e una sezione riservata alla poesia. Saltabeccando, come sempre, tra ieri e oggi, buon passaggio, con un libro accanto

Ritorna dopo una pausa il “lettore curioso”. Ripensato e, spero, arricchito. Con recensioni più snelle e alcune nuove sezioni. Le citazioni, frasi o passi che mi hanno incuriosito leggendo un libro, recensito o no (anche citarlo è in qualche modo recensirlo). Gli incipit, trenta al mese, di ieri e di oggi. E le poesie, anche queste appena date alle stampe o d’antan. L’idea, come sempre, è di non trascurare le novità ma anche di far prendere aria ai libri negli scaffali della mia biblioteca. Buona lettura e buone feste, prossimo appuntamento a gennaio.

LE RECENSIONI

Elegia per il padre. «Mio padre era giardiniere. Ora è giardino». Il padre che sta morendo, che morirà, che è morto ma ha fatto in tempo a conoscere la nipote bambina. A passare ancora un Natale con i suoi. «La morte è un ciliegio che matura senza di te». Bulgaro, classe 1968, Georgi Gospodinov è scrittore fra i maggiori di questi anni. Si può coniugare epica ed elegia? Si può, in questo “romanzo non ariano” – così l’autore definisce la sua opera – che enumera le malattie del padre come il catalogo delle navi nell’Iliade e rende straordinaria una vita normale. Accade così – e sono pagine di perentoria fascinazione – che lo studio medico dove questo padre sta affrontando l’ennesima visita si riempia, alla sua evocazione, di piante e di fiori, di profumi e di colori. Coltivare il giardino è metafora gentile dello stare al mondo e dell’amare il mondo, compito degli uomini e statuto della letteratura anche – soprattutto – quando il mondo sembra perso. Abitano questo romanzo una pudica tenerezza, una malinconia e uno spaesamento che non tralignano mai nella cupezza. E lampi, folate di allegria e di felicità. Mio padre era contadino come questo padre giardiniere, io da bambino lo pensavo come l’uomo che faceva crescere l’erba e qui un po’ lo ritrovo. Di fronte a un Novecento non di rado feroce con i padri, fatto di eredità rifiutate o accettate con beneficio d’inventario, Il giardiniere e la morte risarcisce padri e figli e ci ricorda di che cosa siamo impastati, anche quando non lo vogliamo ammettere. «Di cosa parliamo quando parliamo della morte? Della vita ovviamente, di tutta la sua incantevole fugacità». Come avrebbe detto il padre di Gospodinov, che ragazzo voleva fare il giocatore di basket e dovette rinunciare, mentre si appresta a uscire di scena: «Niente di grave». Un libro del cuore.
Georgi Gospodinov, Il giardiniere e la morte, traduzione di Giuseppe Dell’Agata, Voland, 2025

Indagini in Piemonte. Preso per la coda, come mi accade con molti autori. La donna della mansarda è il settimo romanzo che Davide Longo, piemontese di Carmagnola, dedica al commissario Vincenzo Arcadipane, lucano trapiantato a Torino, e al suo predecessore e mentore Corso Bramard, insegnante part time e detective rabdomante fuori da ogni ufficialità. L’ho acchiappato in libreria perché, dopo La traversata della notte di Andrea Canobbio e Invernale di Dario Voltolini, volevo tornare a respirare su carta la Torino dove mia figlia si è trasferita. E leggendolo mi sono affezionato alla strana coppia.
Ad Arcadipane, tarchiato ultracinquantenne che nasconde un’intelligenza non banale del mondo dietro abiti improbabili e stazzonati, crisi sentimentali (diviso dalla moglie, sta con una psicoterapeuta che sbrigheremo definendola eccentrica quanto il nome che si porta dietro, Ariel), guai con il vecchio scassone che gli fa da auto, insicurezze occultate dai modi bruschi e dall’eloquio tagliente e un curioso vezzo, i vezzi dei protagonisti hanno da sempre gran parte nei polizieschi: è consumatore compulsivo di quelle caramelle gommose alla liquirizia che chiamano sucai.
E ancor di più al laconico e austero Bramard, che cela dietro una composta e semiselvatica normalità il nocciolo duro della disperazione: è stato il più giovane commissario d’Italia, un serial killer gli ha ucciso e mutilato la moglie e fatto sparire la figlia bambina, lui ha lasciato la polizia, ha preso a bere ed è diventato rocciatore a mani nude, nella speranza di mancare l’appiglio e precipitare (il serial killer riesce a scovarlo, ne dà conto il romanzo che principia la serie, Il caso Bramard, un piccolo gioiello noir).
Qui è di scena la misteriosa scomparsa di una pittrice di fama, che dipinge persone con un sacchetto in testa a celarne il volto e vive reclusa nello studio-mansarda di un bizzarro palazzo costruito da un bisnonno architetto a maldestra imitazione della “Fetta di Polenta” di Antonelli, il più piccolo edificio di Torino. Un giorno non la trovano in casa e da allora non si sa più niente di lei. Sparita, rapita, uccisa? Arcadipane e Bramard riaprono le indagini, aiutati dall’ “agente punk” Isa Mancini. Frugheranno nella storia della famiglia efferata della pittrice (c’è spazio anche per una serie di delitti dell’Ottocento, autore il “barbiere del Canavese”), si imbatteranno in fidanzati profittatori, vecchi giornalisti indagatori di misteri, librai che interrogano antiche carte, persino nel fantasma di Lombroso. Finale a sorpresa.
La Torino (e dintorni) di Longo è poco propensa a esibirsi, sospesa tra postmodernità e arcaismo come i delitti che la abitano (in  Una rabbia semplice è di scena un gioco crudele di adolescenti nascosto nelle viscere del dark web), popolata da personalità inquietanti, mattocchi e taciturni. Longo scrive bene e a volte ne abusa (qualche similitudine lambiccata di troppo, dialoghi sul registro ironico-brillante, possibile che nessuno parli come mangia?) ma la cifra noir che porta in dote convince. Alessandro Baricco, provando a dare la ricetta del suo cocktail stilistico, dice che è “due parti di Fenoglio, due di Simenon, una di Paolo Conte e cinque di Davide Longo”. Non so se le dosi sono esatte, ma rende l’idea.
Davide Longo, La donna della mansarda, Einaudi, 2025

