Riparte Inner Spaces. San Fedele festeggia dieci anni di “elettronica”

In Musica

L’autorevole Centro culturale rilancia con un programma ricco e importante l’attività del festival, appuntamento imprescindibile nel panorama musicale milanese. Protagonista del secondo concerto il canadese Barry Truax, un pioniere della musica sperimentale

 Per un compositore non c’è gratitudine più profonda di quella che prova quando un interprete esegue con cura e passione un suo brano. Per un compositore di musica elettronica il sentimento è lo stesso, rivolto però ad un impianto tecnologico a cui si affida nell’esecuzione della propria opera, con la speranza che questo fornisca la migliore qualità del suono possibile.

È stato significativo quindi il gesto che un importante artista (Barry Truax di cui parleremo più avanti) ha rivolto all’interno dell’Auditorium San Fedele nel secondo concerto di Inner_Spaces. Durante il lungo applauso al termine dell’esibizione ha alzato gli occhi e indicato il perimetro alto della sala e lo spazio intorno, poi ha annuito sorridendo e alzando entrambi i pollici, in un tacito assenso come a dire “il vostro impianto è decisamente ok!”. Un gesto simile a quello di un direttore che alla fine del concerto indica e ringrazia l’orchestra, solo che al San Fedele si utilizza un’orchestra tutta speciale: l’acusmonium, un complesso di altoparlanti utilizzato nella musica elettroacustica per la spazializzazione del suono. Ma non è solo grazie a questo che i concerti della prestigiosa rassegna milanese di musica elettronica sono così particolari e richiamano ogni volta un pubblico numeroso. Il fatto è che per offrire un’esperienza di immersione profonda nella musica sono state compiute delle scelte molto attente. 

Avete mai notato quanto cambi la percezione di un brano ascoltato in radio rispetto a quando lo si ascolta accompagnato dal suo videoclip? È innegabile che la spettacolarizzazione scenica devii l’attenzione dall’ascolto: anche l’elemento visivo più semplice, come ad esempio un solo musicista sul palco, può in qualche modo distrarre la concentrazione attraverso i suoi gesti, le luci intorno, le sue espressioni… Non c’è ovviamente niente di male nel rapporto tra suono e immagine: è certamente importante nella comunicazione, oltre che molto emozionante e di ispirazione per incredibili performance artistiche.

Eppure è importante anche poter vivere l’esperienza di un ascolto attento e totale, non condizionato dall’elemento visivo. È una questione antica, già affrontata anche dal filosofo Pitagora, il quale insegnava ad alcuni discepoli della sua scuola senza che questi potessero vederlo. Parlava nascosto da un velo, restituendo all’udito “la totale responsabilità di una percezione che normalmente si appoggia ad altre testimonianze sensibili”, come scrisse il compositore francese Pierre Schaffer nel suo Traité des objects musicaux (1966). Ed è infatti dal greco akusmatikoi che deriva il termine “acusmatico”, riferito al suono che si ode senza individuarne la causa. Sarà poi lo stesso Schaffer a coniare per la prima volta il termine di Musica acusmatica, in cui al suono viene attribuita la condizione di oggetto a sé stante (“oggetto musicale”) e il cui ascolto è svincolato dalle proprie cause. Il velo di Pitagora diventa quindi una perfetta metafora dell’altoparlante, il mezzo di riproduzione moderno che concentra in se stesso tutte le vie percettive dello spettatore, permettendo di focalizzare ogni energia sull’ascolto. 

Il 30 gennaio del 2012 iniziavano le attività di musica elettronica di San Fedele sotto la guida esperta di don Antonio Pileggi con un programma importante che prevedeva l’ascolto di brani del duo inglese Autechre, del britannico Aphex Twin e di un vero e proprio paradigma della musica moderna: De natura sonorum (1975), disco del compositore francese Bernard Parmegiani. Un concerto che mostrò al pubblico milanese la straordinaria possibilità di un ascolto immersivo con proiezione acusmatica in uno spazio in cui il suono era in movimento. L’esperienza intima e suggestiva fu tale anche per la scelta di una decisa sobrietà della soluzione scenica: sala al buio, con qualche tenue fascio di luce puntato su alcuni dettagli dell’impianto acustico. La novità di quell’esperienza radicale d’ascolto fu subito apprezzata, tanto da rendere necessaria una replica del concerto la settimana successiva. 

Oggi San Fedele Musica festeggia i suoi primi dieci anni di attività, ma i punti forti che erano presenti già in quella prima rassegna sono rimasti e hanno guidato la produzione negli anni seguenti, compresa questa stagione autunnale di Inner_Spaces che si concluderà il 12 dicembre. Innanzitutto rimane intatta la volontà di creare una condizione di concentrazione assoluta per l’ascolto, poi la volontà di conservare un legame con il repertorio storico, presentando alle giovani generazioni le grandi opere dei maestri della musique concrète e dell’acusmatica.

Lunedì 10 ottobre infatti erano presenti due figure fondamentali della musica elettroacustica:  Markus Popp (alias Oval), compositore tedesco responsabile negli anni ‘90 della creazione del glitch come stile codificato dell’elettronica sperimentale, e il canadese Barry Truax, classe 1947, figura storica della musica colta su computer. Il percorso artistico di Truax si riassume nel programma portato in sala, con tre opere estremamente significative anche per l’impatto nella storia della musica elettronica, come  Riverrun (1986), un flusso sonoro basato sulla tecnica della sintesi granulare, ovvero la creazione di suoni complessi a partire da una grande quantità di elementi acustici semplici, detti grani. Non a caso la metafora corrispondente è quella di un fiume, formato da un insieme di innumerevoli goccioline e sorgenti. L’acqua è un elemento importante anche nel suo lavoro più recente,  What The Waters Told Me, in cui la sentiamo scorrere in tutte le sue varie forme e in diversi spazi, tramutandosi in voci sovrapposte dal carattere mutevole. Un’energia che si conclude con un brano del 2005 The Shaman Ascending, ispirato al canto di gola degli Inuit. 

La serata si è conclusa con il live set di Oval, che invece ha utilizzato elementi musicali della sua ultima fase creativa, con suoni provenienti da pianoforte, fiati ed archi, elaborati in una lunga serie di brani che, per la durata dell’esibizione, forse meritavano una caratterizzazione maggiore. 

Oval

I programmi dei prossimi concerti del ciclo di Inner Spaces intrecciano diverse generazioni di compositori, ed è costante l’attenzione nei confronti dei più giovani, i quali hanno sempre potuto beneficiare di supporto e spazio per la loro ricerca artistica con i premi che la Fondazione ha fornito in questi anni. 

Lunedì 7 novembre, per esempio,si ascolteranno le musiche commissionate al gruppo di finalisti del Premio San Fedele 2020, una scelta di brani su supporto fisso in omaggio al pianista Arturo Benedetti Michelangeli. Successivamente Francesco Fabris (1989), vincitore del Premio del 2016, sarà impegnato nella nuova composizione dell’australiano Ben Frost, Vakning (Risveglio), un album che cattura i suoni vulcanici e che vedrà la sua prima esecuzione proprio al San Fedele.

Nell’immagine di copertina il compositore Barry Truax

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