Bacchette in grande spolvero a Milano. Il direttore dell’Orchestra Sinfonica si esibirà stasera e domani sera all’Auditorium col “Requiem tedesco” di Brahms in ideale continuità col maestro coreano che il 30 marzo alla Scala alla guida della Filarmonica ha eseguito il terzo concerto di Beethoven (al piano Leif Ove Andsnes) e la seconda sinfonia di Brahms. Nella capitale lombarda c’è posto per tutti: il giovane che trascina, il decano che consolida
Una bacchetta e una partitura. Tanto basta a Emmanuel Tjeknavorian, direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano, per intraprendere un viaggio di meditazione fra le vette (e gli abissi) dell’immaterialità e della trascendenza. Beninteso, non si tratta di una partitura qualsiasi, ma di un lavoro nel quale la componente di raccoglimento è quantomai spiccata: il Requiem tedesco di Brahms. Ciò che il direttore nutre verso quest’opera non è semplice “interesse”: «Affrontarla – dice – è per me un’esperienza spirituale, quasi purificatrice, che ti plasma nel profondo. Molte persone cercano qualcosa di analogo lungo il Camino de Santiago; io la trovo, appunto, dirigendo Ein deutsches Requiem di Brahms». E il momento è propizio, visto che questa sera e domani l’opera sarà in programma all’Auditorium di Largo Mahler, in occasione del consueto appuntamento sacro-contemplativo a preludio della Pasqua – l’anno scorso in cartellone figurava lo Stabat Mater di Rossini.

Il capolavoro brahmsiano è un’opera rara, sotto più aspetti. Insolita – pure non eccezionale – è la sua esecuzione al giorno d’oggi, ragione per cui questa doppia opportunità di ascoltarla è oltremodo preziosa. Ma rarissima è, soprattutto, la sua configurazione. Un requiem-non requiem, si potrebbe dire, che si muove lungo il confine tra sacro e profano e che di liturgico non ha nulla. La tradizione cui attinge è quella luterana, dove l’uomo coltiva un rapporto intimo e diretto con l’elemento divino e con il testo sacro, senza avvalersi della mediazione della Chiesa. Il ben noto testo latino tratto dalla messa tridentina per i defunti cede infatti qui il passo a un collage di frammenti biblici organizzati liberamente dallo stesso Brahms: dal celebre Discorso della Montagna all’Apocalisse, passando fra gli altri per il Libro di Isaia o dei Salmi. I passi scelti evidenziano una concezione distesa e luminosa della morte, privata del senso del tragico, del terribile; il Dio di Brahms non è un Rex tremendae maiestatis, ma un Signore che consola e accoglie l’uomo nelle sue “dolci dimore”.
Interpretare il Requiem tedesco è per Tjeknavorian, sì, un momento di grande spiritualità, ma è anche un’occasione per incontrare un compositore che ha largamente approfondito, sia come violinista sia sul podio, e cui si sente particolarmente vicino, «a volte troppo». Sul significato di questo «troppo» ci spiega: «Quando, per esempio, durante le prove, l’orchestra esegue dinamiche o accenti che Brahms non ha scritto, soprattutto nei momenti di grande delicatezza, mi sento come se qualcuno stesse insultando gravemente un mio caro amico». Il trasporto è totale, e «la vera sfida è fare in modo che questi momenti non mi coinvolgano troppo emotivamente durante il lavoro in prova».
Proprio restando intorno al rapporto con i musicisti dell’orchestra, vale la pena di conoscere meglio Tjeknavorian e il suo stile direttoriale. Giovanissimo ma già maturo e dotato di grande esperienza, dal 2024, anno in cui viene insignito del Premio Abbiati, è alla guida della Sinfonica con abnegazione; e i frutti del suo lavoro si sentono – si ricorda una recente riuscitissima Quinta di Shostakovich. C’è da chiedersi quale sia la sua ricetta: «Non ce n’è nessuna – afferma in prima battuta. Tutto è già contenuto nella partitura. La vera sfida – anzi, il compito di tutta una vita – è comprendere la complessità di questi capolavori, e anche questa comprensione resterà sempre, in una certa misura, irraggiungibile». Ma poi aggiunge: «Se proprio si vuole parlare di una ricetta, allora forse è questa: devozione totale e un amore quasi patologico per la musica».
A questo slancio così viscerale si associano una rigorosa disciplina e un impegno continuo, non solo nel lavoro concreto sulla partitura e con l’orchestra. A proposito dei grandi direttori del passato, per esempio, dice: «Li studio tutti, letteralmente. Il mio approccio è quello di un’analisi meticolosa, non solo delle loro scelte musicali ma anche del loro mestiere: il linguaggio fisico, la tecnica, il gesto». Tuttavia preferisce non rifarsi a nessun modello in particolare: «Il rischio dell’imitazione è, a mio avviso, qualcosa di quasi grottesco. Fortunatamente, agli inizi del mio percorso, l’unica persona che ho imitato è mio padre – con grande divertimento, e talvolta disapprovazione, di mia madre».