Uno su trenta ce la fa. Alla larga dalle rimpatriate. Decidono di rivedersi a cena nel luglio 1975, un anno dopo la maturità, i trenta ex alunni della terza A del liceo Berchet di Milano. A qualcuno di loro viene l’idea di una riffa che si rivelerà un diabolico congegno a orologeria. Verseranno tutti periodicamente una cifra che, investita, costruirà un tesoro. Ne godranno i tre superstiti, quelli che riusciranno a campare più a lungo. Anno dopo anno, gli antichi alunni si ritrovano a cena il 22 luglio: per raccontarsi come va, per accertarsi di essere ancora in vita, per essere aggiornati sugli investimenti, da un certo momento in avanti per esibire le cartelle cliniche. Già nel 1976 sono rimasti in ventinove: una di loro si è suicidata. Gli altri, nel corso del tempo, tireranno le cuoia per vecchiaia, malattia, incidenti, suicidi, alcuni di loro eliminati da antichi compagni fin troppo desiderosi di sfoltire la lista dei viventi. Tutti ne avranno comunque segnata la vita, che sarà una lunga maratona con l’occhio (quasi) solo al traguardo. Vincerà, nel 2050 e ormai novantenne, l’unico che è riuscito a serbare in sé un po’ di candore e di fanciullezza.
Con un plot tra Final destination e Dieci piccoli indiani (Michele Mari ha una passione per le eliminatorie: affondavano uno dopo l’altro gli otto scrittori di un bellissimo racconto di Tu, sanguinosa infanzia, si facevano fuori i due parroci della Val Seriana a caccia dell’ultimo fungo nelle Maestose rovine di Sferopoli), il romanzo crepita di trovate e colpi di scena esilaranti e procede per cataloghi di bizzarria: l’onanista compulsivo, l’altrettanto compulsivo cinefilo e fumettologo (c’è, fra le tante cose, un elenco completo dei film a cui ha preso parte Gene Hackman), gli scommettitori, il finanziere-demiurgo, quella che aveva fama di darla a tutti e non l’ha mai data a nessuno, il magazziniere della Caritas, la discendente di una principessa ungherese che per mantenersi giovane si bagnava nel sangue di giovani vergini. Sotto il divertimento crudele si cela un doppiofondo tragico sulla vita che ci cambia, sulle antiche amicizie e frequentazioni che si sfarinano, in breve sul tempo che passa e sulle devastazioni che porta.
Scrittore di grande virtuosismo, della scuola dei Gadda & c. ma più affine a Tommaso Landolfi, Mari ha scritto un romanzo di sapido humour nero che ingloba anche tanti cataloghi (le vie e le chiese milanesi con tanto di numero civico, le malattie, i cartoon, le filmografie) e non si fa mancare neppure la tenerezza, nel delicato e a tratti struggente amore senile fra i due ultimi superstiti. Raccomandato.
Michele Mari, I convitati di pietra, Einaudi, 2025

Tutte le sfumature del rosso. «Per le scienze umane parlare di “colore rosso” è quasi pleonastico. Il rosso è il colore archetipico, il primo che l’uomo abbia padroneggiato, fabbricato, riprodotto, declinato in varie sfumature, prima in pittura e poi in tintura. Ciò ha conferito al rosso, per molti millenni, il primato sugli altri colori. E spiega perché in numerose lingue uno stesso vocabolo possa significare al tempo stesso “rosso”, “bello” e “colorato”. Benché ai giorni nostri, in Occidente, il colore di gran lunga preferito sia il blu, e nella vita quotidiana il rosso abbia ormai un ruolo più discreto – quanto meno se lo si confronta con quello che aveva nell’Antichità greco-romana o nel Medioevo – il rosso rimane comunque il colore più forte, il più degno di nota, il più ricco di orizzonti poetici, onirici o simbolici». Così lo storico francese Michel Pastoreau, che ai colori ha dedicato una nutrita serie di libri, passando in rassegna dal 2000 al 2022 blu, nero, verde, rosso, giallo e bianco. 
Il rosso, assieme al nero, è il primo colore che incontriamo nelle pitture rupestri del neolitico. Nel corso dei millenni simboleggerà sia il potere e il sublime, sia la ribellione al potere e il sordido. La porpora senatoria e imperiale (ma Nerone darà scandalo vestendosi di verde), il sangue di Cristo ma anche le fiamme infernali, le dame dalle vesti sontuose e i regnanti (è vestito tutto di rosso Carlo Magno quando nel Natale dell’800 va a Roma per farsi incoronare dal papa, anche se i re francesi unici in Europa sceglieranno l’azzurro) ma anche il diavolo. Per non parlare delle prostitute, obbligate a indossare vesti scarlatte, quasi un anticipo delle luci rosse, per essere riconosciute e segnate a dito (battezza l’usanza Milano nel 1323).
Si scagliano contro il rosso e contro la frivolezza peccaminosa del colore i protestanti, che vestono di nero o di grigio: Lutero, Calvino, Melantone. E in Italia Girolamo Savonarola. Ma intanto il rosso sta per diventare il colore della rivolta. Avviene nella Francia rivoluzionaria del 1789 e in tutte le sommosse dell’800 fino alla Comune di Parigi. Adottato dal nascente movimento socialista, dai lavoratori con l’istituzione dellsa Festa del 1° Maggio, dagli anarchici assieme al nero, nel ‘900 dai comunisti (è rossa nel 1922 la bandiera dell’Unione Sovietica, lo sarà nel 1949 quella della Cina) oggi, ma questo il libro di Pastoreau non lo può dire, è il colore ostentato da Trump nelle sue cravatte e nei suoi berrettini da baseball. A simboleggiare che, come diceva Warren Buffett, «la lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi». Cioè loro, gli uomini della finanza e la destra populista.
Michel Pastoreau, Rosso. Storia di un colore, traduzione di Guido Calza, Ponte alle Grazie, 2023

Ingarrica poeta ciuccio. Una festa per me che amo il genere, questa succosa antologia di poesia demenziale compilata e annotata da Stefano Tonietto come quasi non si fa neppure per i nostri classici maggiori. Ferdinando Ingarrica, chi era costui? Ne scoprii l’esistenza grazie a Giampaolo Dossena (1930-2009), storico della nostra letteratura e massima autorità italiana in materia di giochi, anche di parola, che me lo citava spesso. E grazie a Paolo De Benedetti (1927-2016), dirigente editoriale che conobbi alla Garzanti con cui collaboravo, caporedattore del monumentale Dizionario Bompiani degli autori e delle opere, biblista insigne (La morte di Mosè e molto altro), tessitore del dialogo fra ebraismo e cristianesimo. E autore di un aureo libretto di limerick e affini (Nonsense e altro, Scheiwiller 2002 e Morcelliana 2018) che raccomando. 
Ingarrica era un magistrato borbonico della Gran corte criminale di Salerno, che si rovinò la carriera licenziando cento anacreontiche “ad uso de’giovinetti” in cui volgeva in rima a scopo pedagogico lo scibile umano. Sperava di essere trasferito al tribunale di Napoli ma quel libretto, che invano i parenti cercarono di far sparire acquistando tutte le copie in circolazione, gli diede la fama di poeta ciuccio coprendolo di ridicolo e impedendo la sua promozione.
Le anacreontiche erano un genere in voga nel Settecento arcadico: quattro oppure otto versi ottonari rimati ABBc. Celebri le arie di Metastasio:
È la fede degli amanti
come l’araba fenice:
che ci sia ciascun lo dice,
dove sia nessun lo sa.
Ingarrica le stravolse con troncamenti assurdi e uno spirito classificatorio talmente pedante da scivolare nel comico involontario. Come nella più nota delle sue quartine stortignaccole, dedicata all’astronomia:
Stronomia è scienza amena
Che l’uom porta a misurare
Stelle, Sol, e ‘l glob’ Lunare,
E a veder che vi è là su.

