Niente brividi per una “Carmen” poco sensuale. Meno male che c’è Chung

In Musica

L’”Opéra-comique” di Bizet, che per duecento anni ha fatto strage di cuori, alla Scala non suscita emozioni. Poco incisiva la regia di Michieletto, a salvare lo spettacolo ci pensa il Maestro coreano che ancora una volta entusiasma il pubblico del Piermarini

Irresistibile, la Carmen di Bizet fa strage di cuori da quasi duecento anni. Oggi fa cadere ai suoi piedi il pubblico della Scala anche in uno spettacolo che butterebbe giù un entusiasta della vita.  
Delle dieci opere con cui un teatro è sicuro di fare sold out, Carmen è la numero tre. Così è e così resta: le repliche sono esaurite (dal 12 al 27 giugno). La gente applaude tutto e tutti, tranne Damiano Michieletto, buato per una regia tra le meno ficcanti di una carriera costellata di medaglie (meritate) e atteso all’Otello del prossimo sette dicembre (un avviso?).

Entusiasmo alle stelle per Myung-Whun Chung, che dalla prossima stagione sarà direttore musicale della Scala dopo i dieci anni di Riccardo Chailly e con quest’opera tocca il polso del suo pubblico sentendolo battere bene.  Passione sempre sfrenata per il Coro guidato da Alberto Malazzi, ogni volta chiamato a condividere la festa finale come certezza tra le più rassicuranti. 

Tenerezza toccante per le Voci bianche, i bambini cantanti dell’Accademia, anzi cantattori, che per la prima volta vanno in scena senza Bruno Casoni, al debutto della nuova direttrice Brunella Clerici. (Colpo basso ma realistico: insinuare che siano loro la parte più bella dello spettacolo; cantano precisi come orologi, ma con la gioia di correre, ballare e fare in scena quello che amano nella vita, cioè giocare). 

Ogni volta ci si domanda come sia stato possibile che la fortuna di un’opera così travolgente sia inciampata all’inizio nell’inerzia del pubblico e nella scemenza dei critici. Già durante le prove all’Opéra Comique, dove Carmen avrebbe debuttato il 3 marzo del 1875 – tre mesi prima che Georges Bizet morisse e, curiosità, un anno dopo Boris Godunov e un anno prima del Ring a Bayreuth – il coro minacciava scioperi perché doveva cantare e recitare, l’orchestra lanciava il ritornello dell’ineseguibilità. A Camille Du Locle, direttore dell’Opéra Comique, non andavano bene il soggetto (troppo scandaloso), il libretto (cercò di convincere i librettisti Meilhac e Halévy a eliminare il finale tragico) e perfino la musica. Il pubblico, allarmato e però attirato dalle polemiche, rimase freddo; si scaldò solo verso la trentacinquesima replica. 

Per alcuni Carmen era oscura, per altri poco “drammatica”; altri ancora trovarono che a Bizet facesse difetto la melodia (!), dono grazie al quale Nietzsche innalzò Carmen a modello universale della Musica nel suo libello contro l’ex amico Wagner, cui augurava la morte. Per alcuni l’orchestra era opaca, per altri soffocava il canto. Insomma, tutto e il contrario di tutto.  Oggi ci si chiede che cosa sarebbe stato capace di scrivere Bizet se non fosse morto a trentasei anni, colpito dalla stessa maledizione di Mozart e Schubert.  

Carmen è in odore di perfezione, tanto che la si può maneggiare con molta libertà, soprattutto nei recitati, compresi i tagli che Chung e Michieletto le hanno apportato per snellirla, senza scatenare polemiche. Tutto il mondo ha imparato a conoscere la sigaraia di Siviglia che sconvolge la vita dell’ufficialetto José, gli promette un amore che non sarà per sempre, lo induce a liberarla dalle manette, a farsi degradare, a passare dalla parte dei cattivi, a desiderarla al punto da ucciderla quando gli confessa “je ne t’aime plus”: Carmen non è “una di quelle”, ma il simbolo della libertà della donna, dell’orgoglio, dell’autodeterminazione. Bene, non è quello che vedrete in scena. 

Nell’ambientazione moderna (e totalmente plausibile) di Michieletto (scene sempre sicure di Paolo Fantin), sulla terra riarsa da film di Sergio Leone, tra desolazione e cespugli che volano, nella misera Gendarmeria di frontiera che a ogni atto diventa un luogo chiuso diverso – il locale kitsch di Lilas Pastia, il magazzino di ondulato dei contrabbandieri – Carmen è invece proprio quello: la sciantosa volgare che apre le gambe, piccola, molto piccola rispetto al simbolo su cui Bizet ha disegnato musica tra più belle della storia, fisica ma con le ali. In palcoscenico tutto è modesto anche da sentire.

Non c’è sensualità nella Carmen di Clémentine Margaine. Vittorio Grigolo svetta come sempre perché ha uno dei materiali di tenore tra i più belli e travolgenti, ma il suo José non fa che allargare le braccia, girare a vuoto senza sapere chi è, con l’aria di arrendersi sempre, costernato in ogni situazione.  

Micaëla, la giovane innamorata di José che gli porta la lettera accorata della madre e la nostalgia di casa, nello spettacolo è una scolaretta con occhiali, gonnone castigato, pendaglio con crocifisso; una suora fatta e finita. Peccato che non corrisponda alla musica che Bizet ha pensato per lei, bellissima, dolce, sognante, allusiva, alla prima recita cantata con discrezione da Natalia Tanasii.  

Il torero Escamillo, che dai luoghi comuni non si libera mai, è ben agghindato da Carla Teti in abito da tamarro con stivaletti, cantato alla prima da Giorgi Manoshvili con voce di basso molto “indietro”. E non aggiungono nulla alle più consumate convenzioni i contrabbandieri virati in trafficanti coi loro bravi kalashnikov, che finiscono in mano a Josè ormai malavitoso e perfino alla povera Micaëla ridotta a macchietta. In un contesto espressivamente sottotono si difendono bene la Frasquita di Sarah Dufresne e la Mercédès di Marine Chagnon

La musica sembra tagliata in due: un’orchestra magistralmente concertata da Myung-Whun Chung e un palcoscenico sul quale anche il cantare forte e in alcuni casi bene, non trasmette emozione. 

Carmen che non fa correre brividi lungo la schiena, o altrove, è un bel problema.

Teatro alla Scala: Georges Bizet Carmen. Dirige Myung-Whun Chung, regia di Damiano Michieletto. Repliche: 10, 12, 16, 18, 20 22, 23, 25, 27 giugno.

Foto: Brescia e Amisano © Teatro alla Scala