Risonanze acustiche al San Fedele, tra canti di insetti ed echi mahleriani

In Musica

Tornano all’auditorium milanese i concerti di elettronica della rassegna “Inner Spaces”. Otto appuntamenti nella sessione primaverile con i massimi esponenti di questa affascinante forma musicale riuniti sotto il titolo di “Riverberi in risonanza”. Nel primo concerto lunedì scorso si sono esibiti l’artista viennese Robert Schwarz e successivamente il musicista francese Jonathan Fitoussi, ai sintetizzatori modulari, che con la ballerina e coreografa Fanny Sage ha presentato una rilettura dinamica della Sinfonia n.1 del grande compositore austriaco tardo-romantico

Non sono pochi gli ambiti in cui Milano può fregiarsi del titolo di capitale, e non si pensi solo ai più immediati accostamenti a moda e design. Basta spostarsi di pochi passi dalle vetrine più prestigiose della città per rivolgere lo sguardo alla musica. E per farlo non occorre necessariamente varcare la soglia della Scala. Al vicino Auditorium San Fedele lo scorso lunedì si è inaugurata la stagione primaverile di Inner_Spaces, rassegna di musica elettronica e arti audiovisive (e non solo) che dal 2012 raduna alcune tra le figure più rilevanti nel panorama internazionale della sperimentazione e della ricerca interdisciplinare. A distanza di qualche decennio dai fasti dello Studio di fonologia della Rai di Berio e Maderna, è dunque ancora Milano a dare il passo per l’esplorazione delle nuove vie del suono.

Ciò è possibile grazie alle peculiarità del luogo che ospita gli eventi. Sorto negli anni Sessanta, l’Auditorium San Fedele è stato nel 2010 oggetto di un’importante riqualificazione acustica. Fiore all’occhiello dell’intervento è stata l’installazione di un acusmonium, un sistema di cinquanta altoparlanti, che consente una diffusione spazializzata del suono, garantendo allo spettatore un ascolto tridimensionale e immersivo. La sala è l’unica in Italia attualmente dotata di un impianto simile, e va da sé che un progetto di questo tipo non poteva che nascere qui.

Robert Schwarz

D’altra parte, come illustrato dal padre gesuita Antonio Pileggi, musicista di formazione, tra le anime della rassegna, al centro di Inner_Spaces vi è proprio l’esperienza dell’ascolto, un ascolto «che possa aiutare la meditazione e la riflessione». Tuttavia il sacerdote tiene subito a chiarire: la musica a San Fedele non ha un valore meramente «decorativo» né si invita il pubblico a una semplice fruizione di tipo «edonistico». Quello che qui si cerca è un «linguaggio artisticamente forte». I criteri di selezione degli ospiti sono accurati e, ancora una volta, mossi da un’attenzione prioritaria per l’ascolto: «Ascoltiamo tantissimo, cercando quegli artisti nei quali questa dimensione dell’ascolto risulti particolarmente spiccata».

Ma ascolto e qualità non sono gli unici ingredienti che spiegano il successo che il progetto riscuote, anche e soprattutto presso i più giovani. Il tutto è infatti supportato da un senso di apertura, scevro da ogni elitarismo: «Le nostre conoscenze possono essere valide ma talvolta anche rigide; non si parte dalla torre d’avorio, ma si cerca un compromesso a partire anche da quello che ascoltano le nuove generazioni».

La stagione primaverile di quest’anno porta il titolo evocativo di Riverberi in risonanza e prevede otto tappe (fino alla terza settimana di maggio) che «si susseguono come onde concentriche, esplorando diverse modalità di riverberi in risonanza e configurazioni che travalicano l’ambito elettronico». Nessun terreno viene trascurato: a partire dall’elettronica si spazia verso il jazz sperimentale, passando per la danza e le opere audiovisive. 