Diventato oggetto di scherno, il poeta ciuccio diede vita senza volerlo a un genere fortunato, le ingarrichiane. Come questa di Michele Testa in arte Armando Gill, protocantautore di inizio Novecento e autore della celebre Come pioveva:
La poesia è quella cosa
Ch’è diversa dalla prosa:
È perciò che prosa e vers’
Sono generi divers’.

Tra il 1913 e il 1915 resero omaggio all’ingarrichiana i futuristi di Lacerba con una copiosa messe di “versi maltusiani” affilati e sarcastici (il troncamento delle parole alla fine delle quartine veniva associato al coitus interruptus, metodo “maltusiano”  per prevenire le nascite). Nel loro Almanacco purgativo (1914) si può leggere:
Moralista è quella cosa
che del fico vuol la foglia
ma se poi gli vien la voglia
vuole il frutto al femminil.

Oppure, reazionaria ma oggi piacerebbe a molti:
Parlamento è quella cosa
che ci vanno tutti quanti.
I più bischeri e birbanti
vanno pure al minister.

Amico dei futuristi, anche il grande Ettore Petrolini si cimentò con l’ingarrichiana:
Petrolini è quella cosa
che ti burla in ton garbato, 
poi ti dice: ti à piaciato?
Se ti offendi se ne freg.

È la moglie quella cosa
che per lusso e per vestito
spende il doppio del marito
e si chiama la metà.

Hanno scritto ingarrichiane Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Luciano Folgore, persino Antonio Gramsci in cartoline scherzose alla moglie. Più di recente Stefano Bartezzaghi; e Umberto Eco:
Berlusconi è quella cosa
che ci dà tv ogni sera
poi per non patir galera
organizza Forzital.

Torniamo a Paolo De Benedetti. Con lui l’ingarrichiana trasmigra: da nonsense malgré soi diventa nonsense compiuto per lunare, ironica soavità:
Il formaggio è quella cosa 
che si fa col latte vecchio
lo si mette dentro un secchio
e si lascia stare lì.

È la mummia quell’arnese
che veniva imbalsamato
per restare conservato
dentro a grandi piramìd.

Il castello è quel palazzo
messo in cima a una collina
quando poi cade in rovina 
è castello ancor di più.

Tra le recentissime, segnalo questa di Alessandra Celano:

È l’amore quella cosa
che mannaggialamiseria
sembra sempre molto seria
ma talvolta non lo è.
Poesia demenziale da Ferdinando Ingarrica a oggi, a cura di Stefano Tonietto, Quodlibet, 2014

Un delitto e due Italie«Dire il luogo non serve, da tanto è intimo alla macchia. Diremo soltanto di una faggeta discosta dal sentiero, un letto di foglie che a un soffio di vento si sollevano turbinando, una pietra scolpita che esce allo scoperto prendendo gli occhi del camminatore attento. Un inciampo per i più. Una rivelazione, per alcuni. Coloro che si accostano scopriranno che sopra quel masso di arenaria eretto in verticale una mano illetterata ha lasciato poche parole incise con lo scalpello: 1870 / IN PACE / DOMENICA / GIEBENINI / FU UCISA / PREGATE / PER EA». La saga emiliana di Massimo Zamboni, cantante e chitarrista dei Cccp e dei Csi, cantautore e scrittore persuasivo per stile ed etica, si arricchisce dopo il capolavoro L’eco di uno sparo (2015) e dopo La trionferà (2021) di uno straordinario capitolo appenninico.
La Val d’Asta era la più aspra e isolata delle comunità montane del Reggiano. Lì, un secolo e mezzo fa, avvenne un fatto di sangue che ancora si tramanda. Vittima Maria Domenica Gebennini, donna di casa d’orto e di pascolo. Uccisa da un viandante, da un forestiero, da un giovane che, giovinetta e vergine, le usò violenza sopprimendola dopo lo stupro. Le cose non sono andate così. Domenica è morta crollando a terra di schianto, dopo avere litigato per una questione di vacche che avevano sconfinato con la sorella Oliva e con il cognato Lorenzo Puglia detto Gambaccia per via del cattivo carattere. Secondo la voce popolare, che giungerà alle autorità, l’autore del delitto è stato proprio il collerico cognato, che a seconda delle versioni ha preso a bastonate, ha strattonato e spinto, ha strangolato Domenica.
Fin qui i fatti offerti in molteplici e contraddittorie versioni. Fa la differenza, e rende ammirevole la prova di Zamboni che ha sentito antiche storie e consultato antiche carte, vedere a confronto due Italie di un’Italia che ancora nel 1870 non è fatta: quella di chi ha il cappello in mano e quella di chi ha il cappello in testa (l’arrivo delle autorità sembra quello che Silone racconta in Fontamara). I montanari che non si sono mai allontanati di lì (l’erranza di Gambaccia latitante, che approda a Parma come se fosse arrivato in America dopo “trenta giorni di nave a vapore”, ha del fiabesco), i carabineri, cancellieri, giudici e medici che lì accorrono per portarci, scambiandolo per giustizia, un italiano intonacato da verbale e da referto. Il colpevole non salterà fuori, per Domenica c’è soltanto da seppellirla, pregare per ea e dimenticarla subito. Così eravamo, così talvolta (certi fatti di cronaca nera ce lo ricordano) siamo ancora. Per me il romanzo italiano più bello di questo 2025. 
Massimo Zamboni, Pregate per ea, Einaudi, 2025