In un quadro come questo, dove emerge un senso di dedizione profonda verso la musica e l’arte direttoriale, non può mancare una vasta conoscenza del repertorio. Partendo proprio da Brahms, nome indissolubilmente legato, fra gli altri, al Lied, la curiosità sul rapporto del Maestro con la musica per voce e pianoforte sorge spontanea: «Sono cresciuto con i Lieder. Da bambino mi sdraiavo spesso sotto il pianoforte mentre mia madre accompagnava cantanti straordinari. Lei ama questo repertorio sopra ogni cosa e a casa nostra i cicli di Lieder riempivano l’aria già nelle prime ore del mattino». Nel caso specifico dell’autore del Requiem tedesco però precisa: «Brahms era certamente presente, anche se inizialmente mi sono avvicinato a lui attraverso la musica strumentale».
Le componenti vocali e strumentali saranno sublimate nel doppio appuntamento di stasera e domani, visto che il suono dell’orchestra si fonderà con quello dei solisti e del coro. E il Maestro in circostanze di questo tipo ha le idee chiare e non vuole instaurare alcun tipo di gerarchia: «Quando amo davvero qualcosa, tutto al suo interno diventa ugualmente essenziale».
In breve, un’opera di sublime profondità e un’orchestra guidata con passione, perizia, rigore e “unità”: Tjeknavorian non ha una ricetta, ma gli ingredienti per due serate di grande intensità ci sono tutti. (A.B.)
Foto @ Angelica Concari
BRAHMS E BEETHOVEN, BINOMIO SICURO PER CHUNG
Emmanuel Tjeknavorian all’Auditorium, Myung Whun Chung alla Scala. Il giovane che trascina e il decano che consolida: la città della musica non ha di che lamentarsi; sui due fronti principali, Milano è ben dotata. Chung ha celebrato lunedì con la Filarmonica il suo debutto ufficioso come direttore musicale del teatro. Sold out prevedibile: il Concerto per pianoforte n.3 di Beethoven e la Seconda di Brahms sono una combinazione sicura per il pubblico e chiara per chi la sceglie. Chung seguirà strade maestre del repertorio sinfonico e dell’Opera. La sua storia, la sua estetica, la sua poetica, ispirate al modello quasi venerato di Carlo Maria Giulini, indicano un percorso che gli scaligeri, dentro e fuori il teatro, si aspettano. Ne hanno avuto conferma nel quarto concerto della Filarmonica, l’hanno approvato a piene mani, li attende una ricca replica in giugno (11, 15, 17) per la stagione sinfonica con programma “in copia”: ancora Beethoven (Triplo Concerto, nel quale Chung che si mette al pianoforte insieme al violino di Francesco Manara e al violoncello di Massimo Polidori), e il pendant della Quarta di Brahms. Con Chung l’orchestra suona sempre ai migliori livelli di attenzione e qualità di suono, e in Beethoven il solista era scelto in sintonia con la “sensiblerie” che Chung si porta dentro, che dispensa in sorvegliata libertà e che, combinata con fraseggi ben scolpiti, definisce il “carattere” del direttore.

Leif Ove Andsnes è uno dei pianisti – non pochi, a dire il vero – che rendono meno dolorosi i vuoti lasciati dagli addii delle generazioni passate. Norvegese, cinquantacinque anni, carriera lunga e ben riconosciuta, Andsnes illumina una tecnica impeccabile con la continua e vitale ricerca delle sfumature; la prima dote esaltata nei due tempi veloci, nella sgranatura perfetta della prima cadenza; la seconda in quella specie di Sonata d’incanto con velature d’orchestra che è il Largo (quando il pubblico si convincerà che i movimenti lenti di Beethoven sono più devastanti dei gesti “eroici”?). Andsnes risponde con linee nette ma “emotive” a quelle che Chung rifinisce in orchestra, prologo di un Brahms reso intenso e appassionato spingendo sugli archi, ma con evidenze strumentali anche estreme e rischiose (come i passaggi di ottoni quasi aggressivi e granulosi nella sezione centrale del primo movimento), e lo sbalzo di molte voci interne all’orchestra che non tutti i direttori hanno voglia e capacità di scavare.

Leif Ove Andsnes (Foto @ Gori)
Ovvio che la nomina decisa come primo gesto da Fortunato Ortombina, sovrintendente e direttore artistico da poco in sella, abbia avuto nell’orchestra un impulso decisivo. La Filarmonica ha fortemente voluto Myung Whun Chung. È stata consultata, è stata ascoltata. Del resto, in un teatro che si rispetti e nel quale ci si rispetti, si fa così: se i musicisti non credono in chi sale in cattedra, saranno dolori ogni giorno, per chi suona e anche più per chi dirige, se ha senno e coscienza. Solo a Venezia fanno finta di non saperlo. (C.M.C.)