L’itinerario si snoda inoltre al di là dei confini dello spazio, quello occidentale, con un’esibizione di tabla (strumento a percussione di origine indiana n.d.r), e del tempo, per l’appuntamento speciale in chiesa, dove le opere barocche proprie del periodo quaresimale sono intercalate da una commissione della rassegna per organo e live electronics sul tema del Miserere.

Fanny Sage e Jonathan Fitoussi

Ma valga come esempio della ricchezza tematica e sonora del progetto di Inner_Spaces il concerto di lunedì 26 gennaio. In apertura, il viennese Robert Schwarz, sound artist – o forse, verrebbe da dire, architetto del suono, visti i suoi studi non solo musicali e l’”abitabilità” delle sue composizioni –, presenta Stridulations 1-14, un inedito lavoro entomologico che esplora l’universo sonoro degli insetti e dei segnali da loro prodotti. L’opera rappresenta la più recente tappa del percorso di ricerca dell’artista, dove si intrecciano registrazioni sul campo, processi elettronici e spazializzazioni, in un ambiente acustico in cui il solco tra reale e artificiale viene intenzionalmente sfumato. La sala è buia, il palcoscenico è vuoto. Da ogni angolo emergono canti di cicale, gorgoglii, suoni aspri, in continuo movimento. Qui gli impianti dell’auditorium possono sfoggiare il meglio della loro forma: l’effetto immersivo è impressionante e destabilizzante. Al termine dell’esecuzione, dal centro della sala, in regia, Schwarz si alza per raccogliere con un cenno composto gli applausi.

Nella seconda parte si dividono la scena il compositore francese Jonathan Fitoussi, ai sintetizzatori modulari, e la ballerina e coreografa Fanny Sage. In programma, Poème Symphonique, una rilettura della Sinfonia n. 1 di Mahler, frutto di una commissione del 2023 di Radio France. L’originale e la sua rielaborazione elettronica, benché molto diversi, mantengono una certa affinità, a partire dalla struttura in quattro movimenti o dalle diverse atmosfere evocate. Spiega Fitoussi: «Talvolta ho conservato dei frammenti di temi, rimanipolandoli con le mie strumentazioni, talvolta riprendo le note di Mahler, che faccio passare molto velocizzate attraverso dei sequencer, al punto che non le si riconosce più, altre volte mi soffermo sul lato ritmico». E a proposito del connubio con la danza: «All’auditorium di Radio France, prima del mio lavoro era in programma il Titano. Il palco è molto ampio, come l’orchestra, e all’idea di ritrovarmi solo dopo una tale esecuzione ho avuto bisogno di abitare lo spazio. Ho lavorato molto con la danza, conoscevo i lavori di Fanny, lei conosceva i miei. È stata l’occasione per creare qualcosa assieme». 

La performance si apre come da lontano. La musica è rarefatta, dei suoni lunghi riprendono le note di Mahler. Sage è a terra, al buio, le luci sono basse. Progressivamente l’opera si anima: la musica acquista dinamismo con brevi cellule ritmico-melodiche ripetute ossessivamente; i movimenti di Sage, ora plastici, ora disarticolati, talvolta quasi mimici, si fanno più ampi e slegati da terra. Anche le luci si sono alzate. Il finale poi è quasi un’implosione: ritorna il buio, la musica si spegne lentamente, dopo gli ultimi lampi sonori; Sage è ancora stesa a terra. Anche in questo caso è solo con un breve e semplice saluto che gli artisti accolgono poi gli applausi ricevuti.

Una sala gremita, poche cerimonie, un pubblico eterogeneo, che durante l’intervallo non si fa mancare un bicchiere di birra al bar dell’auditorium. Due lavori di spessore, agli antipodi, ascoltati in un attentissimo silenzio. Insomma: un pieno successo. E in altri termini la dimostrazione che quando sono l’intelligenza e la cultura a guidare un progetto gli esiti non possono che essere positivi.

In copertina: Jonathan Fitoussi

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