LE CITAZIONI

Bandiera rossa. «Una spaventosa detonazione rintronò sulla barricata. La bandiera rossa cadde; la scarica era stata così violenta e così fitta, che ne aveva reciso l’asta… Enjolras raccolse la bandiera, caduta proprio ai suoi piedi… “C’è qualcuno qui, che abbia fegato? Chi collocherà la bandiera sulla barricata?” Nessuno rispose. Salire sulla barricata nel momento in cui, certo, essa era di nuovo presa di mira, significava semplicemente la morte… Nel momento in cui Enjolras ripeteva il suo invito: “Non si presenta nessuno?”, fu visto il vecchio apparire sulla soglia della taverna. Si diresse senza esitare verso Enjolras, mentre gli insorti si traevano da parte davanti a lui, con religioso timore, strappò la bandiera ad Enjolras, che indietreggiò, impietrito, e allora, senza che alcuno osasse fermarlo né aiutarlo, quel vecchio ottantenne, colla testa oscillante e il piede fermo, cominciò a salire lentamente la scala di pietra praticata nella barricata. La cosa era tanto grandiosamente triste che tutti, intorno a lui, gridarono: “Giù i cappelli!” Ad ogni scalino che saliva, era sempre più impressionante; i capelli bianchi, la faccia decrepita, l’ampia fronte calva e rugosa, gli occhi infossati, la bocca stupita e aperta, il vecchio braccio che sollevava la bandiera rossa, sorgeva dall’ombra e s’ingrandiva nella luce cruenta della torcia; e si sarebbe creduto di vedere lo spettro del ‘93 uscire dal suolo, colla bandiera del terrore in pugno.
Quando fu al sommo, quando quel fantasma tremante e terribile, ritto su quel mucchio di rovine al cospetto di milleduecento fucili invisibili, si rizzò di fronte alla morte come se fosse più forte di essa, tutta la barricata assunse nelle tenebre un aspetto soprannaturale e gigantesco. Vi fu una di quelle pause silenziose che sorgono soltanto intorno ai prodigi. In quel silenzio il vecchio agitò la bandiera rossa e gridò: “Viva la rivoluzione; viva la repubblica; Fratellanza! Uguaglianza! E la morte!”». Victor Hugo, I miserabili, citato in Rosso. Storia di un colore di Michel Pastoreau. La scena è ambientata nel 1832, ben prima che nascesse il movimento socialista che quella bandiera avrebbe fatto sua.

Cianuro. «Come ti dissi, in alcune specie vegetali, tipo la mandorla amara o i noccioli di alcuni frutti tra cui per esempio ciliegie, pesche, albicocche, il cianuro è presente sotto forma di amigdalina, un glicoside cianogeno che per idrolisi libera acido cianidrico. Si trova anche nelle foglie di alcune piante, tipo l’acacia. Vero è che il cianuro ha una tossicità elevatissima, e anche dosi molto basse possono essere letali, ma ricavare dai glicosidi cianogeni dei vegetali una quantità sufficiente ad avvelenare litri di bevanda ce ne vuole». Parla come un copia-incolla da un manuale di tossicologia l’anatomopatologo Adriano Calì, che fa lezione di chimica al vicequestore Vanina Guarrasi, palermitana trapiantata a Catania. In Mandorla amara di Cristina Cassar Scalia (Einaudi, 2025), decimo episodio di una fortunata serie gialla che è approdata anche in tv, hanno ucciso sette persone a bordo di uno yacht avvelenando il loro latte di mandorla con il cianuro. L’assassino non l’ha estratto dalle piante, e neppure dai diserbanti, ma si è servito della sostanza tossica usata nella galvanostegia, «una tecnica che usano gli orafi per la doratura dei gioielli».

Cohen e Dylan. «Cohen è uno stilnovista, la sua intera opera è una Vita nova erotico-mistica, con abbondanza di Beatrici. Dylan è il canto XXIII dell’Inferno, quello del Conte Ugolino (Alessandro Carrera e Carlo Feltrinelli in Bob Dylan, 64 Lyrics).

Dolorosissimo. «Anche Brancati “andava la sera a via Veneto”: in molti, uscendo dalle redazioni dei giornali o semplicemente per prendere il fresco in compagnia, salivano a rilassarsi ai tavolini dei bar… e una sera si avvicinò a Brancati seduto a un tavolino con gli amici un giovane che gli disse: “Maestro, io sono catanese, ho letto i suoi libri, sono venuto a Roma perché vorrei entrare nel mondo del cinema, cosa mi consiglia di fare?” e Brancati: “Sai, per entrare nel cinema bisogna dare via il sedere”. Sere dopo quel giovane passò di nuovo per via Veneto e guardando disse a Brancati: “Dolorosissimo fu, dolorosissimo!”. L’aveva preso alla lettera». Racconta l’aneddoto Goffredo Fofi in Arcipelago Sud, Feltrinelli.

Gesù. «Gli abitanti del villaggio si erano presto accorti che c’era qualcosa di insolito in Gesù. Forse il motivo era che Gesù, fin dalla sua più tenera età, si era dimostrato sorprendentemente sicuro di sé – ai limiti dell’arroganza – quando si rivolgeva agli adulti. Oppure si trattava del rispetto, misto all’ansia, con cui i suoi genitori, Maria e Giuseppe, lo trattavano. Più probabilmente si trattava del fatto che aveva già ucciso delle persone». Gesù che, ancora bambino, fa secchi due coetanei e un adulto che lo rimprovera e, più grandicello, vende schiavo in India il fratello gemello. Giuseppe che rimprovera Maria di infedeltà, i primi teologi che discutono se Maria sia stata ingravidata dall’essere supremo attraverso gli occhi oppure attraverso un orecchio. Le mille storie raccolte dai Vangeli apocrifi e non accolte dal canone ufficiale, la moltitudine di eresie che nei primi secoli dilaniano le comunità cristiane. Le racconta l’inglese Catherine Nixey in Gli altri figli di Dio, sottotitolo “Cristo, la Chiesa e l’invenzione dell’eresia” (Bollati Boringhieri, 2024, traduzione di Leonardo Ambasciano). Libro brillante e ben documentato su come la chiesa trionfante, l’ortodossia che si va formando, regoli i conti non solo con i pagani, ma anche con i cristiani scomodi. La condanna, per i primi come per i secondi, è la damnatio memoriae. Si può rimproverare tuttavia all’autrice di abbondare nell’aneddotica – ci si avverte, anche agli occhi di un non credente come me, una vis polemica da “spretata” – e di curare poco la contestualizzazione e la comparatistica: perché si sono imposte certe narrazioni e non altre, e a quale prezzo; quali miti e credenze di altre religioni il cattolicesimo ha saccheggiato facendoli propri. Anche le eresie, che furono appunto abbondanti, sono trattate per piccoli scorci. Per saperne di più, meglio rivolgersi all’ottimo Piccola enciclopedia delle eresie cristiane di Michel Theron (Il Nuovo Melangolo, 2006, traduzione di Francesco Chiossone). Se fossi vissuto allora, forse sarei stato un pelagiano: sulla scorta del pio monaco britannico avrei ritenuto che il peccato originale fu soltanto di Adamo ed Eva e non dei discendenti, e non macchiò la natura umana (e peraltro aspirare alla conoscenza non è un peccato). La conseguenza è che, per il pelagianesimo, la volontà dell’essere umano è da sola in grado di scegliere ed attuare il bene, senza necessità della grazia divina. Purtroppo contro Pelagio vinse sant’Agostino, ex eretico divenuto persecutore di eretici.

Mestruazioni. «Ma non sarebbe facile trovare qualcosa di più prodigioso del flusso mestruale delle donne. Al sopraggiungere di una donna che ha le mestruazioni il mosto inacidisce, al suo contatto le messi diventano sterili, muoiono gli innesti, bruciano i germogli dei giardini, cadono i frutti degli alberi presso cui la donna si è fermata, la lucentezza degli specchi si appanna, si smussa la punta delle lame, si oscura lo splendore dell’avorio, muoiono le api negli alveari; persino il bronzo e il ferro si arrugginiscono all’istante e il bronzo prende un odore sgradevole». Misoginia e superstizione si danno la mano in Plinio il Vecchio, Storia naturale, citato in Rosso. Storia di un colore di Michel Pastoreau.

Shostakovic. La prima della Scala, con l’osannata Lady Macbeth del distretto di Mcensk, ha riportato all’onore delle cronache la stroncatura staliniana che Dmitrij Shostakovich subì nel 1936. Julian Barnes la racconta così, dal punto di vista del compositore (Il rumore del tempo, Einaudi, 2016, traduzione di Susanna Basso): «…Forse poteva prendersela con Shakespeare, per aver scritto il Macbeth. Oppure con Leskov, per averne composto una versione russificata nel suo Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk. Macché, niente di tutto ciò. La colpa, palesemente, era tutta sua, per aver scritto quella pièce oltraggiosa. Colpa della sua opera e del grande successo ottenuto – in patria come all’estero – se si era destata la curiosità del Cremlino. Colpa di Stalin in quanto ispiratore e sostenitore – se non addirittura autore – dell’editoriale sulla “Pravda”: quest’ultimo conteneva una quantità di errori di grammatica sufficienti a suggerire che a redigerlo fosse stata la penna di qualcuno i cui svarioni non si potevano assolutamente emendare. E colpa di Stalin l’essersi pensato un mecenate e intenditore in prima battuta. Era noto a tutti come non si fosse perso una sola rappresentazione del Boris Godunov al Bol’soj. Un interesse pressoché analogo a quello manifestato per Il principe Igor’ e per il Sadko di Rimskij-Korsakov. Come supporre che non avrebbe voluto ascoltare la tanto acclamata opera nuova dal titolo Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk?
E dunque, il compositore ricevette istruzioni di assistere alla rappresentazione del proprio spettacolo la sera del 26 gennaio 1936. Sarebbero stati presenti il compagno Stalin, e i compagni Molotov, Mikojan e Zdanov. Presero posto nel palco delle autorità situato, per sventura, precisamente sopra percussioni e ottoni. Sezioni d’orchestra che, in Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, non avevano certo partiture schive e sommesse.
Ricordava di aver lanciato occhiate dal palco della regia, dove era seduto, al palco delle autorità. Stalin era nascosto dietro una piccola tenda, una presenza invisibile alla quale gli altri illustri compagni si volgevano con fare incensante, sapendosi osservati a loro volta. Date le circosranze, tanto il direttore quanto gli orchestrali erano comprensibilmente nervosi. Nell’intermezzo che precede le nozze di Katerina, legni e ottoni all’improvviso si misero in testa di suonare a volume più forte di quello previsto dalle sue indicazioni. A quel punto fu come il diffondersi di un virus che attraversò tutte le sezioni. Se il direttore se ne accorse, non poté farci nulla. Dall’orchestra saliva un boato sempre più assordante: e a ogni fortissimo delle percussioni – fragori sufficienti a mandare i vetri in frantumi – i compagni Mikojan e Zdanov rabbrividivano in modo dimostrativo prima di volgersi alla figura seduta dietro la tenda per formulare qualche commento beffardo. All’inizio dell’atto quarto, quando gli spettatori levarono gli occhi verso il palco delle autorità, dovettero constatare che era rimasto vuoto.
Dopo lo spettacolo, lui aveva preso la valigetta e raggiunto direttamente la Stazione Nord per prendere un treno per Archangelsk. (…)
Alla stazione di Archangelsk , sfogliando la “Pravda” con dita intirizzite dal freddo, aveva trovato a pagina tre un titolo che definiva, condannandola, la devianza: CAOS ANZICHÉ MUSICA. Decise all’istante di rientrare a casa passando da Mosca, dove avrebbe chiesto consiglio. Sul treno, mentre il paesaggio immerso nel gelo gli scorreva accanto, rilesse l’articolo per la quinta o sesta volta. In un primo tempo, si era sentito sconvolto per la sua opera non meno che per la sua persona: dopo una denuncia del genere, Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk non sarebbe mai più potuta andare in scena al Bol’soj. Nel corso degli ultimi due anni, era stata applaudita ovunque, da Cleveland a New York, dall’Argentina alla Svezia. A Mosca come a Leningrado aveva incantato non solo pubblico e critica, ma anche i commissari politici. Durante i lavori del XVII Congresso del Partito le rappresentazioni dell’opera erano state catalogate come parte del prodotto ufficiale del distretto di Mosca, con l’ambizione di competere direttamente con le quote di produzione dei minatori del Donbass.
Ma tutto questo non significava più nulla: il suo lavoro ormai era destinato a essere messo a tacere come si fa con un cucciolo uggiolante che abbia finito col seccare il padrone. Si sforzò di analizzare i diversi elementi dell’attacco nel modo più lucido possibile. Prima di tutto, il successo stesso dell’opera, specialmente all’estero, si era trasformato in un capo d’accusa. Soltanto pochi mesi prima, la “Pravda” aveva patriotticamente riferito della prima americana al Metropolitan. Ora lo stesso giornale sosteneva che Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk aveva ottenuto accoglienza fuori dai confini dell’Unione Sovietica solo in quanto opera “priva di contenuto politico e confusa”, e perché “accarezzava il gusto morboso del pubblico borghese con una musica inquieta e nevrastenica”.
Subito dopo e in relazione a tutto ciò veniva quello che ritenne il giudizio critico del palco delle autorità, la traduzione in parole dei vari sbadigli e sorrisetti rivolti adulatoriamente alla sagoma nascosta di Stalin. Una musica che “grugnisce, ansima, sbuffa”, lesse quindi a proposito della sua opera, la cui natura “nervosa, convulsa e spasmodica” derivava dal jazz, e rimpiazzava il canto con le urla. Era evidente che la musica era stata buttata giù frettolosamente al solo scopo di compiacere gli “esteti” che avevano perso ogni “sano gusto” musicale per prediligere “un flusso confuso di suoni”. Quanto al libretto, esso si concentrava volutamente sugli aspetti più sordidi della novella di Leskov: il risultato era “grezzo, primitivo e volgare”».

GLI INCIPIT

Mentre scendeva da sola in ascensore, si guardò le mani. Il dorso, i palmi, senza trascurare le unghie.(Fernando Aramburu, Ultima notte da poveri )

Uno. Prima di attraversare guarda a destra e a sinistra.
(Viola Ardone, Tanta ancora Vita).

Erano due le cose che aspettava con ansia: la morte, e l’arrivo dei suoi dischi.
(Julian Barnes, Diciassette diverse possibilità di fallire).

L’Hotel Spaander è fallito. Colpa del Covid: i turisti asiatici – cinesi, giapponesi, coreani – non sono più arrivati.
(Jan Brokken, La scoperta dell’Olanda).

Qualcuno ci pensa e qualcuno no. Io ci penso da trent’anni. Cerco di prepararmi.
(Julia Deck, Ann d’Inghilterra).

Primo: non diventare cinici.
(Paolo Di Paolo, Un mondo nuovo tutti i giorni).

Il primo lunedì del mese d’aprile del 1625, il borgo di Meung, dove nacque l’autore del Roman de la Rose, pareva essere in preda a una grande rivoluzione come se gli ugonotti fossero venuti a farne una seconda Rochelle.
(Alexandre Dumas, I tre moschettieri).

Siamo due fumatori d’oppio ognuno dentro la sua nuvola, non vediamo niente fuori, e soli senza mai capirci fumiamo…
(Mathias Enard, Bussola).

Quindi sarei andato a Fismes solo due volte.
(Didier Eribon, Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo).

Verrai al mio funerale?
Lei guarda in basso, fissa la tazza di caffè che le sta davanti, e non dice nulla.
(Jenny Erpenbeck, Kairos).

Un silenzio irreale avvolgeva piazza del Duomo. Il vento faceva ondeggiare le bandiere rosse, il manico stretto nelle mani di uomini e donne dal volto scavato, manodopera sfruttata nelle fabbriche milanesi.(Tiziana Ferrario, Anna K.)

Ruotano intorno alla Terra nella stazione spaziale, così uniti e così soli che ogni tanto persino pensieri e mitologie si fondono.
(Samantha Harvey, Orbital).

Le bombe arrivavano in confezioni d’ogni genere.
(Steven Johnson, Dinamite).

Erano le sette di una sera molto calda, sulle colline di Seeonee, quando Padre Lupo si destò dal suo riposo quotidiano. Si grattò, sbadigliò e stirò una dopo l’altra le zampe per scioglierle dal torpore.
(Rudyard Kipling, Il libro della giungla).

Finalmente il pastore salì sul pulpito. I fedeli alzarono il capo. Ah, eccolo! Quel giorno la messa non sarebbe mancata come la domenica prima e come già molte altre domeniche.
(Selma Lagerlöf, La saga di Gösta Berling).

Mi ha chiamato nel bel mezzo della serata. Stava piangendo.
(Édouard Louis, Monique evade). 

Per quanto ci ripensassero e ne discutessero insieme, non riuscirono mai a stabilire chi avesse avuto l’idea.
(Michele Mari, I convitati di pietra).

Il 20 maggio 2119 presi il traghetto della notte da Port Marlborough e nel tardo pomeriggio arrivai al piccolo attracco nei pressi di Maentwrog-under-Sea che serve la biblioteca Bodleiana nella Snowdonia.
(Ian McEwan, Quello che possiamo sapere).

A mezzogiorno e tre quarti riusciva finalmente l’esperimento. L’attesa e l’ansia erano premiate. Nella fiamma incolore della lampada di Bunsen, un lampo di verde fosforescenza si accendeva…
(Ferenc Molnar, I ragazzi della via Pal).

Ogni sera, al medau dei Farci, il tramonto si completa dietro ai tetti delle arnie. In linea d’aria il paese non è lontano, ma vengono in pochi.
(Giulio Neri, Dei fiori che rinascono).

-C’è un problema.
(Louise Penny, Il lupo nero).

A quarant’anni dormo ancora con mia madre.
(Alcide Pierantozzi, Lo sbilico).

Per gran parte del XVIII secolo, due uomini si sfidarono per completare un esaustivo censimento di tutta la vita sulla Terra.
(Jason Roberts, Una prodigiosa moltitudine. Linneo, Buffon e l’ossessione per la conoscenza).

Ce l’avevo talmente conficcata in testa, mia madre, che per l’intero primo anno di scuola non riuscivo a non pensare che tutte le maestre fossero lei, travestita.
(Philip Roth, Portnoy).

A quindici anni si trasferisce con sua madre in una nuova città e ricomincia in una nuova scuola.
(David Szalay, Nella carne).

A Mosca tutto tace.
(Lev Tolstoj, I cosacchi).

Vi sono realtà estranee e superiori a questa nostra realtà che, essendo l’unica noi nota, ci appare l’unica esistente.
(Gregor Von Rezzori, Un ermellino a Cernopol).

(convocati) «Ma da quella parte, e si poteva vedere dalla finestra, non c’era un boschetto di betulle?»
(Gustavo Zagrebelsky, Memoria di casa).

Così come improvvisa è apparsa un giorno agli occhi di chi scrive, a chi dovesse passare per queste montagne potrebbe capitare di imbattersi in una lapide abbandonata tra boschi.
(Massimo Zamboni, Pregate per Ea).

Dionisia aveva fatto la strada a piedi dalla stazione di Saint-Lazare, dov’era scesa con i suoi due fratelli dal treno di Cherbourg, dopo aver passato tutta la notte sulle dure panche di un vagone di terza classe.
(Émile Zola, Al paradiso delle signore).

LE POESIE

Bob Dylan. «Dylan non è un poeta aggiornato; anzi, è decisamente vecchia scuola. Secondo i casi, è un romantico che guarda alle antiche ballate come un Robert Burns nato due secoli dopo; è un simbolista che in pieno Novecento si mette nella scia di Rimbaud come se i novant’anni tra il 1871 e il 1961 fossero passati per tutti tranne che per lui; è un modernista riottoso, ansioso di fare a meno di Eliot e Pound (che fanno a pugni nella cabina di comando del Titanic, come apprendiamo da Desolation Row) ma inutilmente, perché il linguaggio del modernismo è anche il suo; è un beat che si è stancato presto dell’autocompiacimento beat come della latente idiozia dei personaggi di On the Road (parole sue, da Chronicles vol. 1); è un analogista irrazionale alla Dylan Thomas anche se non lo cita mai (ed è strano, visto che le affinità tra i due ci sono, anche senza il nome); è un bardo americano nella scia di Whitman; è un fabbro ferraio di messaggi sarcastico-sociali a ciglia asciutte, nella scia di Brecht; è un cantore del sublime americano nella lunga scia che va da R. W. Emerson a Wallace Stevens, pur senza possedere la saldezza della lingua che a nessuno dei poeti fin qui nominati ha mai fatto difetto. È stato anche un moralista alquanto menagramo al seguito, benché temporaneo, di una delle tante chiese evangeliche americane, più portato a evocare il fuoco e i lapilli del Giudizio universale che a predicare perdono e compassione».
Tracciano questo sintetico ritratto del Dylan autore di versi Alessandro Carrera e Carlo Feltrinelli, il primo traduttore storico del Nobel 2016 (i tre densi volumi con tutti i suoi testi, Lyrics, Feltrinelli) e il secondo editore e dylaniato d’antica data. I due hanno traghettato il maestro in una prestigiosa collana di poesia (64 Lyrics, Crocetti, 2025) rendendo un cospicuo tesoretto di canzoni in verso libero o in rima. Senza addentrarmi nell’annosa e vexata quaestio sulla liceità di essere definito poeta per chi scriva canzoni (Carrera e Feltrinelli giustamente ricordano che quei testi richiedono una musica e una voce – meglio la sua, gli altri lo rendono troppo laccato – e aggiungerei anche un doveroso apparato di note, vista la polisemia del nostro e la molteplicità dei suoi rimandi), dirò che questa raccolta è anche un compiuto canzoniere dell’erranza, del non essere di nessun luogo, dell’avere “no direction home”, tipico dell’anima nomade americana e anche dell’ultimo Dylan («Parlare non parlo, cammino soltanto / sarà dall’altra notte che cammino. / Cuore che brucia, voglia che preme / finché sarò fuori dalla vista di ciascuno», Ain’t Talking).

Scelgo, tra i testi tradotti, qualche strofa di Tryin’ to Get to Heaven:

L’aria si fa sempre più bollente,
c’è un rombo di tuono nei cieli.
Ho attraversato acque piene di fango, 
con il caldo che mi saliva agli occhi.
Giorno dopo giorno il tuo ricordo si fa tenue,
non mi tormenta più come una volta. 
Mi sono trovato a camminare in mezzo al niente,
cerco di arrivare in paradiso prima che chiudano la porta.

(…)

Sulle banchine la gente
aspetta i treni.
Gli sento battere il cuore
come un pendolo costretto da catene.
Ho cercato di darti tutto quello
che il tuo cuore voleva.
Vado per la mia strada ma mi sento così male,
cerco di arrivare in paradiso prima che chiudano la porta.

(…) 

Dormirò qui nell’atrio,
rivivrò i miei sogni, 
chiuderò gli occhi e starò a chiedermi
se tutto è così vuoto come sembra.
Quando credi di aver perso tutto
ti accorgi che hai ancora da perdere qualcosa.
Sono stato a Sugar Town, ho scrollato giù lo zucchero,
adesso cerco di arrivare in paradiso prima che chiudano la porta.

Wolfgang Goethe. Franco Fortini è stato traduttore magistrale di Goethe, Brecht, Proust, Baudelaire e altri. Arte non facile da mettere in luce, quella del poeta traduttore di poesia. Per esempio, il magnifico Goethe che citerò fra poco (lo trovate nell’antologia fortiniana Versi scelti, Einaudi) sarà così già dall’origine, o così lo ha reso il traduttore? 

E che cosa è una rosa, ora si sa; 

ora, passata l’età delle rose. 

Sullo spino ne brilla ultima una 

e tutta sola tutti i fiori ha in sé. 

In un’ antologia einaudiana di Goethe (Cento poesie, a cura di Siegfried Unseld, 2016) la versione più letterale di Roberto Fertonani marca la distanza fra il semplice tradurre e il fare poesia da poesia:

Un bocciolo di rosa si sa cosa sia,
ora che la stagione delle rose è finita;
al cespo un fiore tardivo risplende ancora
e da solo rende perfetto il mondo dei fiori.

Ci sarebbe poi da dire della dolce, impercettibile violenza che Fortini usa a Goethe: è forse ardito sospettare che il piccolo miracolo fuori stagione diventi elegia di una sapienza tardiva, di un’utopia struggente e forse vana, “passata l’età delle rose”, cioè del socialismo?

Heinrich Heine. Tedesco censurato in Germania ed esule in Francia, ebreo convertito al protestantesimo, amico del giovane Karl Marx senza tuttavia farsi comunista, nemico dell’autocrazia, polemista vigoroso e prosatore di incomparabile fascino (leggere, per credere, le sue Impressioni di viaggio in Italia), Heinrich Heine (1797-1856) fu anche poeta lieve e disilluso che fece esplodere dal suo interno il romanticismo. Fu, come ebbe a scrivere Hans Mayer, «un avvenimento europeo e uno scandalo tedesco. Dopo la Rivoluzione francese del luglio 1830 egli si identificò con lo spirito di un’epoca che si adoperava a spazzar via il mondo della restaurazione. Heine: questo nome significò allora lotta contro i pregiudizi, superamento di ogni sciovinismo nazionalistico, scetticismo e ironia verso l’inerzia del sentimento e la pigrizia mentale».
Scelgo dal suo Libro dei canti (traduzione di Amalia Vago, Einaudi, 1962)

Un giovanotto amava una ragazza
di un altro innamorata.
Ma lui un’altra ne amava
e l’ha sposata.
La ragazza, delusa
il primo che la chiese
per rabbia lo ha sposato.
E ora il giovanotto è disperato.
Questa è una storia vecchia
e sempre nuova.
Ha il cuore infranto
chi ne fa la prova.

Mi diverte un’altra sua poesia, ma alla versione di Amalia Vago preferisco quella più fresca di Simonetta Carusi (nell’ottimo Dimmi un verso anima mia. Antologia della poesia universale, a cura di Nicola Crocetti e Davide Brullo, Crocetti, 2023):

Seduti a prendere il tè
Parlavano tanto d’amore.
I signori attenti all’estetica, 
Le signore ai moti del cuore.
L’amore dev’esser platonico,
Disse il secco Consigliere.
Sua moglie sorrise ironica,
Ma sospirò: Ahimè!
Spalanca la bocca il Canonico:
l’amore non sia troppo rozzo,
Altrimenti risulta nocivo.
La Signorina bisbiglia: perché?
La Contessa dice mesta:
L’amore è una passione!
E amabilmente porge
La tazza al signor Barone.
Intorno al tavolo c’è un posto in più:
Non sei venuta, mio tesorino.
Sarebbe stato così carino
sentirti dire come ami tu.

Randall Jarrell. Una mia versione dall’americano Randall Jarrell (1914-1965), poeta e saggista meno noto di quanto meriterebbe. Il lettore italiano lo trova soltanto in qualche antologia, una scelta dei suoi versi venne pubblicata da Guanda nel 1956 e mai più ristampata. La poesia si intitola Perdite (Losses) e, in tempi di “terza guerra mondiale a puntate”, ci ricorda quella del 1939-1945.

Stavamo per morire? No, morivano tutti.
Stavamo per morire? Morti eravamo prima
in schianti senza storia – e quelli a terra
stilavano i rapporti, avvisavano a casa
e a causa nostra i numeri salivano.
Morivamo sulla pagina sbagliata del calendario,
dispersi su montagne cinquanta miglia più in là;
precipitati su mucchi di fieno con un amico,
in fiamme su confini per noi ignoti.
Morivamo come zie, cagnolini, stranieri.
(Quando lasciammo la scuola nessun altro era morto
per farci immaginare che toccava anche a noi).
Nei nuovi aerei, coi nuovi compagni, sganciavamo
bombe su terre vicine al deserto o alla spiaggia,
sparando sui bersagli, in attesa del botto –
tornavamo alla base per svegliarci un mattino
sotto il cielo d’Inghilterra, operativi.
Tutto come al solito: ma quando morivamo
non era un incidente ma un errore
(così facile che chiunque l’avrebbe commesso).
Leggevamo la posta, in attesa di missioni –
in bombardieri con nomi di ragazza, bruciavamo
le città apprese a scuola – 
consumando la vita; i nostri corpi giacquero
tra la gente che uccidemmo senza neanche vederla.
Se duravamo abbastanza ci davano medaglie;
se morivamo dicevano: “Scarse le nostre perdite”.
Dicevano: “Ecco le mappe”; noi bruciavamo le città.
Stavamo per morire? – No, neanche per morire;
ma la notte che morii mi sognai ch’ero morto,
e le città mi dicevano: “Perché muori? Per noi
va bene, se va bene per te; ma perché son morta io?”

Ezra Pound. Mi è appena arrivato da Lipsia, Germania, miracolo delle librerie dell’usato, un libro a cui davo la caccia da anni, 100 poeti (Oscar Mondadori, 1997). Raccoglie le rubriche settimanali che Alfonso Berardinelli scrisse per Panorama tra il 1988 e il 1990. Firma di Quaderni Piacentini, compagno d’avventure di Piergiorgio Bellocchio e molto altro, Berardinelli è di gran lunga il più attento e autorevole lettore e critico di poesia che io conosca. Il suo L’ultimo secolo di poesia italiana (Quodlibet, 2023) è un libro indispensabile per chi frequenta i poeti. Sentite come smonta Ezra Pound, senza anatemi né furori ideologici, in uno dei cento articoli. La ragazza del negozio è la poesia commentata.

Per un momento si è posata su di me,
Come una rondine sbattuta dal vento contro il muro,
E parlano delle donne di Swinburne,
Della pastorella incontrata da Guido,
Delle baldracche di Baudelaire.

Commenta Beradinelli: «Divertente e impietosa nella sua sincerità, ma anche verosimilmente realistica è l’immagine che si ricava dalle pagine autobiografiche di William Carlos Williams, suo coetaneo, l’altro polo della poesia americana di questo secolo. “Non ho mai potuto frequentarlo regolarmente. Mai. Era spesso brillante, ma un rompiscatole. Però non mi sono mai (finché lo tenevo a distanza) stancato di lui, né a dire il vero ho mai smesso di volergli bene. Non si poteva non volergli bene.… Quello che non ho mai sopportato in Pound era l’atteggiarsi a grande poeta. Per me erano buffonate bell’e buone”. Inoltre, Williams mette in luce il tratto inconfondibile e forse decisivo del carattere di Pound, e cioè la falsificazione involontaria per amore di grandezza, l’infatuazione narcisistica, l’innocente e infantile truffa artistica. “Non era mai riuscito a imparare a suonare il pianoforte. Ma, malgrado questo, “suonava”. Ricordo, a casa mia, lo stupore di mia madre quando si sedette al piano e, facendo sul serio, diede sfoggio del suo “virtuosismo”. Tutto, si potrebbe dire, ne risultò, tranne che musica. D’un sol colpo affrontò le massime vette: suonò Liszt, Chopin, su e giù per la tastiera, in maniera coerente secondo lui, senza rispettare alcun ordine. Faceva parte della sua fiducia in sé. Mia cognata era una pianista concertista. Ezra non ebbe mai simpatia per lei”. Proprio come il bambino che non sa suonare, ma si siede al piano e imita un pianista, o come l’attore che non sa recitare, ma fa finta di recitare con enorme determinazione volitiva, così Pound fece magnificamente finta per tutta la vita di essere un vero, grande e intransigente poeta.
Anche da questi pochi versi, divisi in due brevi strofe, emerge in tutta evidenza la “mentalità poetica” di Pound. Prima l’immagine fresca e diretta di un incontro casuale con una ragazza sconosciuta viene sollevata in un cielo tempestoso, in cui fragili rondini sono trascinate dalla violenza del vento: e poi questa stessa immagine è guastata dall’imbarazzante candore con cui Pound, l’eterno aspirante poeta, si specchia spavaldamente nella vita degli idoli letterari di cui vorrebbe sempre un po’ prendere il posto (Swinburne, Cavalcanti, Baudelaire).
È questa ingombrante fissazione da letterato che in Pound soffoca la poesia e in un certo senso la sostituisce. Più che poeta, Pound è un mitomane della cultura. Il suo sogno più divorante è il sogno della poesia, il sogno in cui egli stesso compare come protagonista, esuberante discepolo destinato a superare i vecchi maestri. Perfino la sua fede nel fascismo fu solo un aspetto contingente e occasionale della sua mania estetica: restaurazione a pieni polmoni dei veri valori dell’Occidente europeo e di ogni società preindustriale. Generoso banditore di una nuova religione poetica: ma anche, soprattutto nei Cantos, disordinato ed ebbro millantatore che per fare impressione a se stesso e agli altri riempie i suoi testi di citazioni dai classici italiani, greci, cinesi, provenzali, in una caotica mescolanza di ardore e mistificazione.
Ebbe sempre la passione di insegnare come si fa a essere poeta. Per questo è sempre molto piaciuto ai giovani aspiranti poeti e a tutti coloro che sono attratti più dall’idea della poesia che dalla poesia stessa. Pound è il caposcuola dei mitomani letterari, che metteranno su carta imitazioni oratorie, preziose o indecifrabili della poesia. Thomas S. Eliot, che più di Williams assecondò amichevolmente Pound condividendo con lui alcune idee, scrisse: “Nessuno avrebbe potuto essere più benevolo verso i giovani, o verso scrittori che gli sembravano meritevoli e ignoranti… Gli piaceva fare l’impresario dei giovani”.
Il poemetto La terra desolata di Eliot è il risultato di tagli magistrali che Pound apportò al testo ancora inedito. Il capolavoro letterario di Pound sono forse proprio quei tagli al lavoro dell’amico». Colpito e affondato.